Relativismo e senso della relatività

Velo-Burkini-La lotteria della indecenza

Paragoni tra il burkini e altre cose

Luca Sofri ha criticato i “come se” relativi al burkini, perché «non è mai “come se”. Per un tratto che è comune ai casi paragonati ce ne sono altri cinque, dieci, cento, diversi».

L’osservazione è corretta. Bisogna però vedere quali tratti e quali no rientrano tra i criteri del divieto francese all’origine della discussione. Esso proibisce di ostentare simboli religiosi e di sottomissione della donna, perché violano i valori di laicità, secolarizzazione, uguaglianza tra i sessi. Con un divieto così motivato, tutto ciò che si può ritenere ostentazione pubblica di religiosità o di sessismo può essere vietato. Anche la tonaca della suora, come pare confermi il vicesindaco di Nizza; poi, in merito, sono d’accordo con quanto scrive la professoressa Alessandra Smerilli e con tutto il suo articolo.

Il direttore del Post prova a proporre dei “come se” che mostrino la plausibilità del divieto e cita il nudismo e la cintura di castità. Entrambi possono risultare intollerabili per la nostra morale. Tuttavia, i divieti dettati solo dalla morale sono discutibili, mentre possono essere condivisibili quelli dettati dalla tutela igienico-sanitaria. Non vogliamo sederci nudi dove molti altri si sono seduti nudi; possiamo intuire la pericolosità di rivestire o addirittura imprigionare le parti intime con materiali metallici, anche se non mi pare ciò sia oggetto di normativa. Una signora, per liberarsi, ha dovuto chiamare i vigili del fuoco.

Luciano Casolari cita un altro “come se”: la svastica o la bandiera dell’Isis. Sono simboli politici inequivocabili. Un vestito può avere un significato politico (per esempio, le camicie nere, verdi, rosse), ma anche no.

Il rispetto e il sospetto per le religioni

Sofri aggiunge che non bisogna abusare del rispetto delle religioni: «Una violenza domestica, in qualunque forma, è una violenza domestica che sia predicata da una religione o no». Sono d’accordo. Con un’aggiunta ulteriore: non bisogna abusare del sospetto antireligioso. Se un musulmano spara alla sorella, perché indossa la minigonna, bisogna perseguirlo senza considerare la sua cultura un’attenuante, come quando lo fa un fratello italiano. Casi sempre troppo numerosi di violenza maschile volti a limitare od annullare la libertà delle donne esistono tra i musulmani, tra i cattolici, tra i laici. Vanno contrastati allo stesso modo, senza farsi frenare da benevoli pregiudizi culturali per gli «altri» e da benevoli pregiudizi psichiatrici per i «nostri».

Quello che non si può accettare è che le mogli, le sorelle, le figlie musulmane siano considerate a priori delle prigioniere, bisognose di una tutela preventiva fatta di obblighi opposti a quelli attribuiti ai loro padri, fratelli, mariti, con il rischio di violare la loro libertà individuale o di metterle tra l’incudine e il martello. Tuttavia, a volerle considerare prigioniere, c’è da immaginare che le donne musulmane siano obbligate, non solo ad indossare il velo, ma anche a non svolgere lavori retribuiti, a svolgere i lavori domestici, a cucinare e a servire in tavola, ad accudire i bambini, ad assistere il marito e gli anziani, a fare sesso. Perché preoccuparsi così tanto e prima di tutto del velo?

C’è uno scarto grande tra la commiserazione apocalittica della condizione delle donne musulmane, viste in balia di uomini violenti e feroci e la modestia di provvedimenti come il divieto del velo. Ecco, un altro “come se”. È come se affermassimo che le prostitute sono schiavizzate, abusate, violentate e uccise e da questa affermazione ne ricavassimo che, allora, alle prostitute va proibito di indossare la minigonna in strada, perché di certo sono costrette ad indossarla. Un provvedimento simile, in effetti, è stato pensato dai sindaci di tre comuni marchigiani e, temo, da altri loro colleghi.

Relativismo, relatività, reciprocità

Io non mi riconosco nel relativismo culturale (ogni cosa è giustificata nel contesto della sua cultura) e neppure nel multiculturalismo (coesistenza di comunità chiuse e separate); sono favorevole all’integrazione (mescolamento delle persone nel rispetto dei principi costituzionali); cerco, tuttavia, di avere il senso della relatività (e della reciprocità) per provare a temperare la mia parzialità. A volte mi riesce. Che il rifiuto della violenza abbia valore universale oppure no, lo affermo e lo rivendico contro qualsiasi cultura.

Allo stesso tempo, provo a vedere nelle altre culture ciò che è presente anche nella mia, per esempio proprio la violenza, il sessismo, il conformismo, l’etnocentrismo, per evitare di essere indulgente, garantista, razionale quando questi aspetti negativi riguardano «noi» e fustigatore, giustizialista, irrazionale quando riguardano gli «altri». Considero che pure gli «altri» possano avere uno sguardo molto severo su questi aspetti quando riguardano «noi». Cosa ne pensa il resto del mondo della «nostra» prostituzione, pornografia, pedofilia, mercificazione dei corpi femminili? Quando vogliamo togliere il velo alle donne, vogliamo emanciparle dalla sottomissione o metterle in mutande per il piacere dei «nostri» uomini? Come siamo interpretati? Per una donna musulmana, la donna occidentale è un modello di donna rispettata?

Provo a vedere differenze del tutto lecite: che altre genti, magari quelle che vivono da secoli in luoghi con più sole e più deserto, si coprano di più, abbiano un senso del pudore più forte, ed una spiritualità più intensa. Anche tra «noi» ci sono differenze e spesso perdiamo di vista quelle minoritarie o perdenti. Vi sono persone che provano imbarazzo nel mostrare il proprio corpo, perciò evitano spiagge e piscine e si sentono più a disagio nei mesi estivi. Un maggiore pluralismo nei costumi sarebbe più inclusivo, per tutti. Non siamo l’applicazione pratica di un libro. Le usanze esistono da prima dei libri. Alle usanze abbiamo dato e diamo significati diversi: devozione, appartenenza, status, conformismo, protesta, moda, eleganza, seduzione, preferenza: quella propria e quella di accontentare altri.

Le donne e i loro patriarchi

Esistono donne fedeli alla tradizione. Come pure esistono donne che vogliono bene ai loro padri, fratelli, mariti, anche quando questi uomini non sono meritevoli, e con essi vogliono rimanere in relazione, senza assumere la libertà come primo valore, o senza assumere determinati obiettivi di libertà come prioritari. Queste donne comunque trovano i modi di contrattare spazi di libertà e di potere e l’interferenza di una autorità «illuminista» può fargli danno. Sono cose che capitano tra noi, pure in situazioni molto diverse dalle relazioni affettive. Negli anni ’90, a sinistra, pensavamo alla riduzione dell’orario di lavoro. Avrebbe aumentato la libertà dei lavoratori e redistribuito l’occupazione. Un’idea ottima, molto razionale. Ma non fu appoggiata dal movimento sindacale e dai lavoratori; dicevano che doveva essere materia regolata nei contratti e non dalla legge. Essi non volevano lavorare di meno, anzi erano disposti a lavorare di più. La loro priorità era il salario, volevano aumenti salariali. Il capitalismo esiste anche con il sostegno dei lavoratori. I sindacati ed i partiti operai hanno ottenuto conquiste quando sono stati capaci di accordare i loro programmi agli obiettivi considerati prioritari dai lavoratori.

Così posso ammettere che le donne abbiano priorità (o desideri) differenti da quelle assegnate loro dalla mia idea di femminismo. Proprio tutte le donne. Possono esistere donne tradizionaliste che per propria volontà aderiscono ai precetti della propria religione, pure con un radicalismo superiore a quello degli uomini, come avviene nell’ebraismo ortodosso e nell’islam fondamentalista. Il patriarcato esiste da millenni. Con il sostegno, almeno parziale, delle donne. Può non piacere e può far rabbia (e a me ne fa tanta), ma le donne possono usare e usano la loro libertà anche per sottomettersi; per convergere con questa o quella istanza patriarcale; per schierarsi a supporto nelle guerre territoriali maschili, anche quando il territorio è lo stesso corpo della donne. Sono patriarchi gli uomini che ad oriente vogliono velare le donne. Sono patriarchi gli uomini che ad occidente vogliono svelarle; ben rappresentati da quei poliziotti di Nizza, che impongono ad una signora di svestirsi in spiaggia.

Il burkini incompatibile con i valori della repubblica per il governo francese, incompatibile con la sharia per i musulmani più conservatori. I costumi e le norme sui costumi, oltre il fotogramma che li fissa in un significato, hanno una traiettoria, si muovono verso una direzione. Per quanto sia sostenuto da alcuni laici e alcune femministe, l’editto francese contro le donne velate, recuperato dal repertorio colonialista, non è mosso dalla laicità (che nulla c’entra con l’esclusione della religione dallo spazio pubblico), né dal femminismo, né dall’illuminismo, ma dalla frustrazione di non aver saputo prevenire il terrorismo, dall’islamofobia e dalla volontà di competizione dei socialisti e dei gollisti con il fascismo del Front National.

L’ossessione per il velo islamico

Velo

Tra i temi in discussione sul burkini c’è la discussione stessa. Perché ne parliamo e perché così tanto. Siamo molto divisi, fino al punto da non essere d’accordo neanche sul vero tema in discussione. Per qualcuno, per esempio per me, il tema è la prescrizione su come ci si deve o non si deve vestire. L’idea della prescrizione, più del modo di vestire, dice dell’emancipazione, della libertà e della laicità.

Il burkini è l’ultima puntata della discussione sul velo: gli europei, da almeno due secoli, sono ossessionati dal velo islamico. In Europa, il velo è il simbolo dell’Islam per eccellenza. L’immagine fobica di Eurabia è rappresentata da una donna europea velata con i colori della UE. La paura ostile nei confronti dell’Islam è nobilitata da un ideale maschile profemminile: per la liberazione delle «loro» donne e la protezione delle «nostre».

Salvini-significato-veloEsprimiamo la presunzione arrogante di voler stabilire il vero significato del velo: l’oppressione e la sottomissione della donna. Così, lo percepiamo noi, perciò significa questo; lo dice un iman, c’è scritto nel Corano; non ci interessa il vissuto di chi lo indossa, per moda, per conformismo, per senso di appartenenza, per fede religiosa, per pudore, per opposizione ai genitori; come se i suoi significati fossero falsi. Il velo è indossato da millenni, da molto tempo prima che qualcuno decidesse in modo irriformabile e definitivo che cosa significa.

Diversa è l’idea di laicità. Alcuni la vivono in opposizione alla religione e credono sia laico escludere la religione dallo spazio pubblico: l’esclusione di una sola religione sarebbe un passo avanti nella giusta direzione. Altri vivono la laicità più laicamente come separazione tra stato e chiesa: ogni culto può stare nello spazio pubblico, nessun culto è quello ufficiale.

C’è una disputa identitaria, non solo tra «noi» e «loro», ma soprattutto tra «noi». Di fronte ad una identità diversa, ridefiniamo la nostra identità, in un tempo in cui già attraversiamo una profonda crisi di senso: nel prendere posizione, nel definire la posizione dell’altro, nel ridefinire la propria, diciamo chi siamo noi, se e quanto siamo laici, liberali, femministi, antirazzisti, occidentali, cristiani, etc.

Io, personalmente, percepisco nelle posizioni contrarie al velo, un sentimento di avversione ai musulmani, quella forma di razzismo che si chiama islamofobia, che tende a fare di milioni di musulmani in Europa i nuovi ebrei.

Sul burkini e i valori della repubblica

Silvia Ballestra - Madonna sud della FranciaEsiste uno sguardo, anche tra gli occidentali, che vede simboli al posto dei vestiti e religioni o ideologie al posto delle persone. Succede con una certa ossessione nei confronti dei musulmani. Succede in Francia – in reazione al terrorismo dell’Isis e all’inefficacia difensiva francese nel prevenire e impedire gravi attentati – con il divieto dei sindaci gollisti di indossare il burkini in spiaggia; divieto appoggiato da Manuel Valls, il primo ministro, che dichiara il burkini incompatibile con i valori della repubblica. In questo modo, la possibile libertà di svelarsi delle donne musulmane è trasformata in un obbligo imposto dagli uomini occidentali. Quando qualcosa, un indumento, è proibito o imposto per ragioni simboliche, il poterlo mettere o togliere contro la norma, diventa simbolo di libertà.

C’è da chiedersi quanti centimetri di pelle una donna debba scoprire, per non incorrere in incompatibilità valoriali con la repubblica, e quale differenza ci sia tra una repubblica laica e un regime teocratico, se entrambi dettano norme di abbigliamento femminile, a seconda del gradimento maschile dominante. In Italia, questa visione normativa, per ora, rimane confinata alla Lega Nord, ma una parte dell’opinione pubblica, anche femminile, simpatizza con la scelta francese.

Credo si possano capire il disagio, la paura, specie da parte delle donne, di forme esteriori vissute come oppressive e restauratrici di un passato patriarcale. Perciò, non condivido i toni offensivi e sprezzanti usati, magari da uomini, nei confronti di compagne e femministe che esprimono la loro critica al costume del velo. Vedo, tuttavia, il rischio molto forte di un atteggiamento pregiudiziale e paternalistico verso le donne musulmane, come se il dilemma del libero arbitrio si applicasse solo a loro.

Nei paesi occidentali, troviamo prostitute, attrici pornografiche, vallette prestate a rappresentazioni sessiste, modelle anoressiche, madri surrogate, casalinghe, mogli e fidanzate conviventi con partner maltrattanti, donne che si sottopongono alla chirurgia estetica, lavoratrici che indossano scarpe con tacchi altissimi. Quante di loro sono libere e consapevoli più e meglio delle donne musulmane che si velano? Quanta parte della loro condizione è commisurata ai valori repubblicani? Credo che nel giudizio sull’autonomia delle donne musulmane occorra più umiltà e che l’idea di un intervento normativo preventivo a loro tutela, che pure vuole sanzionarle, richieda molta cautela: meglio una donna in burkini che una donna esclusa dalla spiagga o dalla piscina. La sottomissione si contrasta con le politiche antiviolenza, il lavoro, l’inclusione, il superamento delle contrapposizioni identitarie, il dialogo e le relazioni.

D’altra parte conosciamo nei paesi mediorientali, ed anche in Occidente, donne velate affermate in politica, negli studi e nelle professioni. Il vissuto delle donne musulmane che scelgono di indossare il velo e raccontare le proprie motivazioni e i propri significati, è il primo punto di vista di cui tener conto. Se vogliamo davvero dargli forza, libertà e autonomia, non possiamo negargli credito e autorità.


Riferimenti:
(*) «La laicità non dovrebbe limitare i diritti ma difenderli» – Intervista. Nadia Bouzekri, Giovani musulmani d’Italia
(*) La consigliera Pd Sumaya Abdel Qader sul burkini: “Anch’io lo uso, illiberale vietarlo. La Francia usa la laicità per escludere” – Laura Eduati
(*) Vietare il burkini in spiaggia? Falso problema. Che fa sentire le donne musulmane ancora più discriminate – di Farian Sabahi
(*) Non solo il velo. In quali altre gabbie vengono rinchiuse le donne? – Lea Melandri
(*) Intorno al Burkini – bei zauberei – Costanza Jerusum
(*) Laicità che assomiglia al fondamentalismo – Bia Sarasini
(*) Cos’è il burkini e perché se ne parla – Le Monde tradotto da Internazionale
(*) Un giorno a Cannes sulle spiagge del burkini – Eva Morletto, Famiglia Cristiana
(*) Io, donna ebrea, sto dalla parte del burkini. A una condizione – Gheula Canarutto Nemni
(*) Burkini, vietarlo è un atto di libertà – Monica Lanfranco
(*) La dannata faccenda del burkini – Marina Terragni
(*) Libertà non è il Burkini – Giuliana Sgrena
(*) Lorella Zanardo: “Io femminista vi dico: vietare il burkini? È giusto. E di sinistra”

Sul sessismo ostile e recidivo del Fatto

Riccardo Mannelli - Lo stato delle cosce - Vignetta su Maria Elena Boschi - Il Fatto Quotidiano, 10 agosto 2016, pubblicata in prima pagina. La vignetta è accusata di sessismo.Il sessismo del Fatto Quotidiano si ripete nel tempo, da quando Maria Elena Boschi era ancora una sconosciuta. Il Fatto pubblica gli articoli misogini di Massimo Fini; ospita il blog di Marcello Adriano Mazzola, avvocato antifemminista, sostenitore della Pas e negazionista del femminicidio; assume come notista di punta, Andrea Scanzi, capace di insolentire persino i centri antiviolenza, per difendere Fabri Fibra che inneggia allo stupro, poi di prender parte alla canea insorta contro Laura Boldrini, rea di criticare la pubblicità perché rappresenta sempre la donna come una mamma che cucina e serve in tavola; prende a bersaglio la presidente della camera e le donne del PD, con frequenti riferimenti alla voce, ai vestiti, all’aspetto fisico; l’estate scorsa si è cimentato in un testo ironico che limitava alle donne con i piedi belli il diritto di calzare scarpe aperte. Ha come direttore e firma più autorevole Marco Travaglio, schierato dalla parte del M5S contro Laura Boldrini, quando Grillo chiede ai suoi seguaci cosa ci farebbero con la Boldrini in macchina; difensore di Franco Battiato, quando afferma che «il parlamento è pieno di troie», con un testo dal titolo eloquente «Il re è nudo la regina è troia»; sostenitore del principio egualitario secondo il quale è democratico che la presidente della camera riceva gli insulti che tutte le donne ricevono, nonché autore di numerose battute sulla ministra Boschi solo adatta a togliere la polvere sui davanzali del parlamento, a trattare di cellulite, prova costume, girovita, ricerca di fidanzati e desideri di maternità. Lei è la donna trivellata, quando lui titola sui PM che la interrogano. Vignettista del quotidiano è Vauro, che sculaccia la Fornero, la rappresenta vestita da squillo e si sbizzarisce in ripetuti doppi sensi dedicati a Maria Elena Boschi. Il sostituto estivo, Riccardo Mannelli, le dedica lo stato delle cos(c)e sotto il titolone di prima pagina: Boschi inconstituzionale, seguita dai relativi commenti. Cosa c’entrano le cosce con la Costituzione? La vignetta è stigmatizzata da Nadia Urbinati.

Oltre la consueta sacralità della satira, il Fatto Quotidiano si difende dalle accuse di sessismo con giustificazioni di questo tipo.

  • La libertà di espressione. Il giornale è pluralista e democratico, dà spazio anche ai maschilisti. Il che significa che sulle questioni di genere, il giornale non ha una linea e dà la parola un po’ all’uno e un po’ all’altro, ne fa occasione di intrattenimento, cosa che non fa su altri temi: la Costituzione, la questione morale, la legalità. Questo dipende dal fatto – come notò Michela Murgia – che il giornale vede il sessismo, non come una questione politica, ma solo come una questione di costume.
  • La parità. Quel che il giornale scrive contro personalità femminili lo scriverebbe anche contro personalità maschili. La cosa, in verità non avviene. È vero che il Fatto sa essere sgradevole anche contro suoi avversari maschi, ma non in termini che possano definirsi sessisti. Dire di un tale che è imbecille e disonesto, non va oltre la sua persona, non colpisce una appartenenza. Ma anche se avvenisse un sessismo contro gli uomini sarebbe innocuo, perché non in continuità con violenze, discriminazioni e svantaggi a danno degli uomini. Lo sfondo storico, culturale, sociale è patriarcale, stereotipi e pregiudizi verso un sesso o verso l’altro non pesano allo stesso modo e i rovesciamenti non sono riparatori.
  • Il benaltrismo. Ci sono cose più importanti per cui indignarsi: quel che va contro la democrazia, la questione morale, la pace, il lavoro. Ciò, può essere vero come opinabile. Disprezzare le donne produce effetti abbastanza gravi, che possono pure considerarsi i più gravi. Come che sia, l’austerity della UE sarà più o meno grave dell’avversione ai meridionali o agli immigrati, ma non ne discuto con un leghista.
  • L’inadeguatezza delle donne bersagliate. Questa giustificazione, come la precedente, ricorre nella difesa di Stefano Feltri e dello stesso Riccardo Mannelli. Boschi non ha argomenti, non sa argomentare quindi di lei rimane impresso solo l’aspetto fisico, che perciò viene ritratto nei disegni (e magari negli articoli). Tuttavia, l’inadeguatezza vera o presunta di Maria Elena Boschi non è diversa da quella dei suoi colleghi maschi, i quali non sono messi in evidenza per il loro aspetto fisico o per le fantasie sessuali che suscitano. Chi rimprovera mancanza di argomenti, dovrebbe metterci i propri, non il sessismo che è una povertà di argomenti assoluta. Nel dibattito politico, troppo spesso il dissenso è rimpiazzato dal disprezzo, che meglio parla alle pance e risparmia la fatica di argomentare e spiegare. Gli uomini hanno sempre giustificato la strumentalizzazione delle donne con il fatto che le donne sarebbero intellettualmente inferiori. Con Maria Elena Boschi si pretende di riesumare questo ciarpame misogino, che fa leva sullo stereotipo della bellona stupida. Calderoli potrebbe ritenere che Cecilie Kyenge non ha argomenti, non è capace ad argomentare e che l’unica cosa che di lei si nota è la sua pelle nera, così da sentirsi lui legittimato a trattare solo di questa. Come ha fatto. Cosa potrebbero obiettargli Feltri e Mannelli con la loro ricchezza di argomenti?

Io sono in dissenso con il partito, il governo, la riforma di Maria Elena Boschi e con lei stessa. Spesso mi fa incavolare, ma questo non mi porta a ritenere di essere superiore a lei sul piano intellettuale. In verità, non mi sento superiore neanche a Travaglio, Scanzi, Vauro e Mannelli. Stupisce che dei professionisti dell’informazione ostentino invece, in modo così adolescenziale, una tale presunzione.

Il Fatto Quotidiano non è l’unico giornale che fa ampie e frequenti concessioni al sessismo. È uno dei tanti. Questo è doloroso, perché il Fatto è il giornale di opposizione, occupa il posto che un tempo era dell’Unità o del Manifesto. Inoltre, Travaglio è stato un simbolo dell’antiberlusconismo, l’archivio vivente dell’opposizione democratica. C’è ancora, nei confronti di questi giornalisti un’aspettativa civile molto alta. Lascia perplessi la loro estraneità al femminismo, uno dei più importanti movimenti di liberazione, forse il più importante. Una parte del Fatto, Travaglio stesso, proviene da destra, ma può evolvere, su tante cose si è evoluto. Scanzi, invece, proviene da sinistra, ma non è meglio.
Sul sessismo giocano varie ambivalenze. La più grossa, già analizzata da Chiara Volpato, è quella che distingue una versione benevola da una versione ostile. In quella benevola sono omaggiate le virtù femminili favorevoli al maschio e lei è trattata come una principessa. Un atteggiamento ritratto da Balzac nell’idea che la moglie è una schiava che bisogna saper mettere sul trono. Nella versione ostile le donne sono trattate da prostitute. I due sessismi convivono e si alternano nella stessa società e nelle stesse persone. Tanto più è forte il sessismo ostile tanto più le donne imparano ad apprezzare quello benevolo. Il bastone e la carota, insomma. In una società patriarcale evoluta, stabile, pacifica, ordinata, il sessismo benevolo è egemone. Questo può far credere a qualche ribelle che il sessismo ostile sia anticonvenzionale, trasgressivo, rivoluzionario: il disprezzo delle donne ostentato dal manifesto futurista; tanta parte della pornografia confusa con la liberazione sessuale; il riscatto sociale metaforizzato nel proletario che violenta l’aristocratica o la borghese, come in varie scene di film degli anni ’60 e ’70, il più famoso quello di Lina Wertmüller con Giancarlo Giannini e Mariangela Melato.
I giornalisti maschi del Fatto, faticano a comprendere le critiche ricevute, si sentono richiamati al sessismo benevolo (spesso questo richiamo, in effetti, c’è), ricadono nella ripetizione, perché sono immersi in questa visione delle cose. E vedono cosce. Oppure no, oppure sono soltano una vecchia banda di arrapati allevati dal Drive in degli anni ’80.

Titolo offensivo. Direttore rimosso

Guendalina Sartori, Lucilla Boari e Claudia Mandia

Il direttore del Quotidiano Sportivo del Resto del Carlino, Giuseppe Tassi, è stato rimosso dal suo editore, Riffeser Monti, per aver titolato «Il trio delle cicciottelle sfiora il miracolo olimpico» un articolo dedicato alla sconfitta nella finale olimpica per il terzo posto di Guendalina Sartori, Lucilla Boari e Claudia Mandia, le tre atlete italiane di tiro con l’arco. Il titolo è stato molto stigmatizzato sui social. Tuttavia, ad alcuni, per esempio a Beppe Severgnini, la rimozione del direttore è parsa eccessiva e forse anche ipocrita: per un errore sono sufficienti le scuse; altri titoli peggiori restano impuniti; la sanzione agita lo spettro dell’autoritarismo; il licenziamento fa impressione.

Va detto che il direttore, in pensione il prossimo 30 settembre, è stato rimosso dall’incarico, non licenziato dal posto di lavoro. A motivo delle dimissioni è possibile ci sia anche un po’ di nazionalismo sportivo, poiché sono state offese atlete italiane impegnate nella più prestigiosa competizione internazionale e proprio dopo una importante sconfitta: in tal caso, il sostegno rispettoso della stampa può essere visto come un dovere. Così la vede il presidente della Federazione Italiana Tiro con l’Arco, Mario Scarzella, che per quel titolo ha scritto una lettera di protesta al Resto del Carlino. In ogni caso, non è male che i responsabili di titoli e articoli ispirati a cattivo gusto, volgarità, sessismo, razzismo, bullismo, goliardia, possano essere dimessi.

Il trio delle cicciottelleSe fossi l’editore del giornale, un direttore che fa titoli di quel genere non lo vorrei, non avrei fiducia in lui. Qualificare tre giovani atlete come «cicciottelle» in un titolo di giornale, non è un semplice errore, come potrebbe essere un errore nozionistico o procedurale. È un linguaggio, dice di uno sguardo, un modo di pensare, uno stile: definisce gli altri, specie le donne, per il loro aspetto fisico, per i loro veri o presunti difetti estetici; pretende di fare un complimento o di essere divertente con parole offensive; trasferisce nel testo scritto e pubblicato, che ha sempre un’autorità, un effetto educativo, la volgarità delle battute da bar, per essere popolare. Altri editori possono apprezzarlo ed assumerlo. Perciò, ha poco senso fare confronti e graduatorie tra titoli, per dire «Se non tocca agli altri, allora non deve toccare neanche a lui». Obiezioni che si possono fare ad un giudice o al comandante dei vigili, ma non ad un editore che sceglie quali contenuti pubblicare, con chi collaborare per poterlo fare al meglio, e magari anche di dare il buon esempio.

Gli insegnanti del sud e il giornalista del nord

Fabrizio Rondolino vs Insegnanti del Sud

(…) l’aspetto che più mi ha colpito, e su cui vi invito a riflettere, è il totale fraintendimento del mio tweet. In altre parole, centinaia di persone (fra cui molti docenti) non sono state in grado di comprendere una frase elementare.
“Se gli ingegneri di Torino che cantano a Bardonecchia fossero intonati, almeno riconosceremmo le canzoni”. Che significa questa frase? Che tutti gli ingegneri di Torino sono stonati? No, significa che gli ingegneri torinesi che in questo momento stanno facendo uno spettacolo a Bardonecchia – loro, soltanto loro – non sono intonati. Degli altri ingegneri, di tutti gli altri ingegneri, la frase non dice nulla.
Il mio tweet nasceva dallo spettacolo avvilente di un gruppo di insegnanti (mi pare di Napoli) che inveivano contro la riforma della scuola e contro il governo con una forte inflessione dialettale, una sintassi decisamente zoppicante e un tono di voce più adatto ad un pescivendolo indaffarato che ad un professore.. È di questa scena, vista in televisione, che parla il tweet: “Se gli insegnanti del Sud che urlano in tv conoscessero l’italiano, almeno capiremmo che vogliono”. Degli altri insegnanti, di tutti gli altri insegnanti (del Sud, del Nord e del Centro), la frase non dice nulla.
Centinaia di persone, diversi siti di insegnanti e persino il Fatto hanno invece capito che tutti gli insegnanti meridionali sono analfabeti, e di conseguenza si sono scatenati accusandomi di razzismo, fascismo, leghismo e quant’altro. Sono accuse che, naturalmente, non mi sfiorano neppure, come ben sa chi mi conosce, e dunque non meritano risposta. (…)
Fabrizio Rondolino – 8 agosto 2016

Le persone accusate di razzismo (o sessismo) spesso provano a difendersi usando argomenti ed equivalenze formali. Tipo: «Non mi riferisco a tutti i neri» e «Lo potrei dire anche ai bianchi». Tuttavia, il razzismo è una questione politica e culturale, non una mera questione formale. Se scrivo: «I neri che non si lavano puzzano», la mia frase è corretta e forse pure inconfutabile. Lo stesso se scrivo: «Gli ebrei che prestano denaro ad elevato tasso d’interesse sono degli strozzini». O ancora: «Le donne che non sanno guidare intralciano il traffico». Queste frasi non attribuiscono un dato a tutti i neri, gli ebrei, le donne, ma solo a quelli che si comportano in un certo modo. Quindi, manca la generalizzazione. Inoltre, all’occorrenza, secondo quel comportamento, ci si può riferire anche ai bianchi, ai cattolici, agli uomini. Quindi, manca la discriminazione. Ergo: queste frasi non sono razziste. Formalmente.

In sostanza invece lo sono. Indicano un soggetto di appartenenza in modo del tutto superfluo ai fini di quello che vogliono comunicare – se il punto sono quelli che non si lavano, che prestano denaro ad usura, che non sanno guidare, che importa che si tratti di neri, ebrei, donne? – e giocano su luoghi comuni associativi negativi (nero/puzza; ebreo/strozzino; donna al volante/pericolo costante) che hanno sempre fatto da veicolo al disprezzo con effetti discriminatori. Che l’associazione sia circoscritta vuol solo dire che la tradizionale offesa razzista scatta solo contro quelli che trasgrediscono e, nel caso del nel tweet di Fabrizio Rondolino, giornalista renziano (e torinese), scatta anche senza pertinenza: cosa c’entra il dialetto di chi protesta con le ragioni della sua protesta?. Gli ingegneri o i torinesi associati al canto stonato non ci dicono nulla. Invece, i meridionali associati a ignoranza, analfabetismo, delinquenza, indolenza, sono una vecchia storia del razzismo torinese e settentrionale, insieme con il fastidio ostentato per le loro inflessioni dialettali. Altri pregiudizi ci sono noti, quelli dei cuneesi che non sanno guidare o dei genovesi attaccati al denaro, ma ci fanno solo sorridere, perché non sono mai stati usati per provocare o giustificare uno svantaggio a loro danno. Gli insegnanti del sud tornano ad essere disprezzati perché protestano contro qualcosa che, nel dualismo nord/sud tocca solo a loro e di nuovo a loro: il trasferimento lavorativo al nord.

Nel merito della vicenda, mi sento d’accordo con Christian Raimo. Ad ogni modo, che i trasferimenti siano necessari o l’esito di un pasticcio burocratico, di una ingiustizia e di una cattiva politica della scuola al sud, possiamo comunque immaginare il disagio degli insegnanti che, per mantenere il lavoro, devono emigrare, separarsi dal loro ambiente, dalle loro relazioni, dalla loro famiglia e affittarsi una casa lontano, che si mangerà buona parte del loro già basso stipendio. Diciamo gli insegnanti, ben sapendo che in netta maggioranza sono le insegnanti, sono donne, spesso gravate dalle responsabilità familiari molto più degli uomini, con figli bambini che vanno a scuola o genitori anziani da assistere. Anche se non la si condivide, la loro protesta si può capire. Provocarle per irritarle è molto peggio che non sapere l’italiano.

Intolleranti troppo tollerati

Jo CoxUn articolo di Repubblica mostra una rassegna di insulti rivolti alla presidente della camera dai giornali di destra, dal M5S, dalla Lega Nord e dal loro seguito sui social media. L’articolo non commenta e non giudica, come se la sola esposizione degli insulti producesse un effetto denuncia. Forse per alcuni, per altri produce rinforzo e rilancio.

Questi insulti, espressione di una cultura intollerante a sfondo sessista e razzista, vogliono colpire la donna al potere e le sue idee in difesa delle donne, dei migranti, della convivenza civile. Una cultura dell’odio che comunica con la violenza verbale fino alla minaccia e all’istigazione, indifferente al rischio di provocare un’assassinio come quello della deputata laburista inglese Jo Cox. Un modo di pensare che nella quotidianità già produce violenza e morte.

Insieme a questo, c’è dell’altro. Ci sono l’indulgenza e l’indifferenza di tanti politici e giornalisti verso i comportamenti violenti. Una neutralità dettata da ragioni politiche, per tenere a bada posizioni umanitarie, femministe o di sinistra, e da ragioni commerciali, per fare spettacolo, generare traffico e pubblico. Agli insulti e alle minacce reagiscono i simpatizzanti, i portavoce, qualche parlamentare, ma in genere tacciano le autorità istituzionali, i leader, i direttori, anche quando si passa il segno in modo inaudito. I giornali, con i loro titoli, si prestano a fare da megafono agli odiatori; sulle agenzie di stampa, gli insulti sessisti, le minacce, le istigazioni diventano «toni alti», «parole forti», «attacco frontale», e le reazioni indignate sono «polemica» o «bufera» (sul violento verbale, magari gettonato ospite dei talk show).

Laura Boldrini e ChinyeryLaura Boldrini è una donna forte, la migliore personalità dell’attuale quadro politico. In rete, non è solo odiata: la sua pagina è seguita da oltre 200 mila fan. Si è esposta più volte, in prima persona, in difesa di Cecilie Kyenge e delle vittime meno note della violenza razzista e sessista. Mantiene le sue posizioni e non si lascia intimidire. Tanta parte della politica, dell’informazione, della società, non sembra altrettanto forte: come quei personaggi che, a scuola o nelle bande di quartiere, non sono il bullo, ma restano indifferenti o tifano per il bullo, che grazie a loro si sente vincente o impunito.

L’Unità, in un articolo peraltro apprezzabile, ci spiega che «Sebbene sia ormai chiaro a tutti che l’hate speech, ossessivamente ripetuto dai leader e compulsivamente rilanciato dai social network, è una causa oggettiva di violenza e spesso di morte, le società liberali non possono per statuto censurare nessuna affermazione: gli atti sono perseguibili, le parole mai». Il che non è vero. L’ingiuria, la diffamazione, la calunnia, l’istigazione a delinquere sono reati compiuti con le parole e riconosciuti in tutti gli stati liberali. Non c’è motivo di pensarla diversamente quando tali reati si danno un significato politico.

Con ciò, non penso che la soluzione stia nella risposta giudiziaria – valuto caso per caso – ma volerla negare per principio, fa parte di quella confusione che comprende la violenza verbale e la violenza psicologica nella libertà d’espressione e finisce per considerarla accettabile, dunque utilizzabile anche solo di sponda. Al contrario, un padre del liberalismo, Karl Popper, rivendicava «nel nome della tolleranza, il diritto a non tollerare gli intolleranti».

La presunzione di connivenza per i musulmani

Moschea di Torino

Secondo La Stampa, gli aspiranti califfi vogliono mandare al potere i razzisti in Occidente e creare le condizioni per innescare la guerra di civiltà. Secondo me, possono darsi un obiettivo più ambizioso: trasformare i democratici in razzisti in modo che la guerra di civiltà diventi la psicologia dell’opinione pubblica. In questo senso, l’ultimo buongiorno di Massimo Gramellini vale più di un leghista ministro.

Succede, dopo un attentato di matrice jihadista o presunto tale, che professionisti del giornalismo si appellino ai musulmani moderati affinché facciano sentire la loro voce contro il terrorismo, come se condanne e manifestazioni delle associazioni musulmane non vi fossero mai state o non fossero credibili. Il direttore creativo della Stampa va oltre e chiede atti di denuncia giudiziaria, indicando come modello Guido Rossa, sindacalista comunista, ucciso dalle BR nel 1979, per aver denunciato un brigatista nella sua fabbrica.

Il parallelo storico tra il terrorismo islamista e gli anni di piombo in Italia stabilisce un’equazione molto astratta: i brigatisti stanno ai jihadisti come i comunisti stanno ai musulmani moderati.

Le BR erano un partito verticale, formato da cellule isolate dipendenti dal vertice; compivano attentati dimostrativi e simbolici contro un ordinamento democratico. Quel partito armato fu sconfitto, non tanto perché gli operai comunisti gli fecero il vuoto intorno, quanto perché non gli fecero mai il pieno. Ad aver ragione di circa un migliaio di militanti terroristi furono, non le denunce operaie, ma le dissociazioni dei brigatisti in carcere, che denunciarono gli ex compagni, per poter usufruire degli sconti di pena, previste dalle leggi d’emergenza. Il Jihadismo è un insieme di gruppi e di lupi solitari, che agiscono spesso in autonomia a livello globale, in un contesto che va dalle macerie delle guerre occidentali in Medio Oriente, dove svolge anche opera di Welfare, all’emarginazione sociale ed esistenziale degli immigrati di terza generazione nelle periferie europee, in particolare in Francia, paese ex coloniale, in prima linea della guerra in Siria contro l’Isis.

Il PCI era un grande partito di massa, retto da un apparato gerarchico, che agiva nella fabbrica e nei quartieri operai, cioé nel contesto di grandi integratori sociali, e conduceva contro il terrorismo una lotta per la legalità repubblicana e pure per risolvere un suo complesso di legittimazione. I musulmani (moderati o no, comunque, non violenti) sono decine di milioni di persone in Europa; non sono inquadrati in un partito e nemmeno in una chiesa, non si può pretendere si diano una linea politica, come se avessero un comitato centrale.

Guido Rossa fu l’eccezione, non la regola. Egli fu ucciso, dopo essere stato lasciato solo dai suoi compagni delegati a denunciare il brigatista della sua fabbrica. Negli anni più recenti, abbiamo scoperto che i piemontesi e i lombardi evitano di denunciare l’ndrangheta e la mafia come i calabresi e i siciliani. Da molte pagine di cronaca nera, apprendiamo che spesso un assassino è per i suoi conoscenti una «brava persona» che nessuno avrebbe mai immaginato capace di commettere un delitto. Per l’omertà, basta la paura, per l’indifferenza o la semplice non conoscenza bastano contesti urbani senza socialità, non occorre ipotizzare una cultura o addirittura una perversa solidarietà religiosa e (razziale?), salvo credere che la paura sia un’istinto della nostra cultura superiore, mentre gli altri siano più predisposti al martirio ed abbiano solo da scegliere se porlo al servizio del bene o del male.

Tra i nostri valori, a fondamento della nostra civiltà giuridica, c’è la presunzione di innocenza. È un bel guaio, se le nostre firme ritenute più valide congetturano, per i musulmani, la presunzione di connivenza, poiché a parer loro una lingua, una religione, una nazionalità in comune farebbero un rapporto di complicità fino a prova contraria. Di questo passo, è logico che l’antirazzismo diventi lo scambio di un patto (tra chi?) e non un principio incondizionato.

Poiché parlo la stessa lingua di Gramellini e condivido con lui la cultura laica, la nazionalità italiana e la residenza comunale, sento il bisogno di dissociarmi da quanto scrive, pur senza essermi mai sentito associato ad una visione secondo la quale l’Occidente accoglie stranieri potenzialmente ingrati e complici di un nemico. Una visione che rimuove: il debito coloniale; il lavoro e il contribuito degli immigrati; la distinzione tra appartenenza religiosa e nazionale. Molti musulmani sono europei convertiti, molti altri sono figli di seconda e terza generazione, nati e cresciuti in Europa, quindi non ospiti, ma cittadini europei.

A proposito di lingua, trovo poco sensata l’idea di imporre l’italiano nelle moschee, con l’ingenuo retropensiero che nei luoghi di culto musulmani si diffondino in lingua araba idee e propositi criminali. Un tale obbligo imposto dallo stato laico alla liturgia religiosa, non potrebbe generare un clima di nuova fratellanza, secondo i migliori propositi del direttore contraddetti da tutto il suo articolo all’insegna del «noi e voi». Sarebbe più utile fosse lui ad imparare l’arabo. Conoscerebbe meglio un’altra cultura e potrebbe più efficacemente vigilare con le sue stesse orecchie.

Stranieri e case popolari a Torino

Case popolari Torino

Alla direzione regionale del PD piemontese, Piero Fassino ha dichiarato che l’immigrazione in Italia sta superando la soglia oltre la quale diventa ingovernabile e può travolgerci. In campagna elettorale è stato il tema che sempre le persone gli mettevano davanti. Il più sentito nelle periferie dove gli immigrati sono visti in competizione per la casa, il lavoro, il welfare e dove il PD ha avuto i risultati peggiori. Per esempio, nell’assegnazione delle case popolari, il criterio basato sulla composizione dei nuclei familiari premia sempre più spesso le famiglie immigrate, che fanno più figli. Bisogna domandarsi fino a quando la graduatoria unica è sostenibile.

L’allarme di Fassino trova una sponda nella richiesta di Marcello Mazzù, presidente dell’Agenzia territoriale per la casa (ATC), di rivedere la legge regionale del 2010 approvata dalla maggioranza di Mercedes Bresso. La nuova legge ha abrogato i tre anni di lavoro regolare necessari ai soli stranieri per poter accedere alle assegnazioni. Così, le case popolari assegnate agli immigrati sono aumentate dal 10-15% al 30%. A fronte di una popolazione straniera solo del 15%, sottolinea Repubblica.

Tuttavia, vedere una ingiustizia nel divario percentuale tra assegnatari e residenti è molto arbitario. Gli stranieri sono presenti in misura differente nei diversi gruppi sociali. Sono di più tra gli inquilini come sono di meno tra i proprietari. Il rapporto da osservare è quello tra richiedenti e assegnatari. Allora si vede che le proporzioni tornano, anzi sono ancora a vantaggio degli italiani. Infatti, i non italiani assegnatari sono il 39% nel 2015 a fronte di un 53% di richiedenti, mentre gli italiani assegnatari sono il 61% a fronte di un 46% di richiedenti.

Inoltre, va notato che la percentuale di immigrati assegnatari non sta aumentando in modo esponenziale: è triplicata con l’entrata in vigore della nuova norma tra il 2012 e il 2013, per poi stabilizzarsi. La definizione dei requisiti a prescindere dalla nazionalità dei richiedenti rispetta il principio costituzionale dell’eguaglianza davanti alla legge ed è in linea con il proposito di accogliere, integrare, regolarizzare la presenza degli stranieri in Italia. Mi domando infatti cosa significhi invocare il governo del fenomeno, se poi ci si mette sul piano inclinato delle segregazioni, per poter lasciare in mezzo alla strada le famiglie immigrate più numerose.

Mi chiedo ancora come si possa governare l’immigrazione, nello schema della guerra tra poveri, con la scelta di stare dalla parte dei nostri poveri. Un buon governo richiede una politica di giustizia tra tutti i ceti sociali. A Torino, il 68% delle case popolari è stato costruito prima del 1981 e il 18% tra il 1981 e il 1990. Si possono dunque fare nuovi investimenti pubblici per costruire nuove case popolari, se le assegnazioni risultano insufficienti. Oppure si possono indurre i proprietari di alloggio ad affittare ad un costo accessibile le case sfitte esistenti in città (30 mila secondo il censimento del 2001).

Infine, c’è qualcosa che è possibile fare subito e non costa nulla: riconoscere il ruolo decisivo degli immigrati nel mantenimento del nostro welfare. Che l’assegnazione di alcune centinaia di alloggi popolari a persone immigrate, in una grande città del nord, faccia parlare l’ex primo cittadino di ingovernabilità e travolgimento, con conseguenti titoli sui giornali, finisce per rinforzare paura e ostilità. Un conto è comprendere un sentimento popolare diffuso, un altro è farsi megafono della pancia, per trattare gli immigrati come capro espiatorio dell’insicurezza sociale. E della sconfitta elettorale.

La presenza immigrata a Torino è, tra l’altro, in calo. Sono 136.262, in diminuzione, per il terzo anno consecutivo, di n. 1.814 unità i cittadini stranieri residenti, pari al’15% della popolazione totale (come dal 2013, mentre nel 2012 costituivano il 16% della popolazione totale).

L’importanza di dire sindaca

Sindaca Virginia Raggi - Sindaca Chiara Appendino

Gentile Barbara Spinelli. Ma davvero il problema è di dire avvocata invece che avvocato? Sindaca invece che sindaco? Io sono un persono abbastanza concreto, non sono certo un idealisto, ma questa cosa della a e della o, non è un po’ una stronzata? Io credo che tutte le persone e i personi di buon senso capiscano che se Maria è sindaco non è che ha cambiato sesso. E adesso magari mi diran che sono maschilisto.
Natalino Balasso – 21 giugno 2016

Più di uno ha il problema molto importante di stabilire che sia un problema poco importante la declinazione al femminile delle cariche pubbliche e delle professioni di prestigio, quando ricoperte da una donna. Secondo lui, il maschile, finché d’uso abituale, può andar bene per tutti (inclusivo di tutte). Pensarla in modo diverso, dirlo e scriverlo, significa fare una crociata. A cui, pare, occorre rispondere con una controcrociata.

Poiché sono un uomo, qualsiasi ruolo abbia interpretato, sono sempre stato chiamato con il genere che mi corrisponde. In questo modo, ho sempre visto e sentito chiamare gli altri uomini, miei simili. Inoltre, nella storia e nella contemporaneità, la mia soggettività, quella maschile, non è mai stata negata. Anzi, essa ha sempre preteso, e tuttora pretende, di essere neutra, universale e inclusiva della soggettività del sesso opposto. Di un uomo importante si può capire e nominare il genere sessuale. Di una donna importante, basta capirlo, ma non lo si può nominare altrimenti suona strano, forzatocacofonico, ridicolo. Così, per me personalmente, la declinazione al femminile dei ruoli di potere non è un problema. Tuttavia da questa posizione sarei imbarazzato nel voler spiegare ad una donna, un’avvocata, una femminista, quali devono essere suoi problemi importanti, le sue priorità, il suo buon senso. Magari lei sa cogliere il nesso tra un problema e l’altro (specie quando sono i suoi) meglio di quanto sappia fare io.

Un problema, in effetti, lo può diventare, se presto attenzione alle regole grammaticali, per amore della lingua italiana; e lo diventa se presto attenzione alle ragioni simboliche e politiche, per amore di giustizia. Entrambe sono ben spiegate dall’Accademia della crusca.

Le resistenze all’uso del genere grammaticale femminile per molti titoli professionali o ruoli istituzionali ricoperti da donne sembrano poggiare su ragioni di tipo linguistico, ma in realtà sono, celatamente, di tipo culturale; mentre le ragioni di chi lo sostiene sono apertamente culturali e, al tempo stesso, fondatamente linguistiche.
Cecilia Robustelli – Accademia della Crusca, marzo 2013

Per provocazione o per ignoranza, gli oppositori della declinazione al femminile, controbattono con analogie scorrette, tipo: se bisogna dire sindaca quando è una donna, allora bisogna dire piloto, poeto, autisto, etc quando è un uomo. Va dunque ricordato che:

  • sono maschili quasi tutti i nomi con desinenza in -o; i nomi (in gran parte di origine straniera) terminanti in consonante; alcuni nomi con desinenza in -a, soprattutto di origine greca e di uso tecnico o scientifico.
  • Alcune parole (come insegnante, giornalista, fisiatra, amante) hanno un’unica forma invariabile per il maschile e il femminile.
  • I nomi maschili che terminano in -o formano il femminile cambiandolo in -a; i nomi maschili che terminano in -a, e i nomi di forma invariabile possono segnalare il genere con la presenza dell’articolo o di un aggettivo.
  • Ci sono poi (poche) parole di genere femminile usate anche per gli uomini, tuttavia, si tratta solo di possibili sinonimi di nomi maschili, per esempio: persona al posto di individuo, singolo, uomo; o guardia al posto di custode, vigile, sorvegliante, secondino.

Ciò detto, la questione è simbolica. E le questioni simboliche sono importanti, perché riguardano il significato che diamo alla realtà. Lo sono ancora di più, quando quel significato è dato in modo inconsapevole e naturale. Cosa significa, nel linguaggio corrente e giornalistico, che i ruoli umili siano declinabili al femminile e i ruoli di prestigio siano adoperati al maschile per entrambi i sessi?

Le ragioni culturali

Una giustificazione neutralizzante dice che usiamo il genere maschile nei ruoli occupati da sempre dagli uomini; dato che quei ruoli iniziano ad essere occupati anche dalle donne, piano piano inizieremo ad usare anche il genere femminile. In questa giustificazione c’è del vero e c’è del falso. Operaia si dice con facilità, anche se le operaie sono poche. Una donna in miniera è una rarità, ma non è il minatore, una donna sulle impalcature non è il muratore. Per quanto introvabile, una donna addetta all’installazione e alla manutenzione delle tubazioni dell’acqua, è in tutta tranquillità un’idraulica. Una donna in marina sarebbe facilmente una marinaia. Una donna che guida il taxi non è il taxista ed una che guida il camion non è il camionista. Quando il lavoro è collocato nella parte inferiore o intermedia della gerarchia sociale, pur se monopolizzato dagli uomini, si declina al femminile anche per poche e rare donne. Laura Boldrini, è presidente della camera. Per molti è il presidente; fosse tranviere, per nessuno sarebbe il tranviere.

Nei ruoli di prestigio e di potere resiste (ed è una strenua resistenza) la declinazione maschile, che vuole essere neutra. Ciò significa che in quei ruoli le donne sono considerate uniche, eccezioni transitorie, parentesi, oppure donne che si fanno uomo, assumono regole, requisiti e parametri maschili per essere competenti e adeguate come lo sarebbe un maschio. Da questo punto di vista, non sono sminuite dall’essere chiamate come un uomo, anzi sono elevate alla maschilità, poiché l’autorevolezza e il valore sono maschili. Infatti, vi sono donne, come Maria Elena Boschi, che vogliono essere chiamate il ministro.

Tutto questo può essere riconfermato, riprodotto, rinforzato dal linguaggio che scegliamo di usare. Oppure smentito. Un nuovo linguaggio può affermare che l’autorità, il carisma, il valore sono anche femminili e nominarli come tali quando sono incarnati da una donna.

Qualche volta chiamiamo crociata un conflitto condotto con fanatismo. Molte volte, chiamiamo crociata soltanto un conflitto che rifiutiamo. Spesso le donne aprono conflitti che gli uomini rifiutano e per rifiutarli reagiscono con la censura, il dileggio, l’insulto, la violenza. Il linguaggio non è pura e vergine spontaneità, è territorio di conflitto, fa egemonia, come Gramsci diceva della toponomastica (territorio prossimo alla battaglia sull’uso delle parole).

È vero che un linguaggio nuovo bisogna soprattutto parlarlo e scriverlo. Ciò non esclude il mettere in discussione l’uso del linguaggio tradizionale, anche se questo può ottenere effetti contrari, come quel leghista che, rivolto a Laura Boldrini, dice per dispetto il signor presidente. I conservatori possono continuare a parlare la loro lingua, ma ormai sanno che, appunto, è soltanto la loro lingua, un codice limitato, parziale, sessista, condiviso sempre più soltanto tra simili. Il punto, per me, nell’immediato, non è ottenere che tutti adoperino per dovere la corretta declinazione al femminile. Il punto è violare l’autorità patriarcale del linguaggio, rompere con l’idea che il linguaggio sia neutro e viva soltanto di vita propria, indiscutibile e insindacabile. Le donne hanno posto la questione del sessismo nel linguaggio. C’è da scegliere come parlare e assumersene la responsabilità, senza nascondersi dietro giustificazioni neutralizzanti e benaltriste.