L’odio in rete e il fantasma della censura

ludolf_bakhuizen_-_ships_running_aground_in_a_storm

Di fronte alla violenza maschile, un uomo deve dire qual è il suo ruolo, non quale dev’essere il ruolo di una donna, fosse pure la prima donna. Sta a lui, non a lei, dare l’esempio giusto. Il primo esempio è non colpevolizzare la donna, non stigmatizzarla, non riesporla alla violenza. Anche se lei è la presidente. Comportarsi in modo scorretto nei confronti della donna più importante, dà una pessima indicazione al comportamento maschile nei confronti delle altre donne.

Questo per dire di un post di Massimo Mantellini, blogger di Manteblog, direttore del Punto informatico, considerato tra i pionieri italiani del web. Sul suo ultimo articolo, stesso tema, ha detto molto bene Gino Roncaglia. Condivido tutte le sue critiche.

È inammissibile mettere sullo stesso piano Laura Boldrini e i suoi odiatori con un titolo completamente sbagliato; i suoi odiatori esprimono una violenza a sfondo sessuale, uno stupro simbolico collettivo, uno stalking che dura da troppo tempo, una violenza diversa e più grave del semplice hate speech (istigazione all’odio); perciò lei ha fatto bene a denunciare in pubblico gli insulti e le minacce ricevute con il nome degli autori, perché contro quella violenza non basta una reazione privata; l’unica persona del gruppo degli odiatori intervistata dai giornali è anche l’unica donna del gruppo, il suo caso non può essere generalizzato per spiegare quella violenza; il problema di nuove regole contro l’odio in rete esiste, bisogna discutere di quali regole e di come applicarle; non è affatto vero che in altri paesi non se ne discuta.

Deboli le giustificazioni di Mantellini, con le quali va a finire dritto in quel birignao fra quello che si dice e quello che si intendeva dire: vuole evitarlo ai politici, ma non a se stesso. Il pioniere del web vede in Laura Boldrini (la chiama IL presidente della camera), non tanto la donna aggredita, quanto IL rappresentante del potere politico, che approfitta degli insulti ricevuti per imporre restrizioni al web. In tal modo, egli mette sullo sfondo la violenza sessista e rimette lei al centro del bersaglio; così lancia un messaggio molto diseducativo agli odiatori, nonostante egli confidi molto nell’educazione e nella scuola.

Ai tempi dei pionieri del web, gli odiatori si esprimevano in una realtà virtuale frammentata tra newsgropus, mailing list, forum, blog. Oggi si esprimono in una realtà virtuale unificata e resa ambiente globale dai grandi social-network. Si riconoscono come gruppo, si legittimano a vicenda, si strutturano intorno a proprie pagine o alle pagine dei loro leader; insieme si danno forza e senso di impunità, tanto da non aver né timore, né vergogna di esprimersi con nome, cognome e foto tessera. I loro insulti e le loro bufale prendono la forma di ondate persecutorie shitstorm (tempeste di merda), che possono rovinare una persona, la sua reputazione, fino ad indurla al suicidio o esporla al rischio di essere uccisa, come accaduto alla deputata laburista britannica Jo Cox.

Alcuni filosofi teorizzano che dopo la rivoluzione digitale sovrano è colui che dispone delle shitstorm in rete. Ricordo fu Grillo a sollecitare il milione di utenti della sua pagina, a domandare loro cosa ci farebbero con la Boldrini in macchina. Ed ho presente gli insulti, sia pure ad un livello meno grave, ricevuti per qualche giorno da Pierluigi Bersani, reo di aver scelto il NO al referendum costituzionale, allorquando un editorialista dell’Unità lo squalifica come uomo squallido, senza principi, intimamente vigliacco, un giornalista peraltro autore di un bell’articolo sull’hate speech, dunque già potenzialmente diplomato alla scuola di Massimo Mantellini. Possiamo citare pure il Fatto Quotidiano su Maria Elena Boschi e tanti altri esempi ancora, in Italia e all’estero fino alla violenta campagna dei sostenitori di Trump contro Hillary Clinton, nelle presidenziali americane.

Allora, non ci troviamo in una situazione stereotipata dove da un lato collochiamo un popolo ignorante che insulta per incompetenza e dall’altra un’élite permalosa, che ne approfitta per imbavagliare. Ci troviamo in una situazione nella quale la violenza simbolica diventa strumento di lotta politica agita dal potere politico e mediatico. È finanche la home page dell’Espresso a strizzare l’occhio agli odiatori di Laura Boldrini e a sollecitarli. Non solo i gruppi estremisti, anche i grandi partiti mettono in campo milizie virtuali abili a fronteggiarsi in attacco e in difesa e a schiacciare personalità pubbliche isolate o esponenti di piccole minoranze civili, oltre a molte persone comuni.

In conclusione, no, non basta una normale e privata denuncia per diffamazione, un po’ di istruzione e un po’ di rafforzamento della polizia postale. La politica, come si è data delle regole di convivenza nella vita pubblica, per evitare gli scontri fisici e le guerre civili deve oggi darsele in rete. E deve darne agli amministratori dei grandi social-network, che preferiscono affidarsi alla valutazione degli algoritmi che a quella delle persone, che costano uno stipendio, e traggono profitti e vantaggi commerciali dai grandi volumi di traffico che la violenza genera. Essi si trovano sempre più in una posizione prossima a quella di chi gestisce le grandi infrastrutture di comunicazione e dei trasporti, settori strategici di interesse pubblico, perciò devono rendere conto al pubblico, quindi alla politica.

Voto NO al referendum costituzionale

Anna FalconeVoterò NO al referendum costituzionale del 4 dicembre. Ho votato NO nei referendum confermativi del 2001 e del 2006. Avrei votato NO alla riforma che si andava delineando nella Bicamerale di D’Alema nel 1998. In questi trent’anni, sono sempre stato contrario alle riforme costituzionali, perché sempre vi ho visto un trasferimento di potere dal parlamento al governo; una distorsione dei rapporti tra stato e regioni; una insufficiente legittimazione dei soggetti che volevano essere costituenti. La riforma Renzi-Boschi non fa eccezione.

Persone che stimo e rispetto, voteranno SI, perché non vogliono trovarsi in compagnia di Forza Italia, Lega Nord e M5S. Per me, il voto di questi gruppi è strumentale, contro il governo e indifferente ai contenuti costituzionali. Fosse un voto autentico, riterrei comunque opportuno che la Costituzione fosse condivisa anche con loro e non solo con il Partito democratico. Il 4 dicembre non voteremo il prossimo governo, voteremo se aumentare il potere del prossimo governo. Nulla vieta, in caso di vittoria del SI, che il prossimo governo sia delle destre.

Più interessante è la dislocazione delle forze sociali, che vede con il SI la Confindustria e con il NO la Cgil.

Quale che sia l’esito, il referendum avrà una importanza relativa. Se vincerà il SI, le due principali promesse, la stabilità governativa e la velocità dei procedimenti legislativi, dovranno fare i conti con il consenso reale nel paese. Senza il quale, a fronte di una opposizione parlamentare debole, il partito unico al governo sarà destinato a dividersi. Se vincerà il NO, il governo continuerà a mortificare il parlamento con i decreti leggi ed i voti di fiducia; un abuso, ma almeno non costituzionalizzato.

L’importanza relativa del referendum sembra suggerire un criterio di voto orientato dalla contingenza, perché la Costituzione non è sacra e l’instabilità immediata potrebbe essere un male. L’Italia repubblicana è sopravvissuta all’avvicendarsi di 63 governi e non sarà proprio questa crisi di governo, peraltro non richiesta, a precipitarla nell’abisso.

La Costituzione non è sacra, ma neppure una carta qualsiasi da spendere nel gioco politico come una normale legge ordinaria. Non è serio cambiare la Costituzione per ridurre i costi della politica, per lanciare un messaggio di semplicità, per fare il verso ai populisti, per dare un po’ di legittimità al governo in carica contro le opposizioni. La Costituzione non è sacra, ma è più che profana; occorre ridarle la dignità di legge fondamentale, la legge di tutti.

Natura e cultura della violenza maschile: la responsabilità degli uomini

Violenza maschile contro le donne

Duecentocinquantamila donne manifestano a Roma contro il femminicidio e la violenza maschile sulle donne. Alcuni uomini simpatizzano e partecipano, altri fanno finta di nulla, altri polemizzano e si mettono sulla difensiva. Che la violenza sia maschile e riguardi tutti i maschi è una idea che suscita obiezioni risentite con argomenti biologici e garantisti. Uno dice: no, la violenza riguarda solo i violenti; un altro dice: la violenza riguarda tutti e tutte, anche le donne sono violente, anche gli uomini sono vittime. Per entrambi, considerare solo e tutti i maschi responsabili equivale a ritenerli violenti per natura, è una generalizzazione pregiuziale e negativa come quella usata contro i neri.

Violenza maschile fattore d’ordine

Sul piano giuridico, è vero, la responsabilità penale è soltanto individuale. Ma la giustizia giuridica non è risolutiva; non ha gli strumenti adeguati per accertare la verità sulle violenze psicologiche e fisiche commesse nell’opacità delle relazioni private e gli stessi giudici sono spesso male orientati dai pregiudizi sessisti e dalla confusione tra violenza e conflitto. Sul piano morale e politico, ciò che fanno i non violenti crea condizioni più favorevoli o più sfavorevoli a ciò che fanno i violenti. C’è una coerenza tra il comportamento dei maschi violenti e il comportamento dei maschi tendenti a inferiorizzare le donne, ad oggettivarle, ad opporre resistenza alla nuova libertà femminile, a mostrare indifferenza, indulgenza, relativismo, nei confronti della violenza. Tanto più che questa coerenza ha come sfondo una storia patriarcale millenaria e una società ancora a dominanza maschile, per quanto tale dominanza sia decadente. In questa società, la violenza maschile non è una devianza, ma un fattore che fa ordine o che vorrebbe continuare a farlo. Se vale il confronto con una generalizzazione negativa, non è quella contro i neri, bensì quella contro i bianchi considerati tutti corresponsabili dello schiavismo, del colonialismo, dell’imperialismo, perché tutti i bianchi in varia misura ne sono beneficiari.

La violenza delle donne

Da questo punto di vista, è senza senso parlare in termini speculari di violenza femminile, poiché essa non trova congruità con modelli culturali femminili volti a imporre un potere e un controllo sulla libertà dell’altro. Ridotta nei numeri e con conseguenze molto meno gravi, spesso soltanto difensiva, la violenza agita da alcune donne non determina nella società una dominanza femminile e una subordinazione maschile; possiamo nominarla solo per ritorsione polemica, aggrappandoci a dati formali o all’ideologia della parità, che suggerisce rapporti simmetrici tra i sessi. Esistono improbabili studi statistici sulla violenza delle donne che farebbero milioni di vittime tra gli uomini; io stesso potrei alimentare questi dati e raccontare di insulti e schiaffi ricevuti nelle mie relazioni private, ma la verità è che quelle circostanze le ho sempre vissute senza la paura di perdere il controllo della situazione. Il dolore vero non mi è arrivato dalle donne che pretendevano qualcosa da me, ma da quelle che da me non volevano niente. Per un uomo, la più grande violenza femminile è il rifiuto.

Gli uomini vittime

Ben più reale è il dato che vede gli stessi uomini, in netta maggioranza, nel ruolo di principali vittime della violenza maschile; tale violenza, infatti, impone e regola la gerarchia tra i sessi ed anche la gerarchia tra gli uomini, così come avviene nel contesto delle regioni controllate dalla criminalità organizzata dove sono i mafiosi ad essere le prime vittime della mafia, molto più di imprenditori, commercianti, poliziotti, giudici. Il parallelo potrà dispiacere, ma si consideri che, negli ambienti della misoginia e del revanscismo maschile, quelli che la pensano come me sono definiti maschi pentiti. Lo stesso nome, pentito, che diamo all’uomo che si dissocia dalle cosche e collabora con la giustizia.

Natura e cultura

A proposito di collaborazione, una donna (Masham), mi ha mosso una obiezione biologica di segno opposto a quella dei maschilisti. Lei dice: il germe della denegazione è sempre in agguato (…) non sono i maschi ad affondare le loro radici nella cultura patriarcale, ma è la cultura patriarcale stessa ad avere radici nel sesso maschile. Il patriarcato esiste perchè esistono i maschi (…) Se svelo la connessione originaria tra sesso maschile, violenza e patriarcato lo posso fare solo partendo dal dato biologico della Differenza. Non escludo che l’obiezione sia giusta. Il fatto che, in tutto il mondo, gli uomini siano oltre il 90% dei responsabili di crimini e delitti e la quasi totalità dei responsabili di tutti i reati a sfondo sessuale dà da pensare sulla stessa natura maschile. Tuttavia, temo, che anche così un principio di negazione possa comunque rientrare dalla finestra; stavolta una finestra biologica. Provo a spiegarmi. Se agisco violenza, per negare la mia responsabilità, l’attribuisco a qualcos’altro: le provocazioni della vittima, un raptus, la gelosia, una crisi depressiva, una frustrazione, una qualche perdita di controllo. Da uomo più evoluto posso attribuirla alla cultura patriarcale che mi ha educato e formato: all’alcol in me, sostituisco il sessismo in me e funziona lo stesso. Da uomo più tradizionale posso attribuirla alla bestia in me e collocarla nel DNA, nell’amigdala, nel testosterone, in tutti quegli elementi naturali che farebbero dell’uomo un cacciatore. Quella responsabilità posso tentare di metterla ovunque, in qualsiasi mostro esteriore o in qualsiasi mostro interiore, sempre allo scopo di escluderla dal mio IO cosciente, l’unico che fa di me un responsabile.

Femministi contraddittori

Uomini femministi che fingono di ignorare le proprie interlocutrici

Video appello agli uomini contro la violenza sulle donne

Video appello agli uomini contro la violenza sulle donne

Il branco digitale attacca la dignità delle donne e distrugge quella degli uomini

boldrini-insulti-sessisti

Nella giornata contro la violenza, Laura Boldrini mostra un estratto della miseria maschile, che marca il territorio pubblico. Le tocca ogni giorno, come a dover sempre camminare su strade sporche, tra pozzanghere, fango ed escrementi, stando bene attenta a dove mettere i piedi.

Non sappiamo se mostare questo estratto contrasta o alimenta la penosa libera espressione di uomini che si presentano con nome e cognome, ma senza vergogna, poiché il ritrovarsi in un branco digitale gli dà un senso di protezione e legittimità.

Ci ricorda, però, che questa delirante misoginia esiste e attacca molte donne, senza alcun potere ufficiale, che si espongono in pubblico, e vorrebbe avere su di loro un effetto intimidatorio e censorio.

La nostra indifferenza, o peggio la nostra silenziosa e divertita compiacenza, per tacere del lassismo interessato degli amministratori dei social-network, è parte del problema e lo favorisce.

Così, noi uomini, che pensiamo di non riconoscerci in quel branco, abbiamo il dovere di dire e fare qualcosa, almeno quando questo accade sotto i nostri occhi. Se la dignità delle donne non ha bisogno di essere da noi difesa, quella degli uomini evidentemente si.

L’antiviolenza maschile sulle donne

Non una di meno - Verso la manifestazione del 26 novembre a Roma

In occasione della giornata internazionale contro la violenza sulle donne, i centri antiviolenza italiani hanno indetto una manifestazione nazionale a Roma, per sabato 26 novembre.

Quest’anno, la preparazione della manifestazione è accompagnata da un conflitto: una parte delle donne vuole escludere la partecipazione degli uomini oppure collocarla in coda o ai lati del corteo.

La richiesta di escludere o di mettere in coda la presenza maschile al corteo ha provocato una divisione tra le donne e una reazione risentita, offesa ed offensiva da parte di alcuni uomini.

Il separatismo può suscitare perplessità, perché le donne hanno la forza e la capacità di gestire in positivo la partecipazione degli uomini al corteo, come è già accaduto in altre occasioni.

Ma la reazione prepotente di maschi che pretendono di partecipare a forza, dettare contenuti e pratiche del femminismo, relativizzare la matrice maschile della violenza, scioglie ogni dubbio: a queste condizioni, la presenza di questi uomini è un’aggressione misogina.

La violenza maschile non è un sottoprodotto di una violenza più generale, che ci riguarda tutte e tutti come potenziali vittime. E non si dice “maschile” solo per una questione statistica. È una violenza di sistema, il modello originario di tutte le violenze.

In quanto uomini, quella violenza ci riguarda, anche se pensiamo di non essere violenti, perché il nostro è il sesso dei violenti; perché affondiamo le nostre radici nella cultura patriarcale, che quella violenza agisce e legittima, perché ne otteniamo comunque vantaggi e privilegi: basti dire, grazie alla violenza maschile, quanto sono valorizzati gli uomini antiviolenza.

Da questa posizione, a noi spetta lavorare su noi stessi, contrastare il maschilismo, spezzare la complicità tra gli uomini. Non possiamo credere di avere titolo per delegittimare questa o quella parte del femminismo. Ciò che possiamo fare è metterci a disposizione, ascoltare e avere rispetto: anche delle donne che praticano il separatismo.

Io non vado d’amore e d’accordo con tutte le femministe. Con alcune, mi succede di polemizzare, ma c’è un limite oltrepassato il quale si finisce dalla parte di quei violenti che si dice di voler contrastare; se lo si oltrepassa, bisogna tornare subito indietro. Ed essere capaci di stare dietro.

Voteremmo una candidata di destra?

ursula-von-der-leyen

Pierlugi Battista chiede se saremmo disposti a votare Marine Le Pen, per sfondare il soffitto di cristallo dell’Eliseo. Lo chiede a proposito del fatto che molti di noi lacrimano perché questo soffitto non si è infranto per la Casa Bianca, mentre forse non lacrimerebbero se non si fosse infranto per Roma e per Torino, e in fondo ignorano che si è già infranto per il Fmi, per la Germania, per la Gran Bretagna. Così, nelle lacrime di genere per Hillary Clinton, lui ci vede un po’ di ipocrisia.

Il soffitto di cristallo (glass ceiling) è una metafora di origine femminista, per dire che l’accesso alla carriera e ai diritti è impedito da una discriminazione insormontabile di natura sessuale o razziale. Nel caso della sconfitta di Hillary Clinton, probabilmente, non si è trattato di questo, ma del suo essere percepita come rappresentante dell’amministrazione in carica e più in generale dell’élite.

Nelle sue competizioni, Hillary Clinton l’abbiamo sempre vista nel ruolo di candidata ufficiale favorita, mai nel ruolo della sfidante, come fosse già al di sopra del soffitto di cristallo. Il revanscismo sessista e razzista è stato tra le motivazioni del voto repubblicano, ma i voti repubblicani sono rimasti gli stessi del 2012, anzi 320 mila in meno.

Tuttavia, la prima volta di una donna candidata dichiaratamente femminista opposta ad un uomo ostentatamente maschilista, ci ha fatto vivere le presidenziali USA anche come espressione del conflitto tra i sessi; abbiamo tifato per lei, perché alla sua vittoria abbiamo attribuito un valore simbolico progressivo, alla vittoria di lui un valore regressivo, per non dire un grave pericolo.

La domanda di Pierlugi Battista si può allora così riformulare: ha sempre valore progressivo la vittoria di una donna candidata? La questione si pone, perché anche le destre, persino le destre estreme, si affidano più spesso a leadership femminili: Marine Le Pen (Front National, Francia); Diane James (Ukip, Gran Bretagna); Frauke Petry (l’Alternativa per la Germania); Beata Szydio (Legge e Giustizia in Polonia); Giorgia Meloni (Fratelli d’Italia).

La mia risposta è no, non lo è in assoluto. Però, penso che Marine Le Pen sia meglio di suo padre; Giorgia Meloni meglio di Fini e Storace; Virginia Raggi e Chiara Appendino meglio di Alessandro Di Battista e Luigi Di Maio. Nelle amministrative di Torino sono stato in dubbio fino all’ultimo nella scelta. Alla fine ho votato il candidato di sinistra, ma non mi è dispiaciuta la vittoria della candidata del M5S.

A parità di condizioni, meglio una donna di un uomo; quando le condizioni non sono proprio pari, c’è da pensarci. Non Le Pen in Francia, ma Angela Merkel in Germania, le cui consigliere sono pure donne, contro un candidato socialdemocratico, si, potrei scegliere di votarla. La decisione di aprire le porte ai profughi siriani e di continuare a sostenerla, nonostante tutti i problemi, forse un cancelliere socialdemocratico maschio non avrebbe avuto il coraggio di prenderla.

Un’altra variabile è se la candidata fa valere il suo essere donna, punta sulla sua differenza o se la occulta; se ha una relazione forte con almeno un’altra donna o se isolata tra gli uomini. Nel primo caso, può avere valore sostenerla. Non ho motivo di credere che le donne siano migliori di natura, né mi aspetto donne di cuori. Ma per la loro esclusione storica, in un sistema di potere strutturato dagli uomini in millenni di società patriarcali, le donne al potere si trovano in contraddizione. E questo può aprire delle buone possibilità.

Rispetto per Hillary Clinton

Hillary Clinton

Tra le posizioni espresse sulle presidenziali americane, mi ispirano più simpatia quelle che manifestano sentimenti di fierezza e rispetto per Hillary Clinton, le rendono onore ed empatizzano con il suo dolore, per aver mancato di un soffio il sogno di diventare la prima donna presidente degli Stati Uniti.

Una donna sulla vetta del mondo avrebbe reso evidente la fine del patriarcato. Per me, anche solo la soddisfazione di veder prevalere la parte più civile e responsabile dell’umanità, la più razionale, esperta, progressista contro il suo opposto. C’è un po’ di superbia in questo mio modo di vedere gli schieramenti, ma pure un nucleo di verità e per ora mi accontento.

Hillary Clinton è corresponsabile di scelte controverse e discutibili della politica economica e della politica estera degli Stati Uniti e del Partito democratico; insieme con questo è stata un’avvocata, che si è battuta per i diritti civili ed è stata autrice del progetto più coraggioso ed inclusivo di riforma sanitaria. È una liberale, ma è anche una femminista.

Altre posizioni sulla candidata democratica la ritraggono colpevole del risultato, o addirittura peggiore del suo avversario, per non essere abbastanza o per nulla nuova, radicale, donna, femminista, etc. Porta il nome del marito (invece del nome del padre). È troppo debole per sfondare o troppo forte da spaventare. Un altro candidato al suo posto – Bernie Sanders, Obama, Michelle – avrebbero vinto, stravinto.

In queste posizioni, nei toni astiosi, scomunicanti, sproporzionati, pur al di sotto dei giornali più beceri, percepisco quella misoginia, che non perdona ad una donna l’affermazione professionale e che gode dei suoi insuccessi, oltre la volontà di smarcarsi dalla sconfitta o di usarla a fini provinciali.

Sulle potenzialità vincenti di un altro candidato possiamo pensare quello che vogliamo, come fino a ieri lo abbiamo pensato per Hillary Clinton. Ma è un fatto che, dopo Roosevelt, tre mandati democratici consecutivi non ci siano mai stati e che sarebbe stato ben difficile realizzarli proprio oggi con un orientamento populista che, in tutto l’Occidente, penalizza i governi in carica. La candidata democratica ha ottenuto meno consensi di Obama, ma dopo otto anni di Obama; un declino già in atto nel 2012.

In ogni caso, Hillary Clinton ha prevalso nel voto popolare ed ha ottenuto la maggioranza tra le donne, i giovani, gli afroamericani, gli ispanici, e i poveri. Ha perso, secondo gli analisti, nelle regioni deindustrializzate, dove nell’ambiente operaio, bianco e maschio, si sono saldati la paura della globalizzazione, il sessismo e il razzismo. Sulle donne va detto che sono state soprattutto le donne nere a votare in massa per Clinton, mentre le bianche al 53% hanno votato per Donald Trump.

Un candidato più socialista avrebbe dovuto tenere insieme la capacità di mostrarsi alternativo al governo in carica, pur facendo parte dello stesso partito, vincere le diffidenze conservatrici e reazionarie, che esistono ed hanno il loro peso, e allungare la coperta sul lato della classe operaia e del ceto medio impoverito senza scoprire altri settori della società. Sanders avrebbe dovuto fare i conti pure con l’antisemitismo. Gli ebrei, per due terzi, hanno votato Clinton.

Troppo facile buttarla sulla candidatura sbagliata, facendo leva sui pregiudizi. È stata una candidatura dignitosa e la sua sconfitta coinvolge tutti i progressisti ed i loro valori. Se pure Trump avesse vinto, nonostante e non grazie al sessismo e al razzismo, questo direbbe dell’insufficiente rilevanza di questi giudizi di valore. Tuttavia, questi giudizi hanno avuto più rilevanza che in passato ed hanno messo in difficoltà il candidato repubblicano.

Quella democratica non è una sconfitta storica, perché non è definitiva per un tempo storico; ha mancato una vittoria ad alto valore simbolico come fu quella di Obama nel 2008 (anche nelle primarie di allora, Hillary Clinton prese più voti e meno delegati), ma sta dentro un movimento oscillante e può prendersi tutte le sue rivincite.

Riferimenti:
[*] Great again – Ida Dominijanni, 9.11.2016
[*] 2016 election results: National Exit polls edition.cnn.com
[*] Clinton ha preso più voti di Trump ma perde molti stati per un soffio – Fabrizio Tonello, 10.11.2016
[*] Quelle urne sommerse da sessismo e razzismo – Judith Butler, 10.11.2016
[*] Dietro alla vittoria di Trump c’è la rivincita dell’uomo bianco – Adam Shatz 11.11.2016
[*] Trump ha vinto grazie a Facebook? – Il Post, 11.11.2016
[*] «Vi spiego perché vincerà Trump – Allan Lichtman, 01.10.2016
[*] 5 motivi per cui Donald Trump vincerà – Micheal Moore, 24.07.2016
[*] Nancy Fraser – Hillary Clinton e il nuovo spirito del femminismo

L’alienazione parentale, la femminista equidistante e l’interesse del minore

Michela MarzanoHo letto Michela Marzano approvare una sentenza del tribunale civile di Roma. La sentenza multa una donna separata rea di aver parlato al figlio male del padre e l’avverte, nel caso si ripeta, che le condizioni dell’affido potranno essere riviste. Negli stessi giorni ho letto di una sentenza, forse la stessa, del tribunale di Roma, che multa una donna separata, per motivi analoghi: lei aveva accusato lui di avere comportamenti sessualizzanti con le figlie; lui aveva negato parlando di rapporti meramente disinibiti.

Queste sentenze si basano sulla teoria della PAS, la sindrome di alienazione parentale. Secondo questa teoria, nel conflitto di coppia giunto alla separazione, la madre agisce per alienare il figlio dal padre: lei denigra lui agli occhi del figlio e provoca nel figlio, che ha bisogno del padre, una sindrome. La PAS, finora, non è stata accettata dalla comunità scientifica. Ma le associazioni dei padri separati spingono affinché sia assunta nelle leggi e nelle sentenze, se non come sindrome, almeno come forma di disturbo relazionale.

La questione è controversa. Possono esistere madri malevole, ma è molto dubbio abbiano il potere reale di alienare i figli, come è molto dubbio che un tribunale sia in grado di stabilire la verità dei comportamenti e delle responsabilità con una certezza sufficiente e indipendente dal senso comune e dai pregiudizi, senza il rischio elevato di aggiungere danno a danno e sostituire la presunta alienazione dal padre con altre imposizioni e forzature fino alla separazione forzata dalla madre. Inoltre, poiché esiste una diffusa violenza maschile in ambito domestico, difficile da dimostrare, e poiché le donne spesso non sono credute, la teoria della PAS può essere agita, e spesso viene agita, per difendere i padri dalle accuse di abuso e violenza testimoniate dai figli e per controaccusare le madri.

Così, leggere una filosofa femminista, nota firma editoriale di Repubblica, che di norma stimo ed apprezzo, scrivere a favore della PAS, mi ha sorpreso e mi ha dato la sensazione di un tradimento, come leggere una donna che abbandona gli interessi delle donne. Mi si può obiettare: tu sei un uomo; a che titolo puoi dire ad una donna quali sono gli interessi delle donne? In effetti, titolo per dirle non ne ho; ne sento solo l’impulso. Forse, nei paraggi dell’impulso c’è anche il titolo o forse c’è stato in passato.

Michela Marzano non esprime un’altra idea dell’interesse della donna. Lei parla in nome dell’interesse del bambino e si mette in una posizione formalmente imparziale tra padre e madre, sostanzialmente favorevole al padre. La sua posizione può trovare un senso in certi schemi del femminismo paritario, nei quali la parità diventa simmetria nel rapporto tra i sessi; l’essere giusta diventa l’essere equidistante; il superamento dei ruoli e degli stereotipi sessuali diventano il loro ribaltamento e quindi, perché no? sentenze favorevoli ai padri.

Ora, assumendo l’interesse del minore, mi domando se io da bambino o da adolescente avrei desiderato vedere mia madre condannata, sanzionata, minacciata di essere separata da me, per avermi parlato male di mio padre. Per quello che ricordo, credo proprio di no. Neppure vorrei vedere mio figlio nella situazione in cui è un tribunale a parlar male della sua mamma. Non credo di poter essere padre contro la madre di mio figlio. Mi chiedo inoltre se sia più sana per i figli l’ipocrisia di una madre che nasconde le sue opinioni e i suoi sentimenti, pur di salvaguardare figure parentali ideali e immaginarie.

Ricordo che mia madre difendeva sempre mio padre, anche a fronte di comportamenti indifendibili. Da bambino, e ancor più da adolescente, sapevo riconoscere l’evidenza. Ignoro se ciò sia stato nel mio interesse, se mi abbia fatto bene. Molti minori vittime di violenza assistita non hanno una madre che parla male del padre. Anche questa posizione materna è criticabile. Così, una madre può rimanere intrappolata in una doppia accusa: di non difendere il figlio se non denuncia; di alienarlo se denuncia. Una trappola che ingabbia peggio di uno stereotipo.

Altri riferimenti:
[*] Seminario su alienazione parentale a Catanzaro e raccolta firme
[*] Appello per il diritto del minore all’ascolto e alla tutela dalla violenza
[*] Dicono della Pas
[*] Alienazionegenitoriale.org