Quando Maschile Plurale ha chiesto di spostare la discussione dal web, invitando a proseguire con incontri “in presenza”, ho proposto come luogo la Libreria delle donne, che subito grazie a Sara Gandini e Laura Colombo, ha raccolto il suggerimento. Sara e Laura si sono spese moltissimo per rendere possibile l’incontro il prima possibile. Di questo le ringrazio.
Per me era importante che questa assemblea accadesse alla libreria, perché l’argomento non è una vicenda privata ma è politica che ci riguarda. Ero certa che lì, dove il dibattito non sarebbe stato inquinato dalle dinamiche malate e dai protagonismi che infestano il web, le donne non avrebbero fatto fatica a mettere a fuoco i termini della questione, cogliendone la complessità ma mai a scapito della chiarezza, lì dove la confusione non è accettabile. Ringrazio tutte le donne della libreria intervenute, ringrazio Marisa Guarneri, Cristina Obber e ringrazio Luisa Muraro. Confesso, avevo delle aspettative e le avevo nei confronti delle donne. Non sono state disattese, anzi.
Per quanto riguarda Maschile Plurale voglio ringraziare Marco Deriu, rimasto fino alla fine ad ascoltare le critiche, nonostante la fatica e l’evidente disagio di portare avanti un confronto in cui sul piatto sono state messe argomentazioni impegnative a cui non è riuscito a dare risposte adeguate.
E ringrazio anche Claudio Vedovati che non ha potuto partecipare all’incontro ma che è stato l’unico che ha almeno chiamato le cose con il loro nome. L’unico.
Negli scambi su fb si è parlato di pregiudizio nei confronti di MP e del coinvolgimento maschile contro la violenza. Io non ho nessun pregidizio né una avversione per MP. Ma è innegabile che quando ho visto la modalità scelta da MP per gestire questa vicenda e per trattarla pubblicamente, che fosse una associazione maschile ha assunto per me una particolare rilevanza.
Un’associazione di uomini che rivittimizza una donna vittima di violenza. Mi è improvvisamente parsa perfino pericolosa.
Gli uomini, in quanto uomini, mi pare siano storicamente già associati a sufficienza.
Ancora una volta gli uomini agiscono violenza e la normalizzano se non la negano. Ancora una volta il fantasma delle false accuse e della vendetta femminile viene agitato. Ancora una volta la soggettività di una donna viene negata, non prima però di averla usata come alibi per non intervenire.
Per fare questo, c’è bisogno che vi associate ulteriormente?!

E ancora una volta il gruppo ha avuto la meglio sulle individualità. C’è chi d’autorità o manipolando, magari facendo leva sui rapporti di amicizia, ha imposto la propria linea, in barba all’unanimità peraltro mai realmente raggiunta.
Le differenze non sono emerse.
L’impressione, confermata dall’intervento di Marco Deriu, è che in MP abbiano avuto la meglio, fino a questo momento, le dinamiche tipicamente maschili, per cui prevale chi si impone e lo si lascia imporre in nome di una malintesa lealtà, prima che a se stessi, al gruppo.
Come ha detto Marco è mancata la capacità e la volontà di confliggere. Un’incapacità mostrata anche durante l’incontro, proprio mentre ci veniva proposta come giustificazione per gli “errori” commessi.
Le stesse dinamiche che stanno prevalendo sul web, dove si sta cercando di ridurre una seria questione politica a gara tra maschietti. Non contano le impegnative questioni poste, non conta la doppia violenza di cui si parla, nulla di tutto questo conta. Conta solo che nessun maschio si senta migliore dei maschi di MP.
E quindi parte la critica all’antisessista che critica l’antisessista a cui per logica dovrebbe seguire la critica all’antisessista che critica l’antisessista che critica l’antisessista e sempre più giù, al ribasso.
Fino ad usare un articolo che ancora una volta rivittimizza ‘sta donna, infamata e svenduta come donna vendicativa.
È banale competizione maschile o strategico fumo, funzionale alla confusione che permette di non affrontare gli importanti nodi politici emersi?
Non saprei, certo è che non è questione di mezzo ma proprio di interlocutori.
Credo occorra sceglierli con cura.
Si ciancia di complotto ai danni di MP, addirittura di desiderio di annientare l’interlocutore. La verità è che saranno i membri di MP a determinare i destini di MP. A minare la credibilità di MP non è l’episodio di violenza che vede coinvolto un loro membro, non è la donna che ha scelto di non farsi usare da MP, non sono le critiche rivolte a MP ma quello che gli uomini, i singoli uomini di MP, sapranno fare di tutto ciò.
Per parte mia spero di proseguire, su web e in presenza, il confronto con Marco e Claudio, ho fiducia nella loro volontà di stare nella relazione affrontando il conflitto senza trasformarlo in guerra. Ho fiducia nel fatto che abbiano ben compreso la portata della posta in gioco, che va ben oltre il buon nome di un’associazione.


Riferimenti:
Primo comunicato di Stefano Ciccone sulla bacheca di Maschile Plurale (19 aprile 2014)
Violenza di genere: lettera aperta a Maschile Plurale (Il Ricciocorno Schiattoso)
Risposta a Maschile Plurale: i centri antiviolenza rispettano la privacy (Il Ricciocorno Schiattoso)
Un'occasione per riflettere sulla violenza fuori e dentro di noi (Maschile Plurale)
Differenza di sguardo tra «Maschile Plurale» e centro antiviolenza - Un caso di rivittimizzazione? (Tk Brambilla)
Repliche di Stefano Ciccone sulla bacheca di Maschile Plurale
Pubblica denuncia (Il Ricciocorno Schiattoso)
«Maschile Plurale» ambigua e confusa sulla violenza. Inaccettabili le opinioni rivittimizzanti
Repliche di Stefano Ciccone sulla bacheca di MP (16 giugno 2014)
«Maschile Plurale» tra rimozione e rivittimizzazione
MP più interessato a difendersi che ad ascoltare
Discussione male impostata da MP, tra collusione e disimpegno
Scambio con Sara Gandini (Bacheca Libreria delle donne di Milano)
Mai ascoltata da Maschile Plurale (Il Ricciocorno Schiattoso)
Uomini antisessisti. "Compagni di strada o falsi amici"? (Maria Rossi)
La fatica del fronteggiare la violenza nei 'nostri' luoghi (Monica Lanfranco)
La discussione alla Libreria delle Donne (Il Ricciocorno Schiattoso)
Luisa Muraro: «Raccogliere la domanda di giustizia che viene dalle donne che hanno subito la violenza sessista»
L'incontro alla libreria delle donne di Milano: il corpo rimosso e le richieste di giustizia (Maria Rossi)

Siamo in una delle sedi storiche del femminismo italiano, nel caldo pomeriggio di venerdì 11 luglio, al tanto atteso incontro in presenza tra Maschile Plurale e le blogger che hanno contestato l'associazione per l'ambiguità con cui ha affrontato un caso di violenza che la riguardava molto, troppo da vicino. Presenti una cinquantina di persone, nella sala della Libreria della donne di Milano, vera organizzatrice e conduttrice dell’evento, anche se l’intestazione formale è donata a MP.

L’incontro è registrato in audio, la Libreria annuncia che tradurrà la sbobinatura in un report con tutti gli interventi. Qualcosa ha già raccontato il Ricciocorno, qualcosa racconteranno altri, per ora mi limito a mettere a fuoco il comportamento determinato delle donne intervenute.

Gli interventi di MP giustificano se stessi, provano a raccontare il proprio interessamento, dicono del loro travaglio interno ed interiore, ma non riescono a dar conto della propria inconcludenza. A tratti danno l’impressione di sottovalutare l’importanza della violenza psicologica, di considerare più grave la violenza sessuale, la violenza fisica, di ridurre la violenza psicologica a una inverificabile questione soggettiva fatta di vissuti.

Marisa Guarneri della casa delle donne maltrattate, ricorda che la violenza psicologica è gravissima e può essere devastante, forse più grave della violenza fisica.

L'assemblea ripete in parte il dibattito online, ma a differenza di quanto succede in rete, le donne presenti non prestano alcun soccorso agli uomini plurali in difficoltà, non regalano comprensione, invece incalzano. Solo alcuni uomini rimangono. A Marco Deriu tocca incassare fino alla fine. Invece Stefano Ciccone appena letto il suo intervento se ne va.

Luisa Muraro cita una conferenza di capi di stato a Londra, per riportare un principio importante: «Non si dica mai più che la pace è più importante della giustizia». La giustizia è più importante della pace. E dalle donne che hanno subito la violenza sessista, questo sale: una domanda di giustizia. Una domanda che Maschile Plurale non sa raccogliere. Del femminismo ha valorizzato il vissuto, ma solo per adattarlo al proprio comodo. Muraro rileva tutta la debolezza politica degli interventi degli uomini di Maschile Plurale, che non sanno ascoltare la domanda di giustizia, non sanno interloquire con essa, sanno soltanto pensare alla propria autodifesa, continuano a giustificarsi, continuano a pensare che la pace è più importante, la pace tra di loro, invece della giustizia. Forse la loro associazione non li fa evolvere, ma li ingabbia. Gli interventi degli uomini che non fanno parte dell'associazione sono stati più forti dei loro, più semplici, più netti. La vicenda in cui MP è rimasta coinvolta non è una vicenda personale, ma è una vicenda tutta politica, la vicenda di un uomo pubblico contro la violenza la cui ex compagna è finita in un centro antiviolenza.

Una vicenda che mostra in modo evidente il contrasto tra le parole e i fatti. Per evitare di assumersi le sue responsabilità e correggere i fatti, MP aggiunge ancora parole, talvolta parole inquietanti, e promette tante riflessioni. Così l'intervento di Luisa Muraro arriva come uno schiaffo in piena faccia agli uomini di MP. Diretto, immediato, lineare. Perfetto. La domanda di giustizia contro il siamo tutti peccatori, più o meno inconsapevoli.


Riferimenti:
Primi interventi di Stefano Ciccone sulla bacheca di Maschile Plurale (19 aprile 2014)
Violenza di genere: lettera aperta a Maschile Plurale (Il Ricciocorno Schiattoso)
Risposta a Maschile Plurale: i centri antiviolenza rispettano la privacy (Il Ricciocorno Schiattoso)
Un'occasione per riflettere sulla violenza fuori e dentro di noi (Maschile Plurale)
Differenza di sguardo tra «Maschile Plurale» e centro antiviolenza - Un caso di rivittimizzazione? (Tk Brambilla)
Repliche di Stefano Ciccone sulla bacheca di Maschile Plurale
Pubblica denuncia (Il Ricciocorno Schiattoso)
«Maschile Plurale» ambigua e confusa sulla violenza. Inaccettabili le opinioni rivittimizzanti
Repliche di Stefano Ciccone sulla bacheca di MP (16 giugno 2014)
«Maschile Plurale» tra rimozione e rivittimizzazione
MP più interessato a difendersi che ad ascoltare
Discussione male impostata da MP, tra collusione e disimpegno
Scambio con Sara Gandini (Bacheca Libreria delle donne di Milano)
Mai ascoltata da Maschile Plurale (Il Ricciocorno Schiattoso)
La fatica del fronteggiare la violenza nei 'nostri' luoghi (Monica Lanfranco)
La discussione alla Libreria delle Donne (Il Ricciocorno Schiattoso)

di Monica Lanfranco 

Intervengo, dopo averci molto pensato e aver avuto, (ed avere), tanti dubbi sul farlo in modo pubblico, nella vicenda che vede un esponente di Maschile plurale segnalato come violento dalla sua ex compagna, la quale non ha denunciato per vie legali la violenza ma ha scelto un percorso di aiuto presso un centro antiviolenza e ha provato a interloquire con alcuni uomini di Maschile plurale, segnalando loro l’accaduto.

Come è noto ne è seguita per mesi una discussione faticosa, anche e soprattutto perché per lo più avvenuta on line, non sempre tra persone con nomi e cognomi (anche questo conta, almeno per me) che comunque a mio parere è stata utile per capire quanto sia complesso passare dalle affermazioni teoriche, anche quelle molto ben ponderate ed espresse con ottima capacità dialettica, alla pratica concreta, sia individuale che collettiva. 

Non sarò all’iniziativa di Milano, ma credo che siano da salutare sempre come sforzi validi quelli tesi a provare a ragionare insieme di ciò che accade, anche se talvolta non sortiscono gli effetti taumaturgici che ci aspetteremmo.

Per uscire dalla teoria incorporea vorrei dire che conosco la donna e l’uomo coinvolti, e questo mi porta a ragionare non in modo teorico, perché se penso a quello che so (che mi è stato detto da entrambe le persone coinvolte, con le loro narrazioni ovviamente dai due punti di vista) ho davanti non un articolo di giornale ma due esseri umani reali: gli elementi a mia/nostra disposizione sarebbero molteplici, per ragionare sulle relazioni tra generi e violenza, ma in questo specifico caso il dato certamente più eclatante è che l’uomo in questione è un intellettuale portavoce di un gruppo maschile che lavora da anni proprio contro la violenza maschile.

Sono adulta abbastanza da sapere che nessun ambito è mai stato, né sarà, (almeno per ora), immune dalla violenza: non c’è sinistra, femminismo, pacifismo, altermondialismo, transgenderismo a vaccinare.

Quello che però è auspicabile è che, come primo passo per dissentire e disinnescare il patriarcato, chi abita questi luoghi ragioni sulla sua quota di violenza.

Mi è parso che il testo di Claudio Vedovati fosse un contributo in questa direzione: la vera forza dei luoghi che si dicono alternativi alla cultura patriarcale sta, a mio parere, prima di ogni altra cosa nella capacità critica non al di fuori di sé ma al di dentro di sé.

Mi è capitato di verificarlo, a proposito di contraddizioni in luoghi (autopercepiti) come alternativi, proprio a Milano in occasione di un'iniziativa che ho contribuito a organizzare dopo la chiamata fattami da tre giovani donne frequentatrici di centri sociali aggredite proprio da uomini di un centro sociale.

Senza dilungarmi accenno solo che, pur essendo un contesto molto diverso, quello che mi ha colpito rispetto all’andamento del percorso che poi ha portato all’incontro, non soddisfacente, è stata la chiusura a riccio, difensiva e tesa a salvaguardare gli interessi e l’immagine del luogo collettivo a discapito delle individue.

La critica maggiore fatta alle tre donne è stata, anche e soprattutto da parte di altre donne, pur da punti di vista diversi, quella di avere messo a rischio, con la loro denuncia, l’integrità del luogo centro sociale, perché evidentemente il politico è stato assunto come precedente e più importante rispetto al personale, quindi il collettivo più valorialmente salvaguardabile rispetto all’individuale. 

Come contributo alla discussione mi è parsa anche molto importante la vicenda francese riportata da Maria Rossi, notevole anche e soprattutto perché dimostra quanto sia inestricabile il tema del potere (anche istituzionale) da quello della violenza di genere.

Al contrario penso che il valore di un luogo collettivo sia maggiore proprio nel momento in cui sa aprirsi e dichiarare la sua debolezza e permeabilità al ‘male’ che cerca di combattere: solo in questo modo penso sia possibile un percorso di risanamento, sia per le singole persone così come per i luoghi collettivi.

Succede che l’esponente di un gruppo esprima un contenuto. Che il contenuto sia criticato e che la critica investa il gruppo. Una reazione difensiva del gruppo, ma non del contenuto, dice che il gruppo non è riducibile a quel contenuto, esprime anche altri contenuti. Nel gruppo ci sono molte differenze, il gruppo è vario e composito, se lo si osserva meglio si vede che al suo interno esprime pure i contenuti che possono piacere ai critici.

A sinistra succede spesso da molto tempo. Negli anni ‘80 a chi affermava che il PSI non era più un partito di sinistra, si rispondeva che il PSI non era riducibile a Bettino Craxi, per quanto il segretario del partito fosse importante. Rimanevano le correnti. C’era Riccardo Lombardi. Soprattutto c’era la base socialista, che rimaneva di sinistra. Anche la DC non era riducibile ai suoi leader ritenuti più negativi, il Fanfani contro il divorzio, l’Andreotti colluso con la mafia o il Gava con la camorra, il Forlani del Caf. La DC era un grande partito di massa, aveva una sua sinistra interna, personalità moralmente prestigiose, Aldo Moro, Benigno Zaccagnini, Tina Anselmi, Mino Martinazzoli. La differenziazione funziona, oltre che sul piano politico, sul piano morale: in quel partito non sono tutti ladri, non sono tutti mafiosi, vi sono anche le persone oneste. 

Lo schema difensivo del pluralismo poteva applicarsi persino al PCI e lo si è applicato soprattutto ai suoi eredi, man mano che il soggetto politico derivato si è conformato al modello del partito pigliatutto. Modello che si caratterizza per una drastica riduzione del bagaglio ideologico; minor accentuazione del riferimento a una specifica classe sociale per reclutare elettori tra la popolazione in genere; assicurazione dell'accesso a diversi gruppi di interesse, la scelta di temi consensuali che trovano ampio consenso nella popolazione. Se il PCI era il partito dei lavoratori, il PD è un partito dei cittadini che vuole rappresentare le famiglie e le imprese, al suo interno si possono trovare imprenditori e sindacalisti, fautori della «flessibilità» e difensori del lavoro a tempo intedeterminato. A chi dice che il PD è ormai un partito di centro o persino di destra, si possono mostrare Gianni Cuperlo o Pippo Civati. 

In campagna elettorale, Lorella Zanardo candidata della Lista Tsipras ha attaccato il PD, per dire che non è il partito che difende le donne, perchè ha ricandidato gli europarlamentari i quali con il loro voto hanno contribuito in modo determinante ad affossare il rapporto Estrela per il diritto all'aborto sicuro e legale. Marina Terragni le ha risposto duramente che il PD sull’aborto ha un’altra posizione, che molte amiche e compagne condividono il rapporto Estrela e lottano per difendere la 194. Tutte e due hanno ragione. Il PD è a favore dell’aborto, ma non esclude che suoi esponenti possano esprimere una posizione contraria, anche in modo determinante. In tal modo, sia i favorevoli sia i contrari, ma pure quelli che ci riflettono con posizioni più incerte o complesse, possono trovare nel PD i propri punti di riferimento. Lo stesso partito ha una offerta per tutti. Offerte che convivono senza confrontarsi davvero, perchè il confronto è rischio di rottura, e producono quindi sintesi disgiuntive. La stessa Lista Tsipras ha involontariamente messo in campo una offerta multipla di femminismo e postfemminismo con Lorella Zanardo e l’area sostenitrice di Paola Bacchiddu. Una volta si diceva che le differenze sono una ricchezza. In effetti, possono servire per fare un bottino elettorale più ricco.

La differenze interne sono usate come scudo anche da gruppi minori e collettivi informali, spesso come se fosse un modo di essere assolutamente speciale ed originale. Quando due anni fa, fu chiesto cosa potesse c'entrare con un collettivo come Femminismo a sud, la diffusione del diario di una masochista dalla pagina del collettivo, la risposta fu che il collettivo era vario e composito, non aveva leader e gerarchie e la sua pagina, attraverso cui divulgava i contenuti del diario, non era da confondere con il collettivo. Più di recente, a proposito dell’interventismo di Stefano Ciccone in difesa della condotta di Maschile Plurale nella gestione di un caso di violenza che coinvolge un suo membro, si è detto che MP è una realtà varia e composita, che presenta posizioni anche diverse da quelle del suo rappresentante più noto. A proposito della tolleranza di un articolo che normalizza e giustifica il femminicidio, insultando le donne, sembra che pure la bacheca di MP sia da distinguere da MP. Non bisogna fare l’errore di giudicare, di ridurre il giudizio ad un dato comportamento, di vedere le cose in bianco e nero, di non cogliere le sfumature, etc

Da gruppi e associazioni, piccole o grandi, l'aspettativa è si, che adottino democrazia interna e pluralismo, magari in modo trasparente, affinché le differenze possano confrontarsi liberamente e alla luce del sole, per poi però giungere ad un orientamento unitario o almeno maggioritario. Un’associazione si giustifica se interviene ed agisce come tale. Le differenze di per sè non richiedono di associarsi. Se ci si associa vuol dire che esistono motivi unificanti più importanti delle differenze, motivi discriminanti. Ogni volta che una associazione dice: su questo tema la pensiamo in modo differente tra noi; dice implicitamente: questo tema è di secondaria importanza per noi.

Enfatizzare le differenze quando piovono le critiche è un espediente per svincolarsi dalla responsabilità associativa. Ma non basta la differenza. E’ insufficiente essere onesti, di sinistra, femministi, antirazzisti, non violenti. Bisogna render conto del fatto che si convive, ci si associa con i disonesti, con quelli che sono di destra, con i maschilisti, con i razzisti, con i violenti. Per molti anni i comunisti hanno dovuto render conto di quel che succedeva in Russia o in Cina. Quando si condividono nomi, simboli, bandiere, striscioni, con persone o personali politici poco affidabili non basta dire «io non c'entro, sono diverso».

Si è detto fin dal principio, sulla vicenda relativa al caso di violenza psicologica che vede coinvolto un membro associato di Maschile Plurale e sul modo in cui l’associazione l’ha gestita, che questioni così delicate non possono essere discusse in rete, devono essere discusse nelle relazioni in presenza. Di persona. Faccia a faccia. Ciò equivale a dire che è sbagliato esista il vento. Se vogliamo avere un po’ d’aria possiamo usare i ventagli o i ventilatori. 

Negli anni cinquanta, qualcuno avrà pensato che la televisione è uno strumento adatto per trasmettere quiz, varietà, partite di calcio, al limite telegiornali, ma inadatto per il dibattito politico. Per quello esistono le istituzioni, le sezioni di partito, i comizi delle piazze. La prima tribuna politica televisiva è infatti solo del 1961. Giusta o sbagliata la valutazione di opportunità, tenere fuori la politica dalla televisione è stato impossibile, nonostante fosse uno strumento di comunicazione verticale. Ancora meno possibile è controllare e limitare il dibattito in rete, uno strumento di comunicazione orizzontale.

La rete ormai esiste, esistono i blog e i social media, quasi chiunque è dotato di una connessione con dispositivo fisso o mobile. Quella virtuale è diventata e sarà sempre più la forma di comunicazione più diffusa ed immediata a grande distanza. Se non si può pretendere che tutti siano sempre connessi e pronti a commentare e rispondere, ancora più stravagante è l’idea che tutti siano disposti ad attraversare mezzo paese per relazionarsi in presenza. Il dibattito in rete mette in contatto centinaia, a volte migliaia di persone. Le relazioni in presenza possono mettere insieme una decina di persone, salvo convegni di particolare successo. In rete, il dibattito è completamente verbalizzato, non ci si vede in faccia, ma ci si può rileggere e per scrivere siamo obbligati a mettere ordine nella nostra testa. In presenza, siamo aiutati dal linguaggio analogico del corpo, che può essere un vantaggio tanto per la comunicazione, quanto per la manipolazione, ma abbiamo poco tempo per pensare e riflettere a quel che vogliamo dire e ogni parola si disperde nell’aria. In presenza, verba volant.

La parola scritta ha una sua forza documentaria. Che può infastidire. Anche prima che esistesse Internet, quando ho scritto manifesti e volantini che criticavano, non entità astratte, ma personalità nel raggio della mia sfera d’influenza, dal preside all’assessore, mi sono sempre sentito dire che no, non è così che si fa.

Quando ho potuto osservare la medesima comunità di persone, ad esempio una federazione di partito, potersi relazionare sia di persona nelle riunioni, sia in rete in una mailing list, ho notato che la relazione virtuale era più conflittuale, ma non solo e non tanto per le dinamiche proprie della relazione virtuale, quanto per il fatto che in rete era possibile introdurre argomenti di discussione che nella routine delle riunioni erano invece evitate o ignorate. Spesso le differenze convivono nella rimozione. Basta non parlarne e si evitano le divisioni. In rete, invece c’è sempre qualcuno che apre un topic e ne parla.

Con ciò, non voglio preferire una forma o l’altra. Dico invece che non ha senso mettere in contrasto una forma con l’altra. Se è possibile, meglio tutte e due: scriversi e parlarsi. Ma per la maggior parte di noi, è possibile solo scriversi. Dunque, negare la possibilità di affrontare un argomento in rete, equivale ad esprimere un proposito di esclusione e di censura. Un proposito ingenuo, perchè l’unica cosa che si può fare è negare qualche spazio, ma in rete da qualche parte comunque si discuterà.

Riguardo la questione così delicata, che sembra voler significare privata, riservata, non sono d’accordo che la violenza lo sia, non in questi termini. La questione della violenza maschile sulle donne è sempre stata quella del suo occultamento, non quella della sua eccessiva esposizione. Un libro di Patrizia Romito, dedicato alle tattiche e alle strategie di occultamento della violenza maschile, si intitola «Un silenzio assordante», non «Mancanza di delicatezza».

Naturalmente, discutere è difficile, tanto in rete, quanto in presenza. C'è sempre la tentazione di scaricare il disaccordo sul modo o sul mezzo con i quali si discute. Il confronto sui contenuti è potenzialmente inquinato dal confronto sui ruoli. Si tratta di imparare a discutere in modo corretto. Si impara con la pratica. Non c’è un luogo, un mezzo da evitare. C’è da alfabetizzarsi, per saper usare nel modo migliore il mezzo più diffuso.


P.S. TK Brambilla, autrice insieme al Ricciocorno degli articoli in merito alla vicenda di MP, ha dichiarato la sua disponibilità ad un incontro pubblico ed ha proposto come luogo la Libreria delle donne di Milano. Non è chiaro se MP sia ancora dell’idea di incontrarci o se abbia lasciato cadere la proposta, in ogni caso dichiaro di essere disponibile anch’io.


Riferimenti:
Primi interventi di Stefano Ciccone sulla bacheca di Maschile Plurale (19 aprile 2014)
Violenza di genere: lettera aperta a Maschile Plurale (Il Ricciocorno Schiattoso)
Risposta a Maschile Plurale: i centri antiviolenza rispettano la privacy (Il Ricciocorno Schiattoso)
Un'occasione per riflettere sulla violenza fuori e dentro di noi (Maschile Plurale)
Differenza di sguardo tra «Maschile Plurale» e centro antiviolenza - Un caso di rivittimizzazione? (Tk Brambilla)
Repliche di Stefano Ciccone sulla bacheca di Maschile Plurale
Pubblica denuncia (Il Ricciocorno Schiattoso)
«Maschile Plurale» ambigua e confusa sulla violenza. Inaccettabili le opinioni rivittimizzanti
Repliche di Stefano Ciccone sulla bacheca di MP (16 giugno 2014)
«Maschile Plurale» tra rimozione e rivittimizzazione
MP più interessato a difendersi che ad ascoltare
Discussione male impostata da MP, tra collusione e disimpegno
Scambio con Sara Gandini (Bacheca Libreria delle donne di Milano)

 




Se i cavalieri e le macchie di Ciccone non erano il tema ma lo erano questa donna e i suoi diritti allora non credi che la discussione sia stata impostata male?
(Stefano Ciccone sul Ricciocorno schiattoso 23 giugno 2014 alle 12:07)

Si, Stefano, ritengo che questa discussione sia stata impostata malissimo.
Infatti tutto parte da un tuo comunicato omissivo e ambiguo:

Recentemente su questa pagina sono stati pubblicati alcuni commenti, dal contenuto accusatorio, che alludono ad una vicenda a nostro avviso troppo complicata e dolorosa per essere discussa a colpi di post su un social network.
Alcuni di noi si sono da tempo attivati per incontrare e ascoltare le persone coinvolte, cercando di fare chiarezza sull’accaduto e aprendo spazi di riflessione. Intendiamo continuare ad occuparci di questa vicenda, ma con modalità rispettose della sensibilità e dignità di chi vi è coinvolto; perciò d’ora in avanti non pubblicheremo ulteriori commenti che la riguardino.
(Stefano Ciccone sulla bacheca di MP il 19 aprile 2014 alle 8:56)

In cui parli di una vicenda complicata e dolorosa, di cui intendete occuparvi in uno spazio diverso da fb.
Io che ti leggo, non so assolutamente di cosa parli. Cosa è una vicenda “complicata e dolorosa”?
E come da subito rileva il Ricciocorno in maniera chiarissima: "Quali sono le accuse mosse, e contro chi?"
Quali accuse? Violenza psicologica.
A chi? Un membro di Maschile Plurale.
Ci sono voluti gli interventi di Lizzi per capire di cosa stavi parlando: l’accusa di presunta violenza psicologica a carico di un membro dell’associazione MP.

E tu da subito parli di “conflitti sofferenze e proiezioni nelle relazioni”. Basta leggere tutti i tuoi interventi per notare che stai già dando una tua versione della vicenda, fino a esplicitarla chiaramente:

In questo lavoro e in questo confronto che abbiamo fatto io, personalmente e a nome di nessuno, mi sono fatto la mia opinione e questa opinione è che non si tratti né di violenza né di calunnia.
(Stefano Ciccone sul Ricciocorno schiattoso 8 maggio 2014 alle 21:11)

Da subito, Stefano, il punto quindi non sono le macchie di Ciccone ma se, ancora una volta, come sempre accade, la denuncia (anche non penale!) di una violenza subita da parte di una donna la espone a una ulteriore violenza, agita anche attraverso il racconto pubblico che si sceglie di farne o non farne.
Che questo avvenga da parte di chi si occupa proprio di violenza contro le donne è solo un’aggravante.
Se non fossi stato più impegnato a dire, dire e dire ma ti fossi posto davvero in una posizione un po’ meno ego-centrata e di sincero ascolto, avresti messo subito a fuoco la questione posta dai tuoi diversi interlocutori.

Siamo partiti da qui:

In questo lavoro e in questo confronto che abbiamo fatto io, personalmente e a nome di nessuno, mi sono fatto la mia opinione e questa opinione è che non si tratti né di violenza né di calunnia.
(Stefano Ciccone sul Ricciocorno schiattoso 8 maggio 2014 alle 21:11)

Passando per:

L’altro rimprovero è di non citare la violenza se non in un riferimento generale alle relazioni tra i sessi. Anche in questo caso credo sia corretto non fare riferimento alla violenza se non si è verificato, o si ritiene di averlo fatto, che questa violenza ci sia stata. Non mi pare utile confondere conflitti e violenza, vissuti di sofferenza e violenza, indisponibilità al confronto, incomprensione reciproca, ottusità, ostilità, rivalsa, rancore, delusione con violenza.
(Stefano Ciccone sul Ricciocorno schiattoso 8 maggio 2014 alle 21:11)

Quindi la nostra scelta non è di “non dare un nome alle cose” ma di dargli il nome che riteniamo corretto, e di confrontarci su questo con chi è coinvolta/o senza esprimere giudizi sommari.
(Stefano Ciccone sul Ricciocorno schiattoso 8 maggio 2014 alle 21:11)

Posso, cioè non considerare violenta la dinamica tra due persone ma non per questo condannare come calunniatrice la donna che la chiama così.
(Stefano Ciccone sul Ricciocorno schiattoso 8 maggio 2014 alle 21:11)

Per arrivare a:

Io ho detto che non posso io a sapere cosa c’è stato (…) Quello che ho provato a dire e che provo a ripetere è che io non posso dire se c’è stata o no violenza.
(Stefano Ciccone sulla bacheca di MP 12 giugno 2014 alle 12:12)

E questo per me è un buon primo passo in un percorso di verità, per il quale vale la pena proporre e ri-proporre, anche correndo il rischio di tediare chi legge.

Ma se nel confronto ti ostini a ribadire inaccettabili esternazioni, aggiungendo ogni volta dettagli non dirimenti ma che vanno nella direzione della conferma della tua opinione personale secondo cui non c’è stata violenza, io mi trovo costretta a ribadire e ribadire, anche se tedierò il mondo intero.

Se alla questione del rischio di aspetti collusivi continui a rispondere dicendo che ve la siete posta senza però risolverla, per esempio come suggeriva Loredana Galano, inviando ad altri la riflessione personale con “lui”, a me non rimane che ri-proportela n-volte: il dato di fatto è che avete preso atto del rischio e avete deciso di conviverci. Punto.

Se tu racconti di un percorso con la donna all’insegna dell’ascolto, della cura e della sensibilità e a domanda rispondi di non sapere nulla del coinvolgimento di un centro, tanto che “lei” ritiene di smentirti in proposito attraverso il Ricciocorno, tua interlocutrice, devo chiedermi e chiederti se sei proprio sicuro che l’ascolto prestato sia stato reale.

Se “lei” ti ha detto del suo percorso con un centro antiviolenza e tu non ne conosci gli esiti perché a lei non chiedi nulla ma rimani in attesa di verifiche terze da parte di “donne della città”, verifiche secondo te utili, io non posso che restituirti l’immagine che ne deriva: qualcosa si deve essere seriamente inceppato in questo percorso e confronto con la donna. Due domande me le farei. Non mi limiterei alla difesa ad oltranza della profondità del percorso di verifica intrapreso e di quanto bravo sono ad ascoltare e mettermi in discussione.

Te lo dico, io sto facendo una fatica titanica a confrontarmi con te. E decisamente non mi sento ascoltata. Certamente sarà reciproco, non lo metto in dubbio ma mai oserei definire ‘sta roba un confronto basato sull’ascolto, la sensibilità e la cura.

Almeno un’ultima cosa mi preme puntualizzare, mi scrivi:

Devo dire che non mi pare di aver percepito una corrispondente disponibilità all’ascolto, ma non ne faccio un rimprovero. Se si vuole essere onesti si può notare che in questa discussione è stata caricata una (legittima) diffidenza verso maschile plurale, un fastidio per un impegno maschile sulla violenza a cui /(legittimamente) non si crede fino in fondo, la convinzione (di nuovo legittima) che gli uomini in quanto “oppressori” non possano genuinamente essere parte di un impegno contro la violenza. Non sarebbe stato più corretto discutere di questo e non “usare” una vicenda personale di cui (a tutt’oggi) i protagonisti non ci hanno detto ancora nulla e parliamo per sentito dire?
(Stefano Ciccone sulla bacheca di MP 23 giugno 2014 alle 12:07)

Questa cosa, per esempio, non credo sia esattamente dimostrazione di ascolto.
Nei miei interventi non ho mai sostenuto che gli uomini, in quanto oppressori, non possano genuinamente essere parte di un impegno contro la violenza. Visto che ti interessa, sappi che sono convinta che gli uomini non solo possano ma debbano essere parte di un impegno contro la violenza e non ho nessun fastidio per l’impegno maschile sulla violenza. Nessuno. Ne ho molto quando non lo vedo.
Che sia stata mossa da diffidenza nei confronti di MP è una illazione tua, che respingo.
Quindi no, non sarebbe stato “più corretto” parlare di questo, mentre è scorretto che tu mi dica che ho usato una vicenda personale per parlare di altro. Vicenda che peraltro non sono stata io a rendere pubblica.
E non si tratta di una vicenda di cui parliamo per sentito dire. Ne sto parlando con te che sostieni che con MP l’hai verificata, analizzata, sviscerata insieme alle due persone coinvolte.
Sto invece discutendo di come questa vicenda viene pubblicamente raccontata da te che, diversamente da me, ne parli perché la conosci. Anzi, ne parli proprio con l’autorevolezza di chi la conosce.

Ti seguo perfettamente quando dici che denunciare il contesto maschilista in cui il gesto individuale si inserisce non riduce la responsabilità del singolo ma permette di non fermarsi alla condanna del singolo gesto.
Ma se passando dalla teoria alla pratica, questo impianto teorico si inceppa, non ti seguo più. La teoria non mi basta.
Nella richiesta di chiarimenti sul modo di MP di gestire questa vicenda, che è sembrato quantomeno incline a una facile rimozione, se il tuo interlocutore è uomo, riesci a leggere solo la necessità di emettere giudizi rassicuranti e tranquillizzanti che confermano l’estraneità alla violenza. Fino ad arrivare a dire che non ti interessa esprimere un giudizio di condanna dell’uno o dell’altro, riducendo la condanna della violenza a una gara tra maschietti a chi è più buono e, in concreto, ridimensionando l’importanza della condanna del singolo gesto.
Se invece la tua interlocutrice è donna nella richiesta di chiarimenti riesci a leggere solo le aspettative deluse in un cavaliere senza macchia o un principe azzurro, figure dell’immaginario patriarcale a cui attribuisci quindi la denuncia e la condanna del singolo gesto. Aspettative deluse a cui naturalmente, da uomo liberato, non ti interessa corrispondere. Riesci così in un colpo solo a essere sminuente nei confronti di un femminile che ti richiama al tuo impegno contro la violenza e, ancora, a ridimensionare l’importanza della condanna del gesto singolo.

Una bella confusione. E ne avevamo proprio bisogno!

Da n-post, che hai chiamato polemichetta su fb, sto tentando inutilmente di dirti che invece ti deve interessare. Soprattutto se a oggi non sei in grado di sapere se c’è stata violenza o conflitto. E soprattutto se dal racconto che hai fatto deduco che qualche errore è stato commesso. Certamente nella relazione con la donna.
Se mi dici che non siete arrivati a nulla e che sostanzialmente siete in attesa che lei di sua spontanea volontà (lei che ti smentisce attraverso un tuo interlocutore) o il centro o verifiche terze vi illuminino di immenso, in effetti quello che mi arriva è che non ti interessa abbastanza. A te e MP.
E quindi, si, per correttezza devo dire che adesso, alla luce di questo confronto con te, sono molto perplessa sull’impegno di MP. Sicuramente in questa vicenda. Adesso si.


Riferimenti:
Primi interventi di Stefano Ciccone sulla bacheca di Maschile Plurale (19 aprile 2014)
Violenza di genere: lettera aperta a Maschile Plurale (Il Ricciocorno Schiattoso)
Risposta a Maschile Plurale: i centri antiviolenza rispettano la privacy (Il Ricciocorno Schiattoso)
Un'occasione per riflettere sulla violenza fuori e dentro di noi (Maschile Plurale)
Differenza di sguardo tra «Maschile Plurale» e centro antiviolenza - Un caso di rivittimizzazione? (Tk Brambilla)
Repliche di Stefano Ciccone sulla bacheca di Maschile Plurale
Pubblica denuncia (Il Ricciocorno Schiattoso)
«Maschile Plurale» ambigua e confusa sulla violenza. Inaccettabili le opinioni rivittimizzanti
Repliche di Stefano Ciccone sulla bacheca di MP (16 giugno 2014)
«Maschile Plurale» tra rimozione e rivittimizzazione
MP più interessato a difendersi che ad ascoltare





Stefano, continui a chiedere cosa avreste dovuto fare: sostituirvi all’unica persona titolata a fare una eventuale denuncia? Sostituirvi a soggetti (centri antiviolenza e forze dell’ordine) che hanno un ruolo specifico?
Davvero mi stupisce, mi stupisce assai, che siamo ancora fermi a questo.

Ci riprovo, cercando di essere sintetica. I punti essenziali non meritano di perdersi in mezzo a tanto dire.

- Una donna sostiene di avere subito violenza psicologica da un vostro associato, decide di non denunciare legalmente ma sceglie di non stare in silenzio e di parlarne a voi di MP.
Da quel momento la vicenda vi riguarda.
E ti rimando, come ho già fatto, alle domande poste da Loredana Galano, secondo me ancora aperte:

In base alla relazione di amicizie e stima si sono presi in considerazione gli aspetti collusivi? si è valutata l’ipotesi che, essendo l’uomo coinvolto appartenente all’associazione forse la “riflessione” personale sarebbe stata meglio inviarla ad altri? Si è intrapresa anche una “riflessione” con la donna?
(Loredana Galano sulla bacheca di MP 5 giugno 2014 alle 20.54)

- Ritengo che nel racconto pubblico di una presunta violenza le opinioni personali, dichiaratamente non suffragate da fatti e che negano ci sia stata violenza, siano assolutamente inaccettabili: si tratta di insinuazioni potenzialmente rivittimizzanti.

- Ritengo che MP avesse il dovere di seguire il percorso intrapreso dalla donna che a voi si era rivolta, proprio perché è stata lei a scegliere di rivolgersi a voi e di mettervi a conoscenza del coinvolgimento del centro. E perché è vicenda che vi riguarda da vicinissimo. Siete coinvolti.
Non siete stati chiamati a dirimerla ma a occuparvene. Non siete stati chiamati a scavalcare la donna o assumerne il ruolo di tutore ma a riconoscerla come soggetto, chiedendole di seguire l’esito del percorso da lei intrapreso e da lei stessa a voi rivelato, al fine di confrontarvi con il centro antiviolenza e scongiurare ogni pericolo di possibile rimozione.

Io ho detto che non posso scavalcarla e contattare il centro e che il centro non ci ha contattati e che non è emersa dal suo percorso nel centro una denuncia pubblica. Descrivi questo come un attorcigliamento.
(Stefano Ciccone sul Ricciocorno 19 giugno 2014 alle 17.10)

In verità descrivo questo come un lavarsene le mani.
Che dal suo percorso non sia emersa una denuncia pubblica, come ben sappiamo, non è dirimente di nulla. È invece un’altra esternazione allusiva che va nella direzione della negazione e che certamente fa parte di quelle che contribuiscono a creare un clima che inibisce la scelta della denuncia.
Che tutto ciò arrivi da un ambiente sensibile a queste tematiche, ritengo possa avere un effetto devastante.

Tutte queste preoccupazioni non vi hanno invece impedito di scavalcarla, accettando di parlare di lei con soggetti che non hanno alcuno specifico ruolo (amici, colleghi, ex e non meglio identificate “donne della città”) e scegliendo di fare pubblici cenni allusivi relativi a questi confronti, ancora una volta con esternazioni che hanno il sapore dell’insinuazione e del chiacchiericcio: valutazioni tra loro diverse avute da amici e colleghi e nessuna verifica terza andata a buon fine.

Non c’è nulla in ciò che ho detto che possa essere equivocato come una richiesta di sostituirvi all’unica persona titolata a una eventuale denuncia o di sostituirvi a soggetti (centri antiviolenza e forze dell’ordine) che hanno un ruolo specifico. Né tantomeno una richiesta di nomi e cognomi. Nulla. Altrimenti indicami esattamente dove, e mi correggerò.
Spero vivamente che con il tuo prossimo intervento non si debba ricominciare sempre da queste argomentazioni.

Mi colpisce la conclusione del tuo ultimo post. Mi colpisce davvero che tu l’abbia scritta.:

Vedi poi un clima omertoso e di ossequio per “Stefano Ciccone dall’esperienza ventennale e la prestigiosa MP.” Io credo che la pratica politica, la vita delle persone abbiano un valore e che i giudizi si costruiscano anche sulla relazione concreta con le persone. Devo dire che mi fa piacere vedere la fiducia (non cieca e incondizionata) nella mia storia e nel mio impegno. Ma, ripeto, non ci tengo ad essere l’uomo buono e non faccio questo per l’approvazione di qualcun altro. Lo faccio per me e perché lo considero un percorso di libertà, di conflitto con un sistema di potere, di rottura con una complicità con un ordine oppressivo. Puoi ironizzare, se vuoi, su questo. Ma questa è la mia vita.
(Stefano Ciccone sul Ricciocorno 19 giugno 2014 alle 17.10)

No, Stefano, la mia non è affatto ironia. Proprio perchè so bene che i giudizi si costruiscono sulla relazione con le persone e sulla fiducia.
In realtà stiamo parlando proprio di questo: è esattamente ciò che molto lucidamente è stato subito messo a fuoco da Loredana Galano.
Per tutta questa discussione ho fatto continuamente lo sforzo di dimenticare che sei Stefano Ciccone di MP. Ho cercato di leggerti e formarmi un’opinione nonostante tu sia Ciccone di MP.

Perchè Stefano, il punto è anche questo:

“Lui” è uno di MP, amico di Ciccone di MP.
Ciccone di MP si è interessato alla vicenda come membro di MP ( “un’associazione che da anni conduce una riflessione sulle molteplici forme di violenza maschile – dalle più eclatanti alle più sottili, da quelle fisiche a quelle psicologiche – che attraversano le relazioni tra i sessi e che ci devono interrogare quotidianamente e personalmente.” ) ma “in primo luogo sulla base di relazioni di amicizia e stima” .

“Lei” invece è solo “lei”:
- La donna che secondo Ciccone di MP non ha subito violenza ma ha un vissuto di sofferenza.
- La donna di cui perfino amici, ex e colleghi danno valutazioni diverse. E ce lo dice Ciccone di MP.
- La donna che sostiene di avere intrapreso un percorso in un centro antiviolenza su cui però nessuna verifica terza è andata a buon fine. E ce lo dice Ciccone di MP.
- La donna che si è rivolta a un centro antiviolenza ma del cui percorso non si sa nulla se non che non ha portato a una denuncia pubblica. E ce lo dice Ciccone di MP.

Stiamo parlando esattamente di questo. E trovo incredibile che non ti sia evidente. E trovo che a molti non sia evidente proprio perché sei Ciccone di MP.

Si, ho letto il comunicato di MP e non c’è nulla rispetto a ciò di cui stiamo discutendo, non posso che dedurne che MP non abbia nulla da dire sulle cose che scrivi passando con disinvoltura dall’ “io” al “noi”.
Di ciò che accade qui e adesso, non una parola in quel comunicato.

In conclusione davvero, Stefano, nessuna di queste obiezioni ti fornisce motivo di ripensamento e riflessione sulla modalità scelta per affrontare questa vicenda, che a mio parere non è affatto espressione del percorso politico che rivendichi? Nulla?
Vedo solo un atteggiamento difensivo e, questo si, ha a che fare con l’immagine di Ciccone “uomo buono”.
A proposito di cavalieri e principi azzurri, a cui ho visto fare cenno, vorrei precisare che qui il punto non è l’aspettativa di cavalieri senza macchia, qui si sta chiedendo di non fare danno. Sto denunciando una modalità che, a mio parere, ha esposto questa donna a una rivittimizzazione.

I cavalieri e le macchie di Ciccone non sono l’elemento importante in questa discussione.
Lo è questa donna e i suoi diritti.
I suoi diritti, non l’aspettativa di gesta eroiche di un principe azzurro che corre in suo aiuto.
È doveroso prendere parola per denunciare il trattamento che sta subendo in questo tuo racconto pubblico della possibile violenza da lei subita. Credo che almeno questo le sia dovuto.
Per essere ulteriormente chiara: non mi stupisce che un’associazione di uomini faccia cerchio per garantire a uno di loro il diritto a non essere esposto a scorretti processi virtuali. Mi stupisce e mi duole profondamente che le donne, soprattutto quelle che si occupano in prima linea di violenza, non si siano strette intorno a questa donna per garantirle lo stesso diritto.
È questa la mia aspettativa delusa. È questa la delusione con cui devo fare i conti.

Per quanto mi riguarda sono assolutamente disponibile a incontri pubblici in presenza. Non penso debba essere l’unica modalità per proseguire una discussione ma è certamente un modo per integrarla. Anche se a questo punto ammetto di essere abbastanza perplessa rispetto al senso di un confronto, in cui mi pare tu sia più concentrato a dire che ad ascoltare.
Come luogo propongo la Libreria delle donne di Milano.


Riferimenti:
Primi interventi di Stefano Ciccone sulla bacheca di Maschile Plurale (19 aprile 2014)
Violenza di genere: lettera aperta a Maschile Plurale (Il Ricciocorno Schiattoso)
Risposta a Maschile Plurale: i centri antiviolenza rispettano la privacy (Il Ricciocorno Schiattoso)
Un'occasione per riflettere sulla violenza fuori e dentro di noi (Maschile Plurale)
Differenza di sguardo tra «Maschile Plurale» e centro antiviolenza - Un caso di rivittimizzazione? (Tk Brambilla)
Repliche di Stefano Ciccone sulla bacheca di Maschile Plurale
Pubblica denuncia (Il Ricciocorno Schiattoso)
«Maschile Plurale» ambigua e confusa sulla violenza. Inaccettabili le opinioni rivittimizzanti
Repliche di Stefano Ciccone sulla bacheca di MP (16 giugno 2014)
«Maschile Plurale» tra rimozione e rivittimizzazione

La violenza contro le donne ci riguarda: prendiamo la parola come uomini
 (Maschile Plurale 2006)




Non conosco la donna coinvolta, non l’ho mai incontrata, non ho mai parlato con lei.
Leggo di questa vicenda e mi sono fatta bastare la tua versione, Stefano Ciccone.
Esiste una donna che sostiene di avere subito violenza psicologica e un uomo che sostiene di essere accusato ingiustamente. Non ci sono versioni “altre”. Non ci sono fatti che chi ti legge conosce e che portano a fare una valutazione altra, né sto esprimendo un giudizio su una vicenda che io non conosco e tu si.
Per essere chiari: mi sto esprimendo su come Stefano Ciccone e MP hanno pubblicamente raccontato la loro gestione della vicenda.

Ti dico cosa vedo io che vi leggo.
Si viene a sapere, con post allusivi, che un membro di MP è stato accusato di violenza psicologica e vi si chiede se questo fatto è vero e come l’avete gestito.
Tu lo confermi e scrivi fiumi di parole, da cui però ti smarchi continuamente. Ma le scrivi. E io le leggo.
Il succo qual è? Dici che questa donna ha scelto di non fare una denuncia pubblica, né ad oggi si è mossa per vie legali. E dici che la sua scelta va rispettata.
D’accordissimo.
Ma questa donna, come tu stesso racconti, non ha fatto la scelta del silenzio: vi è venuta a cercare e si è rivolta a voi. E non vi ha posto un caso generico di violenza ma un caso in cui è coinvolto un vostro membro.
È venuta da voi, Stefano.
E tu, voi, che avete fatto? Ci racconti di confronti, ascolto, cura e sensibilità. Ma sostanzialmente non avete fatto nulla.
Di lei non sai niente.
Hai sostenuto di non sapere del coinvolgimento di un centro.

Non sono in nessun disaccordo con nessun centro antiviolenza e non ho nessuna notizia di un centro antiviolenza che abbia “preso in carico”.
Stefano Ciccone sul Ricciocorno schiattoso 9 maggio 2014 alle 17:16

Alla sua smentita, sostanzialmente hai risposto che sono cose che riguardano solo lei.
E dopo averci detto che hai parlato perfino con amici, ex e colleghi anche di lei (avevi la sua autorizzazione?) dici che per il rispetto della sua privacy non hai neanche tentato di conoscere il percorso da lei intrapreso presso il centro.
Dici di non essere stato contattato da nessun centro.
Il centro doveva contattare te? Davvero, Stefano?
Adesso chiedi cosa avresti dovuto fare, scavalcare lei e contattare il centro? Scavalcarla?!
Ma Stefano, se è lei che è venuta da voi! Maddai, questi sono attorcigliamenti inutili e che mi stupiscono. Bastava semplicemente chiedere a lei del suo percorso e a lei il consenso a parlare in sua presenza con le operatrici. E lo sai. Devo dirtelo io? Dai…
Lo hai fatto? Lei ti ha negato il consenso?
Immagino di no.

Semplicemente non volevate sapere.

Sostanzialmente di lei, che a voi ha fatto la sua denuncia, ve ne siete lavati le mani.
Ma purtroppo non ti sei limitato a questo.
L’hai ripetutamente esposta in maniera grossolana, a una rivittimizzzione, e MP te l’ha silenziosamente lasciato fare, scegliendo di comunicare e ribadire la tua personale opinione: né violenza, né calunnia. Solo un vissuto di sofferenza.
Di lei, naturalmente.
Quella che è venuta da voi e di cui dichiari di non sapere nulla del percorso che ha intrapreso.

In questo lavoro e in questo confronto che abbiamo fatto io, personalmente e a nome di nessuno, mi sono fatto la mia opinione e questa opinione è che non si tratti né di violenza né di calunnia.
Stefano Ciccone sul Ricciocorno schiattoso 8 maggio 2014 alle 21:11

Mentre proseguendo sosterrai:

io rivendico la mia scelta di non eergermi a giudice di situazioni che non conosco e rivendico per maschile plurale un ruolo e una pratica differenti”.
Stefano Ciccone sulla bacheca di MP 16 giugno alle 11.38

In breve per smarcarvi dalla “rimozione”, avete sostenuto di esservi occupati della vicenda, di avere approfondito e verificato come voi da sempre fate e sapete fare (ascolto, cura e sensibilità) e che la violenza non è stata “rimossa”, non c’era. C’erano i vissuti.
Quando vi si è chiesto conto di questo giudizio o opinione, quando vi si è chiesto come ci siete giunti e come si metteva insieme al coinvolgimento di un centro antiviolenza, quando vi si è posto il problema che queste esternazioni correvano il rischio di essere rivittimizzanti, per smarcarvene avete sostenuto che si trattava di mera opinione personale, neanche suffragata da verifica di fatti, e sostanzialmente che non siete in grado di distinguere tra conflitto e violenza quando dalla teoria (dai libri e dalle conferenze) si passa alla concretezza della vita delle persone. Di più, avete sostenuto che questo è compito di polizia e magistratura.
Questa è rimozione.
Hai scritto tanto, Stefano. Tantissimo. Ne hai dette di cose. Spesso una cosa e anche il suo contrario.
Fin dall’inizio di questa discussione hai fatto una sorta di elenco di ciò che non potevate fare quando vi siete trovati a gestire questa vicenda:

Non puoi archiviare la cosa solo perché conosci quell’uomo e ti fidi di lui, non puoi agire burocraticamente e “sospenderlo” salvando la tua coscienza e l’immagine della tua associazione, non puoi dire che si tratta di una vicenda privata che devono risolversi tra loro. Non puoi intervenire tu per dirimere la situazione come fossi polizia, servizi o magistratura. Non puoi emettere come Associazione una sentenza: né di condanna né di assoluzione.
Stefano Ciccone sul Ricciocorno schiattoso 19 giugno 2014 alle 17:10

Io ti ho letto e ho letto MP. E in buona sostanza avete archiviato la cosa come vicenda privata che devono risolversi da soli.
Anzi che lei deve risolversi da sola.
Spetta alle donne denunciare. E quindi sta a lei: o deve fare una denuncia penale o/e può farsi accompagnare da un centro in un percorso di cui non vi interessa nulla e di cui non vi siete scomodati di sapere qualcosa. Sono fatti suoi.

Di lei, che ha scelto di “denunciarla” a te, a voi di MP.
A voi che “la violenza ci riguarda”.

Ma non vi siete limitati a questo.
Lo ribadisco e ribadisco ancora.
Avete emesso una sentenza di cui però non vi assumete la responsabilità e la sdoganate (ma intanto la propinate!) poichè opinione personale per di più non supportata da verifica di fatti (che significa, che non eravate presenti al verificarsi della presunta violenza?!) ma basata solo sull’opera di ascolto che richiede cura e sensibilità.
Insomma solo esternazioni allusive, che ci raccontano di una violenza che non c’è stata e di una donna dal vissuto di sofferenza.

Il chiacchiericcio, come lo chiami tu, che avete interrotto è quello che alludeva a un membro di MP accusato di violenza.
In compenso avete trattato la vicenda con post allusivi in cui si fa del chiacchiericcio su una violenza che non c’è stata e su una donna dal vissuto di sofferenza.

Questo trattamento è inaccettabile e non è questione da lasciare alla sensibilità o al buon cuore di chi può vantare un’esperienza ventennale sulla violenza tra i sessi: è un diritto di questa donna non essere esposta a una possibile rivittimizzazione a suon di opinioni personali per di più rivendicate come “disinformate” poiché non supportate da verifica di fatti.
Io, voi e anche tu, come tu dici, non sappiamo se questa donna ha subito violenza oppure no. Tu quindi non puoi esporla, con la connivenza di MP, a una possibile rivittimizzazione.

Non lo puoi fare. Anche questa è una forma di violenza.

E visto che dici che spetta alle donne denunciare la violenza e a voi il percorso di liberazione, mentre voi chiacchierate per liberarvi, io che sono una donna, denuncio pubblicamente questa inaccettabile cosa.
Nonostante i tuoi “che palle!”, il rischio del ridicolo cui fai cenno se si continua a discutere di questa storia e le preghiere di metterci un punto di Andrea de Giacomo.

Quindi, Stefano, tutto tranne che un processo alle intenzioni. Dei vostri “perché” in questa storia, dei vostri “moventi” non me ne occupo. Forse addirittura non mi interessano. Fatevi le vostre riflessioni collelttive, nel percorso di verità.

Sto apertamente criticando il vostro modo di affrontare questa vicenda, sto denunciando apertamente e pubblicamente il vostro disinteresse nei confronti di questa donna che a voi si è rivolta per denunciarvi una possibile violenza subita da uno di voi. Sto pubblicamente denunciando il trattamento a cui l’avete sotttoposta nel vostro racconto pubblico di una possibile violenza. Sto criticando il vostro mettervela a posto facile, con un io non so, non son poliziotto! che vi permette di far sparire la violenza, mentre contemporaneamente sostenete di non sapere se c’è stata o meno. Sparisce la violenza e sparisce completamente lui, quello che non sapete se ha agito violenza oppure no su quella donna. Di lui fate cenno solo per dire che potrà decidere di querelare per calunnia. Niente altro. Sparisce dalla narrazione protetto dal chiacchiericcio su di lui.
Se a trattare in questo modo un fatto di presunta violenza sulle donne fosse stato un giornalista magari alle prime armi, tante voci si sarebbero levate. Tante decostruzioni minuziose sarebbero piovute, altro che analisi delle virgole!
Ma a parlarne è Stefano Ciccone dall’esperienza ventennale e la prestigiosa MP. E tutte/i tacciono.
Ammetto, questo silenzio mi ha profondamente scossa.


Riferimenti:
Primi interventi di Stefano Ciccone sulla bacheca di Maschile Plurale (19 aprile 2014)
Violenza di genere: lettera aperta a Maschile Plurale (Il Ricciocorno Schiattoso)
Risposta a Maschile Plurale: i centri antiviolenza rispettano la privacy (Il Ricciocorno Schiattoso)
Un'occasione per riflettere sulla violenza fuori e dentro di noi (Maschile Plurale)
Differenza di sguardo tra «Maschile Plurale» e centro antiviolenza - Un caso di rivittimizzazione? (Tk Brambilla)
Repliche di Stefano Ciccone sulla bacheca di Maschile Plurale
Pubblica denuncia (Il Ricciocorno Schiattoso)
«Maschile Plurale» ambigua e confusa sulla violenza. Inaccettabili le opinioni rivittimizzanti
Repliche di Stefano Ciccone sulla bacheca di MP (16 giugno 2014)

  


di Tk Brambilla


In risposta al mio post, in cui affermo che Stefano Ciccone:

sceglie di comunicare, e ribadire più volte, il suo giudizio informato sulla vicenda: non c’è stata violenza ma il “resto”. Ciccone non occulta il caso o nasconde la realtà. Ciccone sceglie di comunicare pubblicamente la sua versione della realtà: non c’è stata violenza

Stefano Ciccone si chiede dove io abbia letto questa affermazione.

L’ho letta qui:

In questo lavoro e in questo confronto che abbiamo fatto io, personalmente e a nome di nessuno, mi sono fatto la mia opinione e questa opinione è che non si tratti né di violenza né di calunnia.
(Stefano Ciccone sul Ricciocorno schiattoso 8 maggio 2014 alle 21:11)

Mi sembra che Ciccone dica che non c’è stata violenza. E concede che non ci sia stata neanche calunnia: quelle di lei non sono false accuse, sono solo il suo vissuto. È una questione di “vissuto”. Di lei, naturalmente. E non è sembrato soltanto a me, ma anche alle commentatrici che hanno partecipato al dibattito con Ciccone. Basta leggere per verificare che il Ricciocorno più volte si dichiara sollevata da questa conclusione e mai Ciccone la corregge in proposito.

Io lo trovo grave.

Ciccone ripeterà per tutto il confronto che bisogna distinguere tra violenza e conflitto e che questa è stata la strada scelta da MP e che

Quindi la nostra scelta non è di “non dare un nome alle cose” ma di dargli il nome che riteniamo corretto, e di confrontarci su questo con chi è coinvolta/o senza esprimere giudizi sommari.
(Stefano Ciccone sul Ricciocorno schiattoso 8 maggio 2014 alle 21:11)

La sua opinione immagino quindi non sia un giudizio sommario. Ma informato.

Questo non è scegliere di non parlare pubblicamente di una vicenda delicata per non esporre nessuno a tribunali virtuali. Questo è scegliere di parlarne a suon di opinioni personali che hanno il sapore di verdetti virtuali, per di più incontestabili poiché ci giungono da chi sostiene che nascano da un serio lavoro di verifica e ascolto. Ribadisco quindi che Ciccone si è assunto una grande responsabilità nell’esprimere questo giudizio. Cosa che io trovo grave. Tanto più che oggi ci dice che lui non sa se c’è stata violenza oppure no.

Io ho detto che non posso io a sapere cosa c’è stato (...) Quello che ho provato a dire e che provo a ripetere è che io non posso dire se c’è stata o no violenza.
(Stefano Ciccone sulla bacheca di MP 12 giugno 2014 alle 12:12)

E ribadisco che, se esiste una donna che ha subito violenza, quel tipo di esternazioni pubbliche ne rappresentano la sua rivittimizzazione.

E non ho letto che MP ne abbia preso le distanze.

Quindi, se esiste una donna che ha subito violenza (e pare che Ciccone e MP non lo sappiano ad oggi) questa sarebbe la sua rivittimizzazione per mano di Ciccone, sotto gli occhi di MP. E visto che nessuno sa se questa donna ha subito violenza oppure no, trovo sconcertante che proprio chi si occupa di violenza contro le donne corra, in una maniera così grossolana, il rischio di rivittimizzarla pubblicamente. Che accada per mano di un’associazione maschile è ancora più sconcertante.

Tra le tante altre cose, Ciccone scrive:

Siamo d’accordo sul fatto che la violenza va distinta dal resto (conflitti, rancori, incomprensioni, scorrettezze, delusioni, tradimenti, ripicche, ottusità…) che si verifica nelle relazioni e che la violenza va denunciata se si ritiene che si sia verificata.
(Stefano Ciccone sul Ricciocorno Schiattoso 9 maggio 2014 alle 09:20)

Sorvolo la questione della denuncia, direi che sarebbe già importante nominarla (che non è esattamente la stessa cosa) se si ritiene che si sia verificata. Era questa del resto la sostanza della questione posta da subito a MP. E poiché mai viene nominata da Ciccone (se non per dire che la sua opinione è che non si è trattato di violenza) né da MP, se si esclude la rimozione e la reticenza, significa che non si ritiene ci sia stata, visto il lavoro di ascolto e approfondimento svolto. Ma evidentemente è tutto un malinteso. E da questa ultima risposta di Ciccone forse ne capisco anche l’origine. Il lavoro di confronto, approfondimento, che richiede ascolto, sensibilità, cura, capacità di misurarsi con la complessità e la realtà delle singole storie, non è sufficiente per stabilire se una dinamica relazionale è violenta oppure no. Quando Ciccone sostiene di non avere riscontrato violenza, per spiegare il fatto che non la nomini mai, non vuole dire che non c’è stata, vuole dire che mesi di confronto, approfondimento per fare chiarezza e blabla non sono sufficienti per distinguere una dinamica relazionale violenta da una conflittuale. Ciccone ci spiega che MP si occupa di distinguere conflitto e violenza senza dare deleghe agli esperti ma senza sostituirsi a loro. Ci dice che in casi come questo non può approntare un tribunale per accertare la verità. Tira in mezzo polizia, servizi e magistratura.

Ma qui il tema era nominare la violenza quando c’è. Una gara di severità contro la violenza sulle donne? Qui siamo all’incapacità di stabilire cosa è conflitto e cosa è violenza.

Ciccone dice anche:

Come dovremmo confrontare le mie opinioni, quelle di Ricciocorno, quelle di TKBrambilla, di Massimo Lizzi o di chi interviene su facebook se non conosciamo direttamente la storia, le persone coinvolte e nemmeno le loro versioni e i loro racconti? Di cosa parliamo?
(Stefano Ciccone sulla bacheca di MP 12 giugno 2014 alle 12.11)

Di cosa parliamo? Parliamo di come MP affronta un caso di presunta violenza che vede coinvolto un suo membro. Parliamo di come MP si occupa di violenza sulle donne quando dalla teoria si passa alla realtà, per di più a lei assai prossima. E rimando alle domande, a mio avviso ancora inevase, poste da Loredana Galano:

in base alla relazione di amicizie e stima si sono presi in considerazione gli aspetti collusivi? si è valutata l'ipotesi che, essendo l'uomo coinvolto appartenente all'associazione forse la "riflessione" personale sarebbe stata meglio inviarla ad altri? Si è intrapresa anche una "riflessione" con la donna?
(Loredana Galano sulla bacheca di MP 5 giugno 2014 alle 20.54)

E, come minimo, quello che io vedo è che la complessità diviene confusione. Una confusione che può avere conseguenze concrete e gravi. Di questo parliamo.

Mi permetto ancora un paio di puntualizzazioni.

- Nella discussione sul Ricciocorno schiattoso, Ciccone scrive:

Non sono in nessun disaccordo con nessun centro antiviolenza e non ho nessuna notizia di un centro antiviolenza che abbia “preso in carico”
(Stefano Ciccone sul Ricciocorno Schiattoso 9 maggio 2014 alle 17:16)

Eppure apprendiamo dal Ricciocorno che la donna, quella con cui MP ha avuto un confronto “diffuso”, ci tiene a precisare almeno una cosa, in una discussione in cui si racconta di lei:

lei si è rivolta al centro antiviolenza. (...) Alcuni membri dell’Associazione Maschile Plurale sapevano di questo suo percorso, tra questi anche Stefano Ciccone
(Ricciocorno Schiattoso 29 maggio 2014)

Non ho motivo alcuno di dubitare di questa cosa, a meno che Ciccone ci dica che “lei” sta mentendo.

Dal primo post comparso deduco che questa donna ha intrapreso un percorso in un centro antiviolenza almeno da gennaio. Circa sei mesi. Almeno. E lei dice che MP e Ciccone lo sapevano. E visto che i centri non rivelano queste notizie, per di più all’amico del presunto violento, immagino l’abbiano saputo proprio da lei. Ovviamente quando chiedo se hanno provato a contattare le operatrici, intendo attraverso lei. Solo lei può dare il consenso.

Ribadisco che se Ciccone e MP si sono dimenticati di questo dettaglio, non depone bene rispetto alle capacità di ascolto di cui tanto abbiamo letto. A meno che naturalmente non ci dicano che lei stia mentendo. E ribadisco che contattare le operatrici poteva essere utile a fare chiarezza, vista la difficoltà a farla, a meno che non ci dicano che lei ha negato il consenso.

Non ho capito invece cosa intende Ciccone quando scrive:

Un centro antiviolenza, poi, avvia un ascolto di una donna senza preventivamente dare una valutazione sulla sua affidabilità: le fornisce supporto e strumenti
(Stefano Ciccone sulla bacheca di MP 12 giugno 2014 alle 12.12)

Quanti mesi ci mette un centro per fare una valutazione sull'affidabilità della donna?

- Ciccone dice che scrive a titolo personale, dato che, come ovvio, non parla a nome dell’associazione. No, non è ovvio. Ciccone parla come uno che si è impegnato in questa vicenda:

in primo luogo sulla base di relazioni di amicizia e stima, ma anche in quanto parte di un’associazione che da anni conduce una riflessione sulle molteplici forme di violenza maschile - dalle più eclatanti alle più sottili, da quelle fisiche a quelle psicologiche - che attraversano le relazioni tra i sessi e che ci devono interrogare quotidianamente e personalmente
(Maschile Plurale 02 Giugno 2014 01:40)

Riferimenti:
Primi interventi di Stefano Ciccone sulla bacheca di Maschile Plurale (19 aprile 2014)
Violenza di genere: lettera aperta a Maschile Plurale (Il Ricciocorno Schiattoso)
Risposta a Maschile Plurale: i centri antiviolenza rispettano la privacy (Il Ricciocorno Schiattoso)
Un'occasione per riflettere sulla violenza fuori e dentro di noi (Maschile Plurale)
Differenza di sguardo tra «Maschile Plurale» e centro antiviolenza - Un caso di rivittimizzazione? (Tk Brambilla)
Repliche di Stefano Ciccone sulla bacheca di Maschile Plurale
Pubblica denuncia (Il Ricciocorno Schiattoso)
Repliche di Stefano Ciccone sulla bacheca di MP (16 giugno 2014)

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