Femminicidio ambientale

lapidata-con-i-clickIl suicidio di una ragazza, depressa dalla diffusione di un «suo» video hard, che l’ha resa bersaglio di sarcasmi e offese sessiste sui social-network, è un femminicidio collettivo; una lapidazione tecnologica. Ne sono responsabili i primi diffusori e una moltitudine di individui, soprattutto uomini, molti dei quali mai torcerebbero un capello ad una donna e sempre sarebbero pronti a sostenere fino allo sfinimento che il loro umorismo non c’entra nulla con la violenza, con il sessismo, che di una battuta bisogna ridere. Parte di questa moltitudine miserabile ha continuato ad infierire sulla ragazza anche dopo la sua morte.

Qualcuno ha mosso critiche di «buon senso», che in ogni caso mettono in discussione la ragazza e lasciano il resto sullo sfondo. Lei sarebbe stata cattiva nei confronti del suo ragazzo o ingenua a fidarsi dei suoi amici. Il suo ragazzo, però, era d’accordo, forse l’ideatore del gioco, un cuckcold. Secondo le ricostruzioni della madre, avrebbe costretto lui la ragazza a girare i video e a condividerli con gli amici. In queste situazioni, in genere l’iniziativa è dei ragazzi e le ragazze acconsentono, per farli contenti o perché forzate. Come che sia, la fiducia è una componente essenziale delle relazioni affettive ed amicali. Nessuno di noi pensa di essere amico di qualcuno che vuole rovinarci, tutti condividiamo con pochi intimi qualcosa di segreto e riservato. Se pure fosse stata lei a ideare e volere, non avrebbe fatto nulla di male. Se ha commesso errori li ha pagati in modo sproporzionato. Accettare una tale sproporzione e insistere sulla ragazza, significa contribuire a schiacciare lei e le persone che si trovano nella stessa situazione.

Questa vicenda, dove tanti giudicano la sessualità di una donna, dice molto della sessualità degli uomini. Che disprezzano la donna che gli dà piacere, godono nell’umiliarla e fanno branco nel condividere tutto questo in pubblico. C’è la misoginia e l’erotizzazione della misoginia. Pare un controsenso: gli uomini vogliono fare sesso e poi sviliscono la donna che fa sesso. Da un lato gioca la schizofrenia del possesso: il volere la disponibilità (di tante donne) e la fedeltà (della «propria» donna), quindi l’alternarsi di sollecitazione e repressione. Dall’altro gioca la considerazione che l’uomo ha del proprio corpo, vissuto come indesiderabile, poiché spesso il vecchio vuole la giovane, il brutto la bella, tanto che lo scambio richiede una compensazione o la coercizione, e della propria sessualità vissuta come espletamento fisiologico a cui corrisponde la funzione della donna come ricettacolo. Lei è pura finché non le facciamo accogliere le nostre impurità. Quando questo avviene è una profanazione esaltante, che si prolunga nel nostro disprezzo e nella sua umiliazione. È difficile cambiare la concezione della donna, se l’uomo non cambia la concezione di se stesso.

Fino a quando gli uomini incanalano queste pulsioni nelle proprie fantasie, pazienza, anche se non so decidere se le fantasie disinnescano o incentivano: secondo me, l’immaginario pornografico tradizionale fa molti danni. Quando invece gli uomini perdono il senso della differenza tra fantasia e realtà, possono diventare pericolosi. In rete, il senso di «realtà virtuale» fa perdere il senso di questa differenza con effetti virali incontrollati e persecutori. La rete, con i social-network, è molto più di uno strumento, è un ambiente come l’aria, come l’acqua. Difendere la rete significa difenderla, non dai fantasmi della censura, ma dall’inquinamento. La rete necessita di una ecologia. Essa riguarda l’educazione degli utenti e soprattutto degli amministratori di servizi e organi di informazione online, che accettano di divulgare contenuti incivili, se funzionali a raccogliere dati e a vendere inserzioni a scopo commerciale, riparandosi dietro una malintesa e pretestuosa «libertà d’espressione», fino a sfidare cause giudiziarie.

Una ragazza si uccide, altre si vergognano e si nascondono, convivono con la depressione, non solo perché in tanti le colpiscono coinvolti in un conformistico ingranaggio virale, ma anche perché tutti gli altri lo permettono. La vittima è lasciata sola. Forse, questo fa più male di tutto. Mantenere l’aria e l’acqua pulita è responsabilità comune, altrimenti comune è l’avvelenamento.

Il rispetto della libera scelta delle donne e la lotta ad un contesto coercitivo

saudi-woman-wearing-a-hijab

Molte persone non capiscono il significato o lo scopo del Hijab. Questo può essere un grande ostacolo da superare, soprattutto per le donne musulmane. […]
In questi giorni l’appello di molti riguarda il rispetto della volontà delle donne.
La “libera scelta” è l’argomento prediletto di chi non vuole affrontare un argomento assumendo una prospettiva di genere. A sentire questi paladini dell’autodeterminazione, sembrerebbe quasi che il mondo giri grazie alla volontà delle donne.
La prostituzione? Le prostitute “la scelgono”, quindi non c’è altro da dire in proposito. La surrogacy? Le donne “scelgono” di partorire figli per altri ed ogni altra considerazione sull’argomento è un’attacco alla loro libertà di scelta. La violenza domestica? Non è forse vero che quel partner te lo sei “scelto”, che hai “scelto” di tenertelo? Che cosa si può commentare se non che sei corresponsabile del dolore che quella tua sciagurata scelta ha comportato?
“La scelta” non ammette discussioni, vuole il silenzio, perché il silenzio è rispetto, e noi non vogliamo sembrare irrispettosi, giusto?
Il Ricciocorno Schiattoso, 19 agosto 2016

Ho sostenuto il principio della libera scelta per la donna velata. Sono in contraddizione se non lo sostengo per la donna prostituita, per l’attrice pornografica, per la madre surrogata, per la donna convivente con un partner maltrattante? Probabilmente si, almeno in parte. Si tratta, a dire il vero, di situazioni diverse, unite da un tratto comune: l’essere oggetto di un dibattito fondato su un falso dilemma, nel quale sono messe in contrapposizione la libertà della donna di compiere anche scelte che sono o sembrano autolesionistiche e la lotta ad un contesto coercitivo o condizionante, che le obbliga o le induce a scegliere così; una contrapposizione che può giungere agli estremi del riconoscimento legale o del divieto. In realtà, il riconoscimento legale (legalizzazione) è una limitazione di libertà, perché pone delle condizioni. Chi lo propone, pensa però di conferire alla libera scelta – per esempio, di fare la prostituta – uno status di legittimità e di rispettabilità, e pensa inoltre di metterla al sicuro dal rischio della criminalizzazione.

iranian-woman-in-isfahan-wearing-a-hijabNella contrapposizione tra il rispetto della libera scelta e la lotta al contesto coercitivo, metto l’accento sul valore della libera scelta quando l’oggetto del contendere è soltanto simbolico, relativo alla morale, ai significati, alle interpretazioni. Nel caso del velo, molte persone occidentali presumono che le donne musulmane lo indossino per costrizione e il suo significato sia la sottomissione femminile; se smentiti, presumono che i desideri e i significati dichiarati dalle donne velate siano falsi o irrilevanti, come lo sarebbero le dichiarazioni di un minorenne; infine, molte persone occidentali considerano pari alla costrizione l’influenza sociale del gruppo o della famiglia alla quale, in verità, è soggetto ciascun individuo, senza che la viva come una violenza. Poi, io penso che la coercizione, quando è davvero messa in atto, vada contrastata: le costrizioni siano da perseguire, il dettato normativo di una autorità religiosa vada criticato e rifiutato, come pure il dettato normativo di segno opposto da parte di un’autorità laica.

Metto invece l’accento sul valore della lotta al contesto coercitivo, quando l’oggetto del contendere, oltre ad essere simbolico, è anche dannoso o pericoloso per chi lo sceglie ed espone altre al pericolo. Prostituzione, pornografia, surrogacy possono significare con elevata probabilità: abusi, violenze, sfruttamento, traffico di esseri umani, malattie, morte. Inoltre, su di esse si fondano un mercato ed una industria, con una forza paragonabile a quella dello stato: la libertà individuale va difesa da tutte queste forze, non solo dallo stato. Nella lotta al contesto coercitivo, la legalizzazione o il divieto si giustificano a due condizioni: – che prevedano sanzioni solo contro chi commette abusi o trae vantaggi e profitti; mai contro le vittime; – che le sanzioni non siano controproducenti e contribuiscano ad eliminare o ridurre il danno. Entrambi i criteri sono, per esempio, violati: – dalla legalizzazione della prostituzione, che persegue le prostitute non regolarizzate, impone una tassazione, non diminuisce, anzi aumenta la tratta e lo sfruttamento; – dal divieto del velo, che sanziona la donna velata e la esclude dallo spazio pubblico. Nei confronti delle vittime (vere o potenziali), per me, vale sempre il principio della depenalizzazione.

Non so quanto questo modo di ordinare le cose risolva la contraddizione citata in apertura. Il dilemma tra rispetto della libera scelta e lotta al contesto coercitivo è falsato da una domanda di dubbia liceità che mi interroga su cosa possono fare le donne di se stesse. Potrei rispondere: «quello che vogliono», ma sarebbe una risposta finta, che vuole essere rispettosa della libertà femminile, ma incoerente con il mio effettivo sentimento; così le risposte mi risultano disallineate: questo si, questo no. Se una domanda più lecita mi interroga invece su cosa possono fare gli uomini delle donne, le risposte mi si allineano tutte. Sul corpo, l’abbigliamento, la libertà femminile, gli uomini non possono fare norme, affari e commerci, neppure riparandosi dietro l’alibi del consenso femminile.

Sulle bufere sopra la giunta Raggi

virginia-raggiPer le mie scarse aspettative nei confronti dei 5 stelle, un movimento che troppo concede al sessismo, al razzismo, al populismo, ho continuato a votare la sinistra, nelle sue varie articolazioni. Tuttavia, ho provato simpatia per la vittoria delle due giovani sindache di Roma e Torino e, in generale, quando il M5S vince, spero che le sue amministrazioni abbiano successo, o quantomeno se la cavino, nell’interesse dalla collettività e dell’autorità del potere politico.

Dopo un susseguirsi di prove deludenti, l’ennesima delusione ricade, oltre che sul diretto responsabile, su tutta la politica, senza speranze di rivalutazione per i predecessori. Il discredito della politica è una situazione a rischio per la democrazia. Forse, del M5S ho sottovalutato questo aspetto: seppure, un movimento incolto, può funzionare da argine alla potenziale affermazione di un movimento di estrema destra. D’altra parte, a sinistra, per ora, non emerge nulla.

Perciò, mi sento distante dall’ansia euforica di vedere Virginia Raggi gettata nella polvere, per ottenere subito una rivincita o per salvare il governo alle prossime elezioni (che spero si tengano nel 2018). Una buona amministrazione a 5 stelle, può favorire anche le opposizioni democratiche e di sinistra, perché può dare ossigeno a tutta la politica. Non bisogna temere il successo dell’avversario: gli elettori sono ingrati e, se hanno fiducia nella politica e nelle istituzioni, la volta successiva votano chi gli offre la prospettiva migliore.

L’opposizione faccia l’opposizione sugli indirizzi, i programmi, i provvedimenti, senza l’intento di disarcionare la prima cittadina, e l’informazione svolga la sua funzione di controllo, senza inscenare continue bufere su ogni vero o presunto passo falso. Segnalare l’incoerenza giustiziera e assemblearista del M5S va bene se a favore di un giudizio più equilibrato: l’iscrizione nel registro degli indagati non obbliga alle dimissioni; la provenienza da destra non è uno scandalo; l’esperienza è un valore; la trasparenza non è videosorveglianza.

È giusto che la politica abbia un ambito di riservatezza, nel quale poter raccogliere le informazioni, valutarle, pensare a cosa dire e cosa fare, senza sentirsi sempre il fiato sul collo e ritrovarsi di continuo nell’occhio del ciclone. Mettere alla prova la giunta Raggi e il M5S è diverso dal mettersi a fare la parte del blog di Grillo. Questo anche a tutela dell’autonomia dell’amministrazione da leader e direttori.

Charlie Hebdo la vera denuncia prende di mira il potere non sfotte le vittime

Charlie Hebdo Sisma alla italianaUna definizione ufficiale e condivisa di satira sembra non esistere. Chiunque può comporre una battutaccia, metterla in una cornice rettangolare e dire: «questa è satira». Urta un po’ il pretenderla sacra. Molti vignettisti, come molti preti, si riparano dietro la sacralità di ciò che vorrebbero rappresentare.

Per parte mia, posso considerare sacra la libertà di espressione: nessuno merita di essere ucciso solo perché fa vignette schifose e forse non merita neanche la censura. Esistono Libero e il Giornale, possono esistere tutti. Charlie Hebdo ha diritto di pubblicarsi e di vendersi, ma riguardo l’imperativo conformistico: «Siamo sempre tutti Charlie», è meglio che ciascuno parli per sé. Io non ero Charlie, nemmeno ai tempi dell’attentato, anche se rispettavo chi, con quella espressione, voleva esprimere la sua solidarietà.

La libertà si associa alla responsabilità. Nei confronti di chi è libero, ci si appella alla sua responsabilità, non alla censura autoritaria. La responsabilità può essere criticata, anche con ferocia. Pararsi dietro la libertà, per sottrarsi alla critica, è vigliaccheria.

Sebbene non esista una definizione ufficiale di satira, ne esistono molte di ufficiose. Alcune circolano in queste ore, tagliate su misura per le vignette più scadenti: dicono che la satira è tale proprio quando ci fa schifo, ci nausea, ci offende, ci fa male, non ci fa ridere, e soprattutto, quando nessuno capisce che è satira, a parte una nicchia di eletti. Definizioni (tecniche?), indifferenti ai contenuti: tutto l’hate speech, potrebbe rientrarvi, come quell’umorismo greve che poi ti intima di fartela una volta una risata. La satira può dissacrare i morti, anche i bambini? Qualsiasi stronzo lo può fare, nel genere comunicativo che preferisce; perché di questa satira dovremmo avere un’opinione migliore?

La definizione ufficiosa che piace a me, è quella che distingue la satira dalla comicità e dagli sfottò, come descritta dalla voce di Wikipedia.

La satira è caratterizzata dall’attenzione critica alla politica e alla società, mostrandone le contraddizioni e promuovendo il cambiamento.
[…] si distingue dalla comicità e dallo sfottò, nei quali l’autore non ricorda fatti rilevanti e non propone un punto di vista ma fa solo del “colore”.
[…] si esprime in una zona comunicativa “di confine”, infatti ha in genere un contenuto etico normalmente ascrivibile all’autore, ma invoca e ottiene generalmente la condivisione generale, facendo appello alle inclinazioni popolari; anche per questo spesso ne sono oggetto privilegiato personaggi della vita pubblica che occupano posizioni di potere.

Charlie Hebdo Italiani prendetevela con la mafiaNelle vignette di Charlie Hebdo sul terremoto, che ha causato trecento morti nel centro-Italia, non si mostrano contraddizioni, punti di vista, contenuti etici, personaggi di potere. Si gioca solo su associazioni stereotipate (italiani-spaghetti-mafia), che forse divertono il pubblico francese. Stereotipi e disgrazie altrui, purtroppo, possono far ridere, come già successe con il piccolo Aylan e i profughi siriani.

Un umorismo fine a se stesso, vuoto. Il vuoto ciascuno lo riempie come vuole. Alcuni comici e giornalisti italiani si cimentano in una difesa corporativa dell’opera di Charlie Hebdo, elaborando libere interpretazioni per dare alle vignette un contenuto di denuncia contro la corruzione, il malaffare, l’incapacità di governanti, amministratori e costruttori che ignorano i rischi sismici. Più di uno, tra questi comici e giornalisti, dà poi dell’analfabeta funzionale a tutti quelli che non sanno comprendere tale autentico significato. Tra gli analfabeti funzionali si distinguono il presidente del senato italiano e l’ambasciatore francese. Un esperto professionista, che in rappresentanza degli stupidi ai quali spiegare veri significati ci mette sua madre, si meriterebbe una sculacciata. Lo stereotipo vuole mamme, nonne, massaie, siano simboli di ignoranza e incompetenza, a fronte dell’uomo in cattedra che prova a renderle un po’ più edotte.

Questi tentativi poco persuasivi di rendere accettabile e persino condivisibile il senso delle vignette di Charlie Hebdo, non tengono conto del fatto che, in ogni caso, la satira è una forma di comunicazione e che la missione del comunicatore non è quella di essere frainteso. Un comunicatore che non tiene conto dell’analfabetismo funzionale è come un costruttore che non tiene conto dei rischi sismici; destinato a lasciare macerie. In un paese c’è il terremoto, in un altro un attentato terroristico, in un altro un uragano, in un altro la guerra. Se ognuno sghignazzasse sulle avversità altrui, sia pure con le opportune e opportunistiche reinterpretazioni successive, che civiltà sarebbe?

La paura di generare figli: troppo preziosi e con un futuro povero

Fertility dayDa ragazzo credevo di essere sterile, a seguito di un esame medico. Non me ne preoccupai; non mi sembrava di desiderare un figlio, inoltre era comodo poter fare sesso, senza dover prendere precauzioni. Qualcuno mi avvertiva: «Oggi non lo desideri, da adulto lo vorrai». Ma questo, anche oltre la maggiore età e la maturità, non accadde. Frequentavo l’Università, facevo i primi lavori precari, vivevo i miei amori platonici (sicuri) le mie storie instabili (a rischio), ma l’idea di diventare padre non mi sfiorava e non la vedevo neppure all’orizzonte. Ancora troppo figlio, troppo dipendente dalla famiglia originaria, per poter immaginare quel salto. E poi, pensavo, che l’eventuale decisione non spettasse veramente a me, ma alla mia compagna (proprio come la pensano i pubblicitari del governo).

Con più autonomia e più risorse, l’ordine dei miei pensieri rimase stabile. C’era qualcosa in me che poteva definirsi «egoismo», pure in una vita ordinaria, abbastanza noiosa, per nulla dedita alla carriera e, in fondo, poco interessata ai divertimenti. Un egoismo introverso. E c’era la paura. Perché avere un figlio mi sembrava una responsabilità tremenda. Cosa c’è di più prezioso di un figlio? Bisogna dargli tutto, dedicargli tutto, proteggerlo da tutto, vivere per lui. E se gli succede qualcosa? E se muore? Per mesi, i primi mesi, sono stato in ansia, nel controllare che respirasse mentre dormiva. Si può pensare di moltiplicare questa responsabilità per due, per tre, per quattro?

Un tempo, di figli se ne facevano molti – i miei nonni avevano tanti fratelli e sorelle, tanti cugini – qualcuno moriva, altri sopravvivevano, la loro importanza era relativizzata, veniva accuditi come si poteva. Io, della generazione del baby boom, a cinque anni, passavo tutta la giornata in un cortile, a giocare con altri bimbi, tra i sacchi dell’immondizia, i gatti e gli scarafaggi. Ogni tanto, le mamme ci davano uno sguardo dalle finestre; i portoni delle case erano ancora aperti e capitava di avventurarsi in strada di nascosto. Ma già a sei-sette anni andavo a comprare il giornale, le sigarette per mio padre, e poi dalla nonna se in casa mancava qualcosa. Questo, per mio figlio oggi sarebbe impossibile.

La campagna governativa per la fertilità, l’avrei considerata una prevedibile trovata tradizionalista. Quello che ci si può aspettare da un governo democristiano. Quando ero giovane governava la DC. Forse, per una donna questa trovata è più irritante, perché si sente giudicata, rimproverata, sollecitata sul senso del dovere, nonostante le possa capitare di non essere assunta o di essere licenziata, per aver scelto di diventare madre. Capisco dunque la reazione contro i meme governativi, pur trovandola, in verità, un po’ eccessiva.

La questione economica

La questione del reddito e del welfare, per me non sarebbe stata rilevante fino al punto da farmi superare l’«egoismo» e la «paura». Magari, mi avrebbe fatto attendere qualche anno in meno, forse sarebbe stata più rilevante per qualcun altro. Può essere rilevante quel tanto che basta ad alzare almeno un po’ il tasso di natalità, in modo che il governo sia meno preoccupato.

Per un aspetto, la questione economica mi interessava. I miei genitori erano poveri: mia madre casalinga, mio padre occupato a periodi alterni; lo sfratto sempre un pericolo incombente. Loro con più soldi avrebbero fatto più figli – così dicevano – ma, per il primo e unico non aspettarono: nacqui da due genitori giovani. Sebbene più poveri di me, erano sicuri che io sarei stato più fortunato di loro, come in effetti è successo.

La condizione economica può non incidere nell’immediato. Paesi più poveri del nostro (dove le nascite sono meno controllate) fanno più figli di noi; i loro abitanti emigrano, anche con i bambini piccoli. E, credo, con un bel po’ di speranza, una percezione ottimista del futuro. È diverso fare un figlio, con il pensiero che starà meglio di te o con il pensiero che starà peggio. Io, a differenza dei miei genitori, non sono sicuro che mio figlio sarà più fortunato dei suoi genitori.

Relativismo e senso della relatività

Velo-Burkini-La lotteria della indecenza

Paragoni tra il burkini e altre cose

Luca Sofri ha criticato i “come se” relativi al burkini, perché «non è mai “come se”. Per un tratto che è comune ai casi paragonati ce ne sono altri cinque, dieci, cento, diversi».

L’osservazione è corretta. Bisogna però vedere quali tratti e quali no rientrano tra i criteri del divieto francese all’origine della discussione. Esso proibisce di ostentare simboli religiosi e di sottomissione della donna, perché violano i valori di laicità, secolarizzazione, uguaglianza tra i sessi. Con un divieto così motivato, tutto ciò che si può ritenere ostentazione pubblica di religiosità o di sessismo può essere vietato. Anche la tonaca della suora, come pare confermi il vicesindaco di Nizza; poi, in merito, sono d’accordo con quanto scrive la professoressa Alessandra Smerilli e con tutto il suo articolo.

Il direttore del Post prova a proporre dei “come se” che mostrino la plausibilità del divieto e cita il nudismo e la cintura di castità. Entrambi possono risultare intollerabili per la nostra morale. Tuttavia, i divieti dettati solo dalla morale sono discutibili, mentre possono essere condivisibili quelli dettati dalla tutela igienico-sanitaria. Non vogliamo sederci nudi dove molti altri si sono seduti nudi; possiamo intuire la pericolosità di rivestire o addirittura imprigionare le parti intime con materiali metallici, anche se non mi pare ciò sia oggetto di normativa. Una signora, per liberarsi, ha dovuto chiamare i vigili del fuoco.

Luciano Casolari cita un altro “come se”: la svastica o la bandiera dell’Isis. Sono simboli politici inequivocabili. Un vestito può avere un significato politico (per esempio, le camicie nere, verdi, rosse), ma anche no.

Il rispetto e il sospetto per le religioni

Sofri aggiunge che non bisogna abusare del rispetto delle religioni: «Una violenza domestica, in qualunque forma, è una violenza domestica che sia predicata da una religione o no». Sono d’accordo. Con un’aggiunta ulteriore: non bisogna abusare del sospetto antireligioso. Se un musulmano spara alla sorella, perché indossa la minigonna, bisogna perseguirlo senza considerare la sua cultura un’attenuante, come quando lo fa un fratello italiano. Casi sempre troppo numerosi di violenza maschile volti a limitare od annullare la libertà delle donne esistono tra i musulmani, tra i cattolici, tra i laici. Vanno contrastati allo stesso modo, senza farsi frenare da benevoli pregiudizi culturali per gli «altri» e da benevoli pregiudizi psichiatrici per i «nostri».

Quello che non si può accettare è che le mogli, le sorelle, le figlie musulmane siano considerate a priori delle prigioniere, bisognose di una tutela preventiva fatta di obblighi opposti a quelli attribuiti ai loro padri, fratelli, mariti, con il rischio di violare la loro libertà individuale o di metterle tra l’incudine e il martello. Tuttavia, a volerle considerare prigioniere, c’è da immaginare che le donne musulmane siano obbligate, non solo ad indossare il velo, ma anche a non svolgere lavori retribuiti, a svolgere i lavori domestici, a cucinare e a servire in tavola, ad accudire i bambini, ad assistere il marito e gli anziani, a fare sesso. Perché preoccuparsi così tanto e prima di tutto del velo?

C’è uno scarto grande tra la commiserazione apocalittica della condizione delle donne musulmane, viste in balia di uomini violenti e feroci e la modestia di provvedimenti come il divieto del velo. Ecco, un altro “come se”. È come se affermassimo che le prostitute sono schiavizzate, abusate, violentate e uccise e da questa affermazione ne ricavassimo che, allora, alle prostitute va proibito di indossare la minigonna in strada, perché di certo sono costrette ad indossarla. Un provvedimento simile, in effetti, è stato pensato dai sindaci di tre comuni marchigiani e, temo, da altri loro colleghi.

Relativismo, relatività, reciprocità

Io non mi riconosco nel relativismo culturale (ogni cosa è giustificata nel contesto della sua cultura) e neppure nel multiculturalismo (coesistenza di comunità chiuse e separate); sono favorevole all’integrazione (mescolamento delle persone nel rispetto dei principi costituzionali); cerco, tuttavia, di avere il senso della relatività (e della reciprocità) per provare a temperare la mia parzialità. A volte mi riesce. Che il rifiuto della violenza abbia valore universale oppure no, lo affermo e lo rivendico contro qualsiasi cultura.

Allo stesso tempo, provo a vedere nelle altre culture ciò che è presente anche nella mia, per esempio proprio la violenza, il sessismo, il conformismo, l’etnocentrismo, per evitare di essere indulgente, garantista, razionale quando questi aspetti negativi riguardano «noi» e fustigatore, giustizialista, irrazionale quando riguardano gli «altri». Considero che pure gli «altri» possano avere uno sguardo molto severo su questi aspetti quando riguardano «noi». Cosa ne pensa il resto del mondo della «nostra» prostituzione, pornografia, pedofilia, mercificazione dei corpi femminili? Quando vogliamo togliere il velo alle donne, vogliamo emanciparle dalla sottomissione o metterle in mutande per il piacere dei «nostri» uomini? Come siamo interpretati? Per una donna musulmana, la donna occidentale è un modello di donna rispettata?

Provo a vedere differenze del tutto lecite: che altre genti, magari quelle che vivono da secoli in luoghi con più sole e più deserto, si coprano di più, abbiano un senso del pudore più forte, ed una spiritualità più intensa. Anche tra «noi» ci sono differenze e spesso perdiamo di vista quelle minoritarie o perdenti. Vi sono persone che provano imbarazzo nel mostrare il proprio corpo, perciò evitano spiagge e piscine e si sentono più a disagio nei mesi estivi. Un maggiore pluralismo nei costumi sarebbe più inclusivo, per tutti. Non siamo l’applicazione pratica di un libro. Le usanze esistono da prima dei libri. Alle usanze abbiamo dato e diamo significati diversi: devozione, appartenenza, status, conformismo, protesta, moda, eleganza, seduzione, preferenza: quella propria e quella di accontentare altri.

Le donne e i loro patriarchi

Esistono donne fedeli alla tradizione. Come pure esistono donne che vogliono bene ai loro padri, fratelli, mariti, anche quando questi uomini non sono meritevoli, e con essi vogliono rimanere in relazione, senza assumere la libertà come primo valore, o senza assumere determinati obiettivi di libertà come prioritari. Queste donne comunque trovano i modi di contrattare spazi di libertà e di potere e l’interferenza di una autorità «illuminista» può fargli danno. Sono cose che capitano tra noi, pure in situazioni molto diverse dalle relazioni affettive. Negli anni ’90, a sinistra, pensavamo alla riduzione dell’orario di lavoro. Avrebbe aumentato la libertà dei lavoratori e redistribuito l’occupazione. Un’idea ottima, molto razionale. Ma non fu appoggiata dal movimento sindacale e dai lavoratori; dicevano che doveva essere materia regolata nei contratti e non dalla legge. Essi non volevano lavorare di meno, anzi erano disposti a lavorare di più. La loro priorità era il salario, volevano aumenti salariali. Il capitalismo esiste anche con il sostegno dei lavoratori. I sindacati ed i partiti operai hanno ottenuto conquiste quando sono stati capaci di accordare i loro programmi agli obiettivi considerati prioritari dai lavoratori.

Così posso ammettere che le donne abbiano priorità (o desideri) differenti da quelle assegnate loro dalla mia idea di femminismo. Proprio tutte le donne. Possono esistere donne tradizionaliste che per propria volontà aderiscono ai precetti della propria religione, pure con un radicalismo superiore a quello degli uomini, come avviene nell’ebraismo ortodosso e nell’islam fondamentalista. Il patriarcato esiste da millenni. Con il sostegno, almeno parziale, delle donne. Può non piacere e può far rabbia (e a me ne fa tanta), ma le donne possono usare e usano la loro libertà anche per sottomettersi; per convergere con questa o quella istanza patriarcale; per schierarsi a supporto nelle guerre territoriali maschili, anche quando il territorio è lo stesso corpo della donne. Sono patriarchi gli uomini che ad oriente vogliono velare le donne. Sono patriarchi gli uomini che ad occidente vogliono svelarle; ben rappresentati da quei poliziotti di Nizza, che impongono ad una signora di svestirsi in spiaggia.

Il burkini incompatibile con i valori della repubblica per il governo francese, incompatibile con la sharia per i musulmani più conservatori. I costumi e le norme sui costumi, oltre il fotogramma che li fissa in un significato, hanno una traiettoria, si muovono verso una direzione. Per quanto sia sostenuto da alcuni laici e alcune femministe, l’editto francese contro le donne velate, recuperato dal repertorio colonialista, non è mosso dalla laicità (che nulla c’entra con l’esclusione della religione dallo spazio pubblico), né dal femminismo, né dall’illuminismo, ma dalla frustrazione di non aver saputo prevenire il terrorismo, dall’islamofobia e dalla volontà di competizione dei socialisti e dei gollisti con il fascismo del Front National.

L’ossessione per il velo islamico

Velo

Tra i temi in discussione sul burkini c’è la discussione stessa. Perché ne parliamo e perché così tanto. Siamo molto divisi, fino al punto da non essere d’accordo neanche sul vero tema in discussione. Per qualcuno, per esempio per me, il tema è la prescrizione su come ci si deve o non si deve vestire. L’idea della prescrizione, più del modo di vestire, dice dell’emancipazione, della libertà e della laicità.

Il burkini è l’ultima puntata della discussione sul velo: gli europei, da almeno due secoli, sono ossessionati dal velo islamico. In Europa, il velo è il simbolo dell’Islam per eccellenza. L’immagine fobica di Eurabia è rappresentata da una donna europea velata con i colori della UE. La paura ostile nei confronti dell’Islam è nobilitata da un ideale maschile profemminile: per la liberazione delle «loro» donne e la protezione delle «nostre».

Salvini-significato-veloEsprimiamo la presunzione arrogante di voler stabilire il vero significato del velo: l’oppressione e la sottomissione della donna. Così, lo percepiamo noi, perciò significa questo; lo dice un iman, c’è scritto nel Corano; non ci interessa il vissuto di chi lo indossa, per moda, per conformismo, per senso di appartenenza, per fede religiosa, per pudore, per opposizione ai genitori; come se i suoi significati fossero falsi. Il velo è indossato da millenni, da molto tempo prima che qualcuno decidesse in modo irriformabile e definitivo che cosa significa.

Diversa è l’idea di laicità. Alcuni la vivono in opposizione alla religione e credono sia laico escludere la religione dallo spazio pubblico: l’esclusione di una sola religione sarebbe un passo avanti nella giusta direzione. Altri vivono la laicità più laicamente come separazione tra stato e chiesa: ogni culto può stare nello spazio pubblico, nessun culto è quello ufficiale.

C’è una disputa identitaria, non solo tra «noi» e «loro», ma soprattutto tra «noi». Di fronte ad una identità diversa, ridefiniamo la nostra identità, in un tempo in cui già attraversiamo una profonda crisi di senso: nel prendere posizione, nel definire la posizione dell’altro, nel ridefinire la propria, diciamo chi siamo noi, se e quanto siamo laici, liberali, femministi, antirazzisti, occidentali, cristiani, etc.

Io, personalmente, percepisco nelle posizioni contrarie al velo, un sentimento di avversione ai musulmani, quella forma di razzismo che si chiama islamofobia, che tende a fare di milioni di musulmani in Europa i nuovi ebrei.

Sul burkini e i valori della repubblica

Silvia Ballestra - Madonna sud della FranciaEsiste uno sguardo, anche tra gli occidentali, che vede simboli al posto dei vestiti e religioni o ideologie al posto delle persone. Succede con una certa ossessione nei confronti dei musulmani. Succede in Francia – in reazione al terrorismo dell’Isis e all’inefficacia difensiva francese nel prevenire e impedire gravi attentati – con il divieto dei sindaci gollisti di indossare il burkini in spiaggia; divieto appoggiato da Manuel Valls, il primo ministro, che dichiara il burkini incompatibile con i valori della repubblica. In questo modo, la possibile libertà di svelarsi delle donne musulmane è trasformata in un obbligo imposto dagli uomini occidentali. Quando qualcosa, un indumento, è proibito o imposto per ragioni simboliche, il poterlo mettere o togliere contro la norma, diventa simbolo di libertà.

C’è da chiedersi quanti centimetri di pelle una donna debba scoprire, per non incorrere in incompatibilità valoriali con la repubblica, e quale differenza ci sia tra una repubblica laica e un regime teocratico, se entrambi dettano norme di abbigliamento femminile, a seconda del gradimento maschile dominante. In Italia, questa visione normativa, per ora, rimane confinata alla Lega Nord, ma una parte dell’opinione pubblica, anche femminile, simpatizza con la scelta francese.

Credo si possano capire il disagio, la paura, specie da parte delle donne, di forme esteriori vissute come oppressive e restauratrici di un passato patriarcale. Perciò, non condivido i toni offensivi e sprezzanti usati, magari da uomini, nei confronti di compagne e femministe che esprimono la loro critica al costume del velo. Vedo, tuttavia, il rischio molto forte di un atteggiamento pregiudiziale e paternalistico verso le donne musulmane, come se il dilemma del libero arbitrio si applicasse solo a loro.

Nei paesi occidentali, troviamo prostitute, attrici pornografiche, vallette prestate a rappresentazioni sessiste, modelle anoressiche, madri surrogate, casalinghe, mogli e fidanzate conviventi con partner maltrattanti, donne che si sottopongono alla chirurgia estetica, lavoratrici che indossano scarpe con tacchi altissimi. Quante di loro sono libere e consapevoli più e meglio delle donne musulmane che si velano? Quanta parte della loro condizione è commisurata ai valori repubblicani? Credo che nel giudizio sull’autonomia delle donne musulmane occorra più umiltà e che l’idea di un intervento normativo preventivo a loro tutela, che pure vuole sanzionarle, richieda molta cautela: meglio una donna in burkini che una donna esclusa dalla spiagga o dalla piscina. La sottomissione si contrasta con le politiche antiviolenza, il lavoro, l’inclusione, il superamento delle contrapposizioni identitarie, il dialogo e le relazioni.

D’altra parte conosciamo nei paesi mediorientali, ed anche in Occidente, donne velate affermate in politica, negli studi e nelle professioni. Il vissuto delle donne musulmane che scelgono di indossare il velo e raccontare le proprie motivazioni e i propri significati, è il primo punto di vista di cui tener conto. Se vogliamo davvero dargli forza, libertà e autonomia, non possiamo negargli credito e autorità.


Riferimenti:
(*) «La laicità non dovrebbe limitare i diritti ma difenderli» – Intervista. Nadia Bouzekri, Giovani musulmani d’Italia
(*) La consigliera Pd Sumaya Abdel Qader sul burkini: “Anch’io lo uso, illiberale vietarlo. La Francia usa la laicità per escludere” – Laura Eduati
(*) Vietare il burkini in spiaggia? Falso problema. Che fa sentire le donne musulmane ancora più discriminate – di Farian Sabahi
(*) Non solo il velo. In quali altre gabbie vengono rinchiuse le donne? – Lea Melandri
(*) Intorno al Burkini – bei zauberei – Costanza Jerusum
(*) Laicità che assomiglia al fondamentalismo – Bia Sarasini
(*) Cos’è il burkini e perché se ne parla – Le Monde tradotto da Internazionale
(*) Un giorno a Cannes sulle spiagge del burkini – Eva Morletto, Famiglia Cristiana
(*) Io, donna ebrea, sto dalla parte del burkini. A una condizione – Gheula Canarutto Nemni
(*) Burkini, vietarlo è un atto di libertà – Monica Lanfranco
(*) La dannata faccenda del burkini – Marina Terragni
(*) Libertà non è il Burkini – Giuliana Sgrena
(*) Lorella Zanardo: “Io femminista vi dico: vietare il burkini? È giusto. E di sinistra”

Sul sessismo ostile e recidivo del Fatto

Riccardo Mannelli - Lo stato delle cosce - Vignetta su Maria Elena Boschi - Il Fatto Quotidiano, 10 agosto 2016, pubblicata in prima pagina. La vignetta è accusata di sessismo.Il sessismo del Fatto Quotidiano si ripete nel tempo, da quando Maria Elena Boschi era ancora una sconosciuta. Il Fatto pubblica gli articoli misogini di Massimo Fini; ospita il blog di Marcello Adriano Mazzola, avvocato antifemminista, sostenitore della Pas e negazionista del femminicidio; assume come notista di punta, Andrea Scanzi, capace di insolentire persino i centri antiviolenza, per difendere Fabri Fibra che inneggia allo stupro, poi di prender parte alla canea insorta contro Laura Boldrini, rea di criticare la pubblicità perché rappresenta sempre la donna come una mamma che cucina e serve in tavola; prende a bersaglio la presidente della camera e le donne del PD, con frequenti riferimenti alla voce, ai vestiti, all’aspetto fisico; l’estate scorsa si è cimentato in un testo ironico che limitava alle donne con i piedi belli il diritto di calzare scarpe aperte. Ha come direttore e firma più autorevole Marco Travaglio, schierato dalla parte del M5S contro Laura Boldrini, quando Grillo chiede ai suoi seguaci cosa ci farebbero con la Boldrini in macchina; difensore di Franco Battiato, quando afferma che «il parlamento è pieno di troie», con un testo dal titolo eloquente «Il re è nudo la regina è troia»; sostenitore del principio egualitario secondo il quale è democratico che la presidente della camera riceva gli insulti che tutte le donne ricevono, nonché autore di numerose battute sulla ministra Boschi solo adatta a togliere la polvere sui davanzali del parlamento, a trattare di cellulite, prova costume, girovita, ricerca di fidanzati e desideri di maternità. Lei è la donna trivellata, quando lui titola sui PM che la interrogano. Vignettista del quotidiano è Vauro, che sculaccia la Fornero, la rappresenta vestita da squillo e si sbizzarisce in ripetuti doppi sensi dedicati a Maria Elena Boschi. Il sostituto estivo, Riccardo Mannelli, le dedica lo stato delle cos(c)e sotto il titolone di prima pagina: Boschi inconstituzionale, seguita dai relativi commenti. Cosa c’entrano le cosce con la Costituzione? La vignetta è stigmatizzata da Nadia Urbinati.

Oltre la consueta sacralità della satira, il Fatto Quotidiano si difende dalle accuse di sessismo con giustificazioni di questo tipo.

  • La libertà di espressione. Il giornale è pluralista e democratico, dà spazio anche ai maschilisti. Il che significa che sulle questioni di genere, il giornale non ha una linea e dà la parola un po’ all’uno e un po’ all’altro, ne fa occasione di intrattenimento, cosa che non fa su altri temi: la Costituzione, la questione morale, la legalità. Questo dipende dal fatto – come notò Michela Murgia – che il giornale vede il sessismo, non come una questione politica, ma solo come una questione di costume.
  • La parità. Quel che il giornale scrive contro personalità femminili lo scriverebbe anche contro personalità maschili. La cosa, in verità non avviene. È vero che il Fatto sa essere sgradevole anche contro suoi avversari maschi, ma non in termini che possano definirsi sessisti. Dire di un tale che è imbecille e disonesto, non va oltre la sua persona, non colpisce una appartenenza. Ma anche se avvenisse un sessismo contro gli uomini sarebbe innocuo, perché non in continuità con violenze, discriminazioni e svantaggi a danno degli uomini. Lo sfondo storico, culturale, sociale è patriarcale, stereotipi e pregiudizi verso un sesso o verso l’altro non pesano allo stesso modo e i rovesciamenti non sono riparatori.
  • Il benaltrismo. Ci sono cose più importanti per cui indignarsi: quel che va contro la democrazia, la questione morale, la pace, il lavoro. Ciò, può essere vero come opinabile. Disprezzare le donne produce effetti abbastanza gravi, che possono pure considerarsi i più gravi. Come che sia, l’austerity della UE sarà più o meno grave dell’avversione ai meridionali o agli immigrati, ma non ne discuto con un leghista.
  • L’inadeguatezza delle donne bersagliate. Questa giustificazione, come la precedente, ricorre nella difesa di Stefano Feltri e dello stesso Riccardo Mannelli. Boschi non ha argomenti, non sa argomentare quindi di lei rimane impresso solo l’aspetto fisico, che perciò viene ritratto nei disegni (e magari negli articoli). Tuttavia, l’inadeguatezza vera o presunta di Maria Elena Boschi non è diversa da quella dei suoi colleghi maschi, i quali non sono messi in evidenza per il loro aspetto fisico o per le fantasie sessuali che suscitano. Chi rimprovera mancanza di argomenti, dovrebbe metterci i propri, non il sessismo che è una povertà di argomenti assoluta. Nel dibattito politico, troppo spesso il dissenso è rimpiazzato dal disprezzo, che meglio parla alle pance e risparmia la fatica di argomentare e spiegare. Gli uomini hanno sempre giustificato la strumentalizzazione delle donne con il fatto che le donne sarebbero intellettualmente inferiori. Con Maria Elena Boschi si pretende di riesumare questo ciarpame misogino, che fa leva sullo stereotipo della bellona stupida. Calderoli potrebbe ritenere che Cecilie Kyenge non ha argomenti, non è capace ad argomentare e che l’unica cosa che di lei si nota è la sua pelle nera, così da sentirsi lui legittimato a trattare solo di questa. Come ha fatto. Cosa potrebbero obiettargli Feltri e Mannelli con la loro ricchezza di argomenti?

Io sono in dissenso con il partito, il governo, la riforma di Maria Elena Boschi e con lei stessa. Spesso mi fa incavolare, ma questo non mi porta a ritenere di essere superiore a lei sul piano intellettuale. In verità, non mi sento superiore neanche a Travaglio, Scanzi, Vauro e Mannelli. Stupisce che dei professionisti dell’informazione ostentino invece, in modo così adolescenziale, una tale presunzione.

Il Fatto Quotidiano non è l’unico giornale che fa ampie e frequenti concessioni al sessismo. È uno dei tanti. Questo è doloroso, perché il Fatto è il giornale di opposizione, occupa il posto che un tempo era dell’Unità o del Manifesto. Inoltre, Travaglio è stato un simbolo dell’antiberlusconismo, l’archivio vivente dell’opposizione democratica. C’è ancora, nei confronti di questi giornalisti un’aspettativa civile molto alta. Lascia perplessi la loro estraneità al femminismo, uno dei più importanti movimenti di liberazione, forse il più importante. Una parte del Fatto, Travaglio stesso, proviene da destra, ma può evolvere, su tante cose si è evoluto. Scanzi, invece, proviene da sinistra, ma non è meglio.
Sul sessismo giocano varie ambivalenze. La più grossa, già analizzata da Chiara Volpato, è quella che distingue una versione benevola da una versione ostile. In quella benevola sono omaggiate le virtù femminili favorevoli al maschio e lei è trattata come una principessa. Un atteggiamento ritratto da Balzac nell’idea che la moglie è una schiava che bisogna saper mettere sul trono. Nella versione ostile le donne sono trattate da prostitute. I due sessismi convivono e si alternano nella stessa società e nelle stesse persone. Tanto più è forte il sessismo ostile tanto più le donne imparano ad apprezzare quello benevolo. Il bastone e la carota, insomma. In una società patriarcale evoluta, stabile, pacifica, ordinata, il sessismo benevolo è egemone. Questo può far credere a qualche ribelle che il sessismo ostile sia anticonvenzionale, trasgressivo, rivoluzionario: il disprezzo delle donne ostentato dal manifesto futurista; tanta parte della pornografia confusa con la liberazione sessuale; il riscatto sociale metaforizzato nel proletario che violenta l’aristocratica o la borghese, come in varie scene di film degli anni ’60 e ’70, il più famoso quello di Lina Wertmüller con Giancarlo Giannini e Mariangela Melato.
I giornalisti maschi del Fatto, faticano a comprendere le critiche ricevute, si sentono richiamati al sessismo benevolo (spesso questo richiamo, in effetti, c’è), ricadono nella ripetizione, perché sono immersi in questa visione delle cose. E vedono cosce. Oppure no, oppure sono soltano una vecchia banda di arrapati allevati dal Drive in degli anni ’80.

Titolo offensivo. Direttore rimosso

Guendalina Sartori, Lucilla Boari e Claudia Mandia

Il direttore del Quotidiano Sportivo del Resto del Carlino, Giuseppe Tassi, è stato rimosso dal suo editore, Riffeser Monti, per aver titolato «Il trio delle cicciottelle sfiora il miracolo olimpico» un articolo dedicato alla sconfitta nella finale olimpica per il terzo posto di Guendalina Sartori, Lucilla Boari e Claudia Mandia, le tre atlete italiane di tiro con l’arco. Il titolo è stato molto stigmatizzato sui social. Tuttavia, ad alcuni, per esempio a Beppe Severgnini, la rimozione del direttore è parsa eccessiva e forse anche ipocrita: per un errore sono sufficienti le scuse; altri titoli peggiori restano impuniti; la sanzione agita lo spettro dell’autoritarismo; il licenziamento fa impressione.

Va detto che il direttore, in pensione il prossimo 30 settembre, è stato rimosso dall’incarico, non licenziato dal posto di lavoro. A motivo delle dimissioni è possibile ci sia anche un po’ di nazionalismo sportivo, poiché sono state offese atlete italiane impegnate nella più prestigiosa competizione internazionale e proprio dopo una importante sconfitta: in tal caso, il sostegno rispettoso della stampa può essere visto come un dovere. Così la vede il presidente della Federazione Italiana Tiro con l’Arco, Mario Scarzella, che per quel titolo ha scritto una lettera di protesta al Resto del Carlino. In ogni caso, non è male che i responsabili di titoli e articoli ispirati a cattivo gusto, volgarità, sessismo, razzismo, bullismo, goliardia, possano essere dimessi.

Il trio delle cicciottelleSe fossi l’editore del giornale, un direttore che fa titoli di quel genere non lo vorrei, non avrei fiducia in lui. Qualificare tre giovani atlete come «cicciottelle» in un titolo di giornale, non è un semplice errore, come potrebbe essere un errore nozionistico o procedurale. È un linguaggio, dice di uno sguardo, un modo di pensare, uno stile: definisce gli altri, specie le donne, per il loro aspetto fisico, per i loro veri o presunti difetti estetici; pretende di fare un complimento o di essere divertente con parole offensive; trasferisce nel testo scritto e pubblicato, che ha sempre un’autorità, un effetto educativo, la volgarità delle battute da bar, per essere popolare. Altri editori possono apprezzarlo ed assumerlo. Perciò, ha poco senso fare confronti e graduatorie tra titoli, per dire «Se non tocca agli altri, allora non deve toccare neanche a lui». Obiezioni che si possono fare ad un giudice o al comandante dei vigili, ma non ad un editore che sceglie quali contenuti pubblicare, con chi collaborare per poterlo fare al meglio, e magari anche di dare il buon esempio.