• Arbitrato Islamico, forse inopportuno, ma non per questo illegittimo

    Arbitrato Islamico, forse inopportuno, ma non per questo illegittimo

    A Padova, lo scorso marzo, è stata costituita la Camera Arbitrale Islamica Italiana, un’associazione privata che vuole risolvere controversie civili e commerciali «in conformità ai principi della Shari’a». Futuro Nazionale ha presentato un esposto in Procura e, con Lega e Fratelli d’Italia, ha agitato sui social lo spettro del Tribunale della Shari’a. La Procura ha aperto un fascicolo conoscitivo senza ipotesi di reato né indagati. L’UCOII ha preso le distanze dall’associazione.

    Il progetto, in un clima di islamofobia e identitarismi, può essere inopportuno, così come l’agitar di lenzuola di fronte a chi ha paura dei fantasmi. Ma sotto il profilo della legittimità, una Camera Arbitrale Islamica può essere a norma. Nel codice di procedura civile (art. 806) le parti possono affidare a un arbitro le controversie relative a contratti, crediti, proprietà, società, diritti ereditari già maturati. Sono invece esclusi i diritti indisponibili: rapporti di famiglia, stato della persona, filiazione, separazioni e divorzi. Con la riforma Cartabia del 2022, le parti possono indicare una legge straniera come applicabile al merito (art. 822). Il limite è l’ordine pubblico: il lodo contrario all’ordine pubblico si impugna per nullità (art. 829) e non può essere reso esecutivo. La formula secondo cui il lodo ha gli effetti di una sentenza richiama l’art. 824-bis c.p.c., che disciplina l’efficacia del lodo rituale con il controllo del tribunale.

    L’ordinamento italiano già convive con organismi che applicano norme religiose. I tribunali ecclesiastici giudicano secondo il diritto canonico e le loro sentenze di nullità matrimoniale possono avere effetti civili, a condizioni precise, per effetto del Concordato. I Beth Din rabbinici operano secondo la Halakhah e intervengono in questioni religiose e, in alcuni casi, patrimoniali, senza una giurisdizione civile riconosciuta. Il primo caso è un regime concordatario, il secondo e il terzo sono arbitrato o conciliazione privata.

    Nel diritto privato e nella disciplina dell’arbitrato, l’accordo volontario è il presupposto di validità dell’intero procedimento. Tuttavia, in un contesto di isolamento linguistico, economico o familiare, la “libera scelta” di sottoscrivere una clausola compromissoria o di accettare una mediazione comunitaria può essere inficiata da forme di coercizione morale o condizionamento sociale non sempre intercettabili dalla norma formale. Dimostrare la violenza morale o l’annullabilità del consenso ex art. 1434 c.c. in sede statale richiede risorse, consapevolezza e una rete di protezione che la vittima spesso non possiede al momento dell’accordo. Questo può portare a diffidare di un arbitrato islamico.

    C’è però una cosa che sfugge: il senso di appartenenza. Una donna che subisce un’ingiustizia nella propria comunità può desiderare che sia quella stessa comunità a riconoscerla e ripararla. Non vuole necessariamente rompere con la propria famiglia, la propria religione o il proprio ambiente sociale. Lo Stato può offrirle protezione e tutela legale, ma non può sostituire il riconoscimento delle persone con cui la donna desidera continuare a vivere. Se ottenere giustizia significa perdere quei legami o essere esclusa dalla comunità, può accadere che rifiuti la tutela offerta. Questo non significa che i condizionamenti sociali siano irrilevanti, né che la comunità possa sottrarsi al rispetto dei diritti fondamentali. Significa che la libertà non coincide necessariamente con la rottura dei legami: può consistere anche nella possibilità di restare nella propria comunità senza dover rinunciare ai propri diritti.

    Anche senza la costituzione di un arbitrato, le controversie familiari ed economico-patrimoniali vengono comunque affrontate all’interno delle comunità, talvolta attraverso figure di riferimento, anziani, mediazioni patriarcali e autorità informali. Queste pratiche possono svolgersi senza garanzie, senza documentazione e senza controllo giudiziario. Un’associazione formalizzata, che opera alla luce del sole, non elimina il rischio di coercizione, ma rende almeno possibile individuare responsabilità e verificare il rispetto delle regole dell’ordinamento.

    La tensione tra la libertà femminile e le procedure del diritto non riguarda soltanto l’arbitrato religioso: vale per qualsiasi sede di giudizio, compresi i tribunali dello Stato. In Italia la maggior parte delle donne che subiscono violenza non denuncia; esiste la vittimizzazione secondaria, di cui la Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato l’Italia nel caso J.L. c. Italia (2021); nelle cause di separazione un marito violento può essere comunque ritenuto un buon padre; e la disparità economica rende diseguale l’accesso a un buon avvocato. Nel nostro codice nessuna regola attribuisce alla testimonianza di una donna un valore minore, ma il pregiudizio di un giudice può produrre lo stesso effetto senza che nessuna norma lo preveda. La vulnerabilità delle donne non è legata alla sede decisionale (religiosa o laica, privata o pubblica), ma alla disparità di potere negoziale e culturale.

    Se il pregiudizio e le barriere d’accesso alla giustizia possono manifestarsi anche all’interno delle corti statali, il fattore determinante per la tutela dei diritti non è la negazione di strumenti stragiudiziali, quanto l’esistenza di presidi territoriali autonomi e laici (centri antiviolenza, mediazione culturale indipendente, gratuito patrocinio effettivo); e la capacità dello Stato di intercettare le coercizioni coperte, garantendo che chi si rivolge a qualsiasi forma di arbitrato o conciliazione lo faccia senza condizionamenti e con la piena consapevolezza dei propri diritti inderogabili.

    La libertà di associazione (art. 18 della Costituzione, per fini non vietati ai singoli dalla legge penale) e l’autonomia contrattuale (art. 1322 del codice civile, nei limiti imposti dalla legge) valgono anche per le associazioni e i contratti che non piacciono, e non si sospendono perché l’etichetta è «islamica». Si può dare il giudizio politico più severo su un’associazione e sul suo programma senza chiederne la messa al bando: lo stesso principio protegge le associazioni che si combattono. Fuori dai limiti che la legge pone, la risposta è il controllo sui contenuti, non il divieto del contenitore.

  • Spagna, il diritto alla casa contro la rendita

    Spagna, il diritto alla casa contro la rendita

    In Spagna il prezzo medio dell’affitto ha raggiunto 15,1 €/m² al mese a agosto 2026, con un aumento del 45,2% rispetto a giugno 2018. Nelle grandi città i costi sono ancora più elevati. L’affitto costa in media il 39% del reddito netto familiare, ben oltre il 30% considerato sostenibile. Nel 2025 gli sfratti eseguiti sono stati 25.000, tre quarti in abitazioni in affitto. Molte famiglie finiscono in rifugi per senza tetto. Eppure le case vuote sono 3,8 milioni su 26 milioni di case.

    In questa situazione, lo scorso 2 ottobre, il Congresso dei Deputati ha bocciato due decreti legge sulla casa emanati dal governo di centrosinistra (PSOE-Sumar). Hanno votato contro le destre: Partito Popolare (PP), Vox e, in modo decisivo, Junts per Catalunya, che sosteneva l’esecutivo. I decreti, presentati d’urgenza dopo lo sfratto, a Madrid, di Maricarmen Abascal, 87 anni, stabilivano: la sospensione degli sfratti per le persone vulnerabili fino al 2030, la proroga dei contratti d’affitto in scadenza o l’indennizzo di dodici mensilità all’inquilino, limiti all’acquisto speculativo dei grandi fondi sotto il 70% del valore di mercato. La bocciatura parlamentare ha scatenato proteste di piazza in tutto il Paese, in particolare a Madrid. I manifestanti chiedono uno sciopero generale e soluzioni immediate alla crisi abitativa. Il premier Pedro Sánchez ha sciolto le Cortes e indetto elezioni anticipate il 29 novembre. Intanto ha approvato due nuovi decreti.

    Le misure di Sánchez sono interne al quadro costituzionale che considera la proprietà privata un diritto da bilanciare con altri diritti fondamentali. La Costituzione spagnola all’art. 33 riconosce il diritto di proprietà, ma ne sancisce la funzione sociale e lo subordina all’interesse generale fino a prevedere espropriazioni per causa di pubblica utilità o interesse sociale. L’art. 47 obbliga i poteri pubblici a garantire il diritto a un’abitazione dignitosa e a impedire la speculazione. Nelle grandi città spagnole, la controparte principale degli inquilini non è il piccolo proprietario diffuso, ma i grandi fondi di investimento e i multiproprietari, concentrati nelle grandi città e nelle aree metropolitane. A Madrid, Barcellona, Valencia, oltre la metà dell’offerta di affitto è controllata da grandi proprietari. I grandi fondi sono un numero ristretto di attori con portafogli enormi, spesso di origine estera.

    Il conflitto aperto da Sánchez sulla crisi abitativa è contemporaneo, e forse più modesto, di altri esempi internazionali. A New York, la città del sindaco Zohran Mamdani, il blocco dei canoni approvato dal Rent Guidelines Board riguarda un milione di appartamenti e ha scatenato una causa legale da parte dei proprietari per presunte pressioni indebite.. A Berlino, la Linke ha vinto le elezioni con la promessa di applicare il referendum del 2021, dove il 57,6% dei cittadini votò per espropriare con indennizzo gli appartamenti delle grandi società immobiliari. La misura, che riguarderebbe circa 240.000-270.000 appartamenti, è stata giudicata legale dalla commissione di esperti e mira a mettere gli immobili in mani pubbliche per calmierare gli affitti.

  • Gli studenti francesi contro il degrado scolastico

    Gli studenti francesi contro il degrado scolastico

    A fine settembre 2026, in Francia è esplosa a livello nazionale la protesta di un forte movimento studentesco contro la crisi del sistema scolastico. Nelle scuole francesi, le classi sono sovraffollate fino a 35 studenti, una condizione che ostacola l’apprendimento e diventa insopportabile durante le ondate di calore. Gli orari scolastici sono sovraccarichi. Mancano gli insegnanti e il personale di supporto. Gli edifici scolastici sono degradati. L’accesso alle università ha smesso di essere universale ed è diventato più selettivo, competitivo e opaco, per colpa della piattaforma Parcoursup del Ministero dell’Istruzione francese. La protesta degli studenti è ancora più forte nelle banlieue dove si percepisce il divario di risorse rispetto ai centri urbani più ricchi.

    Del movimento studentesco francese, è data una rappresentazione violenta: incendi e devastazioni, aggressioni al personale scolastico, scontri con la polizia, arresti di massa. Il governo di Sébastien Lecornu, insieme con il Rassemblement National, ha accusato la France Insoumise di orchestrare le rivolte. In realtà, il movimento è spontaneo e la sinistra radicale cerca solo di aderirvi e dare il suo sostegno. La maggioranza del movimento è pacifica. Lo stesso ministro dell’Interno Laurent Nuñez ha dichiarato che le manifestazioni di studenti e lavoratori, con almeno 200.000 partecipanti in una sola giornata, si sono svolte “per lo più senza incidenti”. Su 3.700 licei, ne sono bloccati solo 400. In molte città, gli studenti hanno cercato di respingere i violenti. Un sondaggio Odoxa rileva che il 62% dei francesi, e il 73% degli under 35, sostiene la mobilitazione e la distingue dalla violenza.

    Enfatizzare la violenza oltre le sue reali dimensioni incita la repressione come risposta principale. Ma confrontarsi con il movimento studentesco francese significa dialogare, fare concessioni immediate e proporre riforme. Il governo ha già fatto retromarcia sulle tasse di iscrizione per gli studenti non borsisti di 178 euro nei corsi BTS e di 270 euro nelle classi preparatorie CPGE. Il Ministro Geffray ha incontrato i rappresentanti degli studenti e dei genitori e vuole incontrare anche i sindacati. Oltre queste misure, il governo annuncia un piano accelerato per sostituire gli insegnanti assenti, aumentare la spesa per l’istruzione di 1,2 miliardi di euro, una piattaforma di concertazione per raccogliere le istanze degli studenti. Si dice inoltre disponibile a discutere di orari scolastici, stato degli edifici, dimensioni delle classi e partecipazione studentesca. Ma questi sono possibili cambiamenti solo per il prossimo anno scolastico.

    Tuttavia, gli studenti francesi reputano queste risposte insufficienti e contraddittorie e hanno confermato le prossime mobilitazioni. L’aumento del budget per l’istruzione di 1,2 miliardi dovrebbe stare dentro una legge finanziaria che taglia la spesa pubblica per 43 miliardi di euro. Gli aiuti per l’affitto (APL) rimangono congelati a danno degli studenti universitari. Il sindacato dei magistrati accusa il governo di aver dato una “risposta brutale” alla “collera legittima degli studenti” e aggiunge che l’uso della forza “non è una risposta adeguata a un movimento formato essenzialmente da bambini”. Cariche violente e uso massiccio di manganelli, di gas lacrimogeni, armi subletali mutilanti in particolare gli LBD (Lanceur de Balles de Défense) e le granate esplosive, arresti di massa. Persino Amnesty International ha espresso preoccupazione.

    Per corrispondere alle richieste delle associazioni studentesche e del sindacato degli insegnanti, il governo dovrebbe abolire la piattaforma Parcoursup per l’iscrizione all’Università; sostituire gli insegnanti assenti, che significa colmare 15 milioni di ore di lezione ogni anno; ridurre il numero degli studenti per classe; ristrutturare gli edifici scolastici anche per adattarli al riscaldamento climatico; riconoscere il diritto all’espressione degli studenti; creare condizioni di studio dignitose con alloggi, borse, trasporti, ristorazione. Il primo appuntamento di mobilitazione è l’atto III del prossimo 6 ottobre, la terza grande giornata di mobilitazione nazionale e di sciopero generale lanciata dai sindacati studenteschi (come UE e USL) e dall’intersindacale dell’istruzione.

    La crisi scolastica francese riguarda anche l’Italia. Le cause della rabbia degli studenti francesi, classi sovraffollate, carenza di personale, edifici fatiscenti e un futuro incerto, sono le stesse che i sindacati italiani denunciano da anni, mentre l’azione del governo italiano è sbilanciata su misure di carattere securitario e identitario come il divieto del burqa il tetto agli stranieri.

  • Francesca Albanese e l’errore etimologico sull’antisemitismo

    Francesca Albanese e l'errore etimologico sull'antisemitismo

    Intervistata da CLATEVision, Francesca Albanese ha commesso due errori, che lei stessa ha poi riconosciuto e per cui si è scusata. Ha sostenuto che il termine “antisemitismo” si riferisse in origine a tutti i popoli di lingua semitica e non solo agli ebrei. Per sostenere la sua tesi, ha affermato che nei lager i nazisti chiamavano gli ebrei “Muselmann”. Invece, il termine “antisemitismo” fu coniato nel 1879 dal giornalista tedesco Wilhelm Marr per dare una veste “scientifica” all’odio contro gli ebrei. Il termine “Muselmann” apparteneva al gergo concentrazionario per indicare i detenuti moribondi, non aveva significato etnico o religioso.

    I detrattori di Francesca Albanese ne hanno approfittato per rilanciare una violenta campagna di delegittimazione personale e politica. I due errori dimostrerebbero che lei è negazionista, revisionista, antisemita, incompetente, inadeguata a ricoprire il ruolo di relatrice ONU sui Territori Occupati Palestinesi. Però, fraintendere l’etimologia dell’antisemitismo non implica negare la Shoah, odiare gli ebrei, e neppure l’essere incompetenti come relatrice ONU. I suoi report non si basano sulla linguistica dell’Ottocento, ma sul diritto internazionale e umanitario, sui fatti e le testimonianze. La qualità dei rapporti ONU non può essere dedotta dall’errore di un’intervista, né dalla sua eventuale incompetenza in altri campi: va verificata sui rapporti stessi, attraverso fonti, documentazione, metodo e argomentazioni giuridiche.

    È vero che nella narrazione israeliana il nodo del conflitto mediorientale è l’antisemitismo. I palestinesi combattono Israele perché sono antisemiti e tutte le persone che solidarizzano con i palestinesi sono antisemite. Quindi, se non hai una competenza specialistica sull’etimologia e la storia dell’antisemitismo, non puoi avere una competenza sul conflitto mediorientale. Ma da un punto di vista meno unilaterale, il nodo del conflitto è la contesa della terra e delle risorse, la disparità di potere, diritti, possesso, è l’espropriazione e l’espulsione della popolazione nativa, è l’occupazione israeliana dei territori palestinesi. La stessa Francesca Albanese lo mette in chiaro nella sua intervista: la critica a Israele non riguarda ciò che è, ma ciò che fa.

    Che l’antisemitismo sia l’avversione ai popoli di lingua semitica è uno stereotipo linguistico diffuso. Nasce da una fallacia intuitiva, che applica alla lettera la radice della parola “semita”. In particolare, è diffuso nel mondo arabo, in generale fuori dall’Occidente, e trova sponda negli ambienti accademici e politici della decolonizzazione. In Medio Oriente e in Nord Africa, l’argomento “Siamo semiti, non possiamo essere antisemiti” è usato per difendersi dall’accusa di antisemitismo quando si criticano il sionismo e lo Stato d’Israele. E per affermare l’estraneità storica alla persecuzione degli ebrei, prodotto europeo e cristiano. Con questo argomento, gli intellettuali della decolonizzazione tengono insieme la critica all’eurocentrismo e la solidarietà al popolo palestinese. La stessa Albanese, nella sua risposta, intendeva confutare l’accusa di antisemitismo contro i palestinesi e i critici di Israele, ma è stata indotta all’errore dall’intervistatrice argentina che la interrogava “sull’uso improprio del termine”.

    Per una gaffe o un errore, Francesca Albanese si trova spesso nell’occhio del ciclone israeliano. Alcuni suoi simpatizzanti la vorrebbero più istituzionale e meno militante. I suoi interventi sono super-monitorati per coglierla in fallo e metterla all’indice. Il gruppo che ha ripreso e amplificato l’intervista a CLATEVision è la ONG pro-Israele UN Watch. C’è una tensione tra il lavoro di relatrice ONU, che richiede di essere rigorosa, e quello di divulgatrice, che richiede di essere disinvolta. Se si limitasse al ruolo di relatrice, sarebbe una figura impeccabile, nota solo agli addetti ai lavori. Avventurandosi nella divulgazione, si espone e diventa vulnerabile, ma porta il suo lavoro alla conoscenza del grande pubblico.

    Poi, Francesca è una donna. Il linguaggio istituzionale e diplomatico è stato plasmato dal modello patriarcale e burocratico: uno stile distaccato, neutro, grigio e codificato. Una donna in quel ruolo di alto profilo può voler rompere lo schema e adottare uno stile espressivo partecipe, appassionato o persino “informale”. Sbaglia, si scusa, si corregge. E viene attaccata in modo sproporzionato, con una cattiveria particolare.

    Prendendo esempio, si può tentare di dire che l’errore etimologico e storico di Francesca Albanese può avere un senso sul piano sociologico. I nazisti hanno innestato il proprio razzismo sull’antigiudaismo, perseguitato e sterminato gli ebrei. E insieme agli ebrei, anche altri gruppi: rom e sinti, disabili, omosessuali, comunisti, oppositori politici. Gli ebrei sono stati il corpo estraneo, il nemico interno per definizione. Ma se gli ebrei non fossero esistiti, si può ipotizzare che il nazionalismo razzista avrebbe saputo identificare un altro capro espiatorio. Così come oggi, gli eredi del nazifascismo, o i nostalgici, identificano i migranti e in particolare i musulmani, proiettando su di loro la minaccia di un progetto di sottomissione, sostituzione etnica e islamizzazione.

  • Futuro Nazionale e il centrodestra: la regola del ciclo elettorale

    Futuro Nazionale e il centrodestra: la regola del ciclo elettorale

    Futuro Nazionale (FN), Fratelli d’Italia (FdI) e Lega sono tre partiti di estrema destra, sovranisti e populisti, con una memoria molto benevola nei confronti del fascismo. Sono alleati naturali. Potrebbero essere lo stesso partito. Ma le alleanze politiche non dipendono solo dalla convergenza di valori, contenuti, programmi. Richiedono anche un accordo sui rispettivi ruoli, a partire dal più importante: chi comanda?

    Se dipendesse dagli elettori dei tre partiti, l’accordo sarebbe fatto, perché la divisione è incomprensibile. Invece, dipende anche dai rapporti di forza, che non sono stabili, perché l’ultimo partito creato, Futuro Nazionale, è in crescita, mentre la Lega è in declino e FdI perde qualcosa. Al momento non si sa, se FN si stabilizzerà come forza minoritaria o intermedia o se addirittura potrà diventare il partito più forte della destra. Il dubbio è dato dai precedenti che hanno visto la Lega superare Forza Italia nel 2018 e Fratelli d’Italia surclassare la Lega nel 2022.

    L’opinione pubblica di sinistra è scettica: pensa che le destre alla fine si metteranno d’accordo, perché sono simili e ciniche. Senza allearsi tra tutte loro rischiano di perdere il potere. A leggere i sondaggi, il partito di Roberto Vannacci è determinante per la vittoria del centrodestra, a meno che non faccia scappare i “moderati” di Forza Italia. I quali, però, hanno già dimostrato di saper digerire l’egemonia di Fratelli d’Italia.

    C’è però, un problema: l’ex generale e i suoi parlamentari erano già all’interno del centrodestra e ne sono usciti. Quando un leader promuove una scissione, in genere racconta due tipi di narrazione. Una revisionista: qualcosa di molto importante è cambiato nella situazione, dobbiamo cambiare anche noi, non possiamo aspettare chi resta fermo su posizioni inadeguate, dobbiamo andare avanti anche da soli. L’altra ortodossa: il partito ha sconfessato i suoi valori originari, non possiamo rimanere con chi ha tradito o con chi si è smarrito, torniamo sulla retta via e forse gli altri ci seguiranno. Nella prima narrazione lo scissionista è bollato come traditore dai vecchi compagni. Nella seconda anche, ma qui l’insulto è facilmente ricambiato. La narrazione revisionista provoca uno scontro su chi è più adatto al presente, la narrazione ortodossa provoca uno scontro molto più duro su chi è il vero depositario dell’ideologia.

    La narrazione di Futuro Nazionale è quella ortodossa. Vannacci dichiara: “Io non sono un traditore, semmai è Salvini che ha tradito valori e ideali del partito”. E ancora: “Non rimango in un contenitore che tradisce la mia identità”. Vannacci contesta a Salvini di aver tradito le premesse programmatiche della Lega su tre fronti: la politica estera, il decreto sulle armi all’Ucraina dopo una campagna elettorale contro l’invio di armi;, la politica sociale, la mancata abolizione della legge Fornero dopo aver promesso di demolirla; e la coerenza identitaria, l’oscillazione tra posizioni identitarie e sovraniste “nei giorni pari” e posizioni liberali e progressiste “nei giorni dispari”. Le accuse di Vannacci a Salvini si possono estendere a Giorgia Meloni.

    Nella narrazione di Futuro Nazionale c’è, però, una complicazione. Il suo leader, Roberto Vannacci, non ha il curriculum dell’ortodosso, non appartiene alla genealogia della destra. Il generale è comparso nel 2023 con l’auto-pubblicazione di un libro su Amazon “Il mondo al contrario”, che faceva parlare di sé, per contenuti espliciti in senso razzista, sessista, omofobo. Poi, nel 2024 è entrato nella Lega, per essere eletto con 500 mila preferenze al parlamento europeo, per poi diventare vice-segretario del partito.

    Dal punto di vista dei dirigenti del centrodestra può essere forte un sospetto. Se Vannacci pensa nel 2026, anno della sua rottura, che la Lega, Fratelli d’Italia, il centrodestra, abbiano tradito il loro programma originario, questo lo pensava già nel 2024, quando è entrato nella Lega. Tu non sei entrato illuso e sei rimasto deluso, sei entrato già sapendo che avresti rotto, sei entrato per conquistarti la posizione di europarlamentare, arruolare altri parlamentari, e poi uscire. Tu non vuoi ripristinare i valori originari, tu vuoi diventare il capo o uno dei capi più importanti. Così concepito, il generale diventa agli occhi dei suoi potenziali alleati una persona particolarmente inaffidabile.

    Qui è sufficiente ricordare che Vannacci è entrato nel 2024 nella Lega, ossia in un partito che dal febbraio 2021 al luglio 2022 aveva sostenuto il governo di Mario Draghi e che in ben tre occasioni aveva votato i decreti per le forniture di armi all’Ucraina: 25 febbraio 2022, primo decreto Draghi; 2 dicembre 2022, prima proroga Meloni; 19 dicembre 2023, seconda proroga Meloni.

    Stiamo discutendo se è probabile oppure no, che Futuro Nazionale rientri nel centrodestra entro le prossime elezioni. Finora, abbiamo trovato due argomenti che dicono di si: la somiglianza politico-ideologica delle estreme destre e la matematica elettorale. E due argomenti che dicono di no: la competizione per la leadership e l’inaffidabilità di Vannacci. Un terzo argomento che dice di no, sono le precedenti scissioni. Considerando quelle avvenute nella cosiddetta seconda repubblica, vediamo che nessun gruppo scissionista è stato accettato subito come alleato di coalizione. Se rompi un partito o una coalizione, puoi riuscire a ritornare nell’alleanza solo dopo un intero ciclo elettorale.

    Nel dicembre 1994 la Lega di Bossi fece cadere il primo governo Berlusconi. Alle elezioni del 1996 la Lega corse da sola. Solo alle elezioni del 2001, la Lega rientrò nella Casa delle Libertà. Nell’ottobre 1998 Rifondazione Comunista fece cadere il primo governo Prodi. Alle elezioni del 2001 Rifondazione corse da sola. Rientrò nel centrosinistra solo nel 2006. Nel 2010, Fini ruppe con Berlusconi, uscì dal Partito della Libertà e dalla maggioranza di governo. Alle elezioni del 2013, si alleò con Monti, ottenne lo 0,5%, poi sparì. Nel 2013, il Nuovo Centrodestra di Angelino Alfano si separò da Forza Italia, per sostenere il governo Letta. Nel 2018 neppure si candidò, i resti del suo gruppo finiranno assorbiti dal centrosinistra.

    Sotto il governo Renzi (2014-2016), le scissioni alla sinistra del Partito Democratico, confluiranno nella formazione Liberi e Uguali alle elezioni del 2018, senza essere alleati del PD. Nell’agosto 2019, Carlo Calenda rompe con il PD e fonda Azione tre mesi dopo. Nel settembre 2019, Renzi rompe con il Partito Democratico e fonda Italia Viva. Alle elezioni del 2022 Renzi e Calenda formano una lista unica, fuori dal centrosinistra. Il caso più recente e forse il più importante è quello del M5S che nel luglio 2022 toglie la fiducia al governo Draghi, insieme con Lega e Forza Italia, rompendo con il PD. Nonostante, l’alleanza tra PD e M5S sia decisiva affinché i due partiti abbiano una possibilità di vincere alle elezioni dell’ottobre 2022, si presentano divisi; vince il centrodestra di Giorgia Meloni.

    Il centrodestra nel 2027 avrà bisogno di Futuro Nazionale per vincere, ma questo non basta a garantire che lo riaccoglierà. Se la regola del ciclo elettorale si conferma, Futuro Nazionale potrà allearsi con il centrodestra solo alle elezioni successive a quelle del 2027.

  • Divieto di burqa e niqab a scuola: il paradosso del decreto Meloni

    Divieto di burqa e niqab a scuola: il paradosso del decreto Meloni

    Il governo Meloni ha decretato il divieto assoluto di indossare il burqa e il niqab all’interno degli istituti scolastici. Il divieto riguarda ogni indumento e accessorio che copra il viso. Chi viola la disposizione rischia una multa da 200 a 1.000 euro. Se a violarla è una studentessa minorenne, la multa è applicata ai genitori. L’obiettivo dichiarato è garantire la riconoscibilità reciproca come condizione per partecipare alla vita della comunità scolastica.

    Il divieto fronteggia una realtà molto esigua. La rivista specializzata La tecnica della scuola ha stimato che a indossare il velo integrale siano 500 studentesse su 320mila classi scolastiche, una ogni 660 classi. Studentesse concentrate per lo più in Lombardia, Emilia Romagna e Veneto. I dati escludono l’uso del velo integrale tra le bambine delle scuole dell’infanzia o delle primarie.

    Oltre alla multa, il decreto governativo prevede che la studentessa con il velo integrale sia esclusa dalla scuola. Finché non si scopre il volto non può più partecipare a nessuna attività scolastica, né alle lezioni, né a gite, laboratori, progetti pomeridiani. Le singole scuole dovranno adeguare i propri regolamenti interni e definire i passaggi successivi: note sul registro, sospensione, voto di condotta, incidenza sul computo delle ore di assenza qualora l’allontanamento si prolunghi nel tempo.

    Siamo così in presenza di un paradosso. Da un lato, i promotori della norma e il governo sostengono che il divieto di indossare burqa e niqab affermi i valori della Costituzione, la parità di genere e la libertà delle ragazze: nella scuola pubblica nessuna imposizione patriarcale o comunitaria può nascondere l’identità di una studentessa, quindi lo Stato interviene per “emancipare” le ragazze da una potenziale costrizione familiare. Dall’altro, c’è il rischio dell’effetto boomerang, che vittimizza le ragazze due volte.

    Se una studentessa è costretta dalla famiglia a indossare il velo integrale, punirla non la libera. Colpirla con le multe, che gravano sul bilancio familiare e acuiscono le tensioni in casa, ed escluderla dalle lezioni significa penalizzare il soggetto più debole. La ragazza si ritrova stretta tra l’imposizione dei genitori e l’esclusione da parte dello Stato. Il rischio è la dispersione scolastica. Di fronte a un divieto rigido, le famiglie più radicali potrebbero decidere di ritirare le figlie da scuola, segregandole in casa o privandole dell’istruzione.

    Ancora una volta, secondo molte associazioni femministe, comprese attiviste di origine musulmana presenti in Italia, la politica legifera su cosa una donna possa o non possa indossare. Che sia l’imposizione del nucleo familiare a coprirsi o l’imposizione dello Stato a scoprirsi, il risultato non cambia: è negata l’autodeterminazione della ragazza. Se una ragazza indossa il velo integrale per imposizione familiare e comunitaria, escluderla dalla scuola significa togliere l’unico spazio protetto in cui quella ragazza potrebbe, nel tempo, maturare l’indipendenza culturale ed economica per ribellarsi. L’emancipazione non si ottiene per decreto con obblighi, divieti e sanzioni, ma attraverso l’istruzione e la socializzazione.

    Le associazioni islamiche ricordano che burqa e niqab non sono precetti religiosi coranici universali, ma costumi culturali legati a specifiche interpretazioni tradizionali o geografiche. Tuttavia, giudicano controproducente l’impianto del decreto, perché rischia di radicalizzare la posizione delle famiglie più rigide. La proposta alternativa è la via dei patti di mediazione culturale e scolastica, secondo l’esempio di Monfalcone. La città ha una delle concentrazioni più alte d’Italia di popolazione di origine bengalese, legata storicamente ai cantieri Fincantieri, e una quota di popolazione musulmana attorno al 25%. Qui, all’Istituto Sandro Pertini, la preside Carmela Piraino ha gestito, insieme alle insegnanti e ai mediatori culturali, i rari casi di ragazze con il niqab attraverso accordi specifici. Le ragazze scoprivano il volto in una stanza appartata davanti a un’insegnante donna per il riconoscimento formale. I mediatori avviavano un dialogo continuo con la famiglia per spiegare l’importanza della socializzazione a viso scoperto in aula.

    Senza forzature traumatiche o punizioni economiche, l’istituzione scolastica garantiva alle ragazze il diritto costituzionale all’istruzione, la socializzazione e la sicurezza. La scuola deve essere il luogo del compromesso educativo e dell’inclusione, non il tribunale che respinge chi ha più bisogno di essere integrato.

  • Il tetto agli stranieri in classe: da idea sensata ad arma di propaganda

    Il tetto agli stranieri in classe

    Redistribuire gli studenti stranieri nelle classi può essere un’idea sensata, se serve a favorire l’integrazione e l’apprendimento dell’italiano. Del resto, dal 2010 esiste una circolare ministeriale che indica un limite del 30% di presenza straniera per classe.

    Ma un’idea sensata può diventare un’arma di propaganda, come si è visto nel comizio con cui Giorgia Meloni ha chiuso Fenix, la festa della gioventù nazionale di Fratelli d’Italia. La presidente del Consiglio ha annunciato un provvedimento che fisserebbe per legge un tetto agli studenti stranieri per classe, imporrebbe ai genitori stranieri con figli in difficoltà linguistica di imparare l’italiano e vieterebbe burqa e niqab a scuola. Lo ha fatto con toni enfatici e aggressivi e con motivazioni per nulla didattiche: «Non esiste che in una classe italiana a sentirsi in un angolo siano i bambini italiani perché sono diventati la minoranza». Ma nella scuola italiana chi è in minoranza è in un angolo? E il tetto vuole mantenere, o rimettere, in un angolo gli studenti di origine immigrata? Intervistato sull’argomento dal Corriere della Sera, il ministro dell’Istruzione, il leghista Valditara, ha detto di temere “la fuga dei bianchi”.

    Una cosa è discutere la migliore organizzazione didattica e come aiutare l’apprendimento e l’integrazione di tutti. Altra cosa è contrapporre studenti italiani e stranieri per propaganda e concorrenza elettorale, col rischio che la divisione venga interiorizzata dai ragazzi stessi. Se le forze di estrema destra (Fratelli d’Italia, Lega, Futuro Nazionale) non riescono a rinunciare alle crociate etnico-identitarie, dovrebbero almeno smettere di praticarle sulla pelle dei bambini.

    Le classi a maggioranza straniera, come l’uso del burqa e del niqab, sono un fenomeno raro e concentrato in alcune zone, che non giustifica né la necessità di una legge né tanto meno l’urgenza di un decreto. Dove esiste, non è necessariamente un problema: essere stranieri non significa non conoscere l’italiano, perché spesso si tratta di minori nati o cresciuti in Italia. Il criterio giusto è la competenza linguistica, non la cittadinanza, e la redistribuzione dovrebbe riguardare solo i bambini che parlano l’italiano con difficoltà.

    La legge rischia di trasformare in norma tassativa e inderogabile ciò che le circolari indicano come semplice criterio organizzativo, lasciando a distretti e istituti l’autonomia di risolvere i problemi come ritengono meglio. Del resto, per applicare un tetto rigido non si potrebbe respingere l’iscrizione di un bambino straniero né assegnarlo a una scuola lontana da casa. Creare più classi e più plessi, invece, costerebbe più di quanto l’attuale governo sia disposto, o in grado, di spendere.

    C’è infine un problema a monte. La forte concentrazione di studenti stranieri in certe scuole rispecchia quella dei quartieri e dei paesi in cui vivono. Prima ancora di agire sulle scuole bisognerebbe agire sulla distribuzione territoriale, organizzando un’accoglienza diffusa. È proprio quel sistema che la parte politica del ministro Valditara ha voluto smantellare fin dal 2018.

  • Il sovranismo vassallo dell’AfD

    Afd sovranismo vassallo

    C’è un elemento di realismo geopolitico nel voto tedesco all’Alternative für Deutschland (AfD) di Alice Weidel. Perché sotto il governo Cdu-Spd del cancelliere Friedrich Merz, la Germania si ritrova a essere “nemica” della Russia e sempre meno amica degli Usa. L’elettore tedesco può credere che le sanzioni alla Russia, la rinuncia al gas russo, il sostegno in armi all’Ucraina abbiano impoverito la Germania. In particolare la Germania Est. E stiano portando tutto il paese verso la guerra. Al tempo stesso, questa posizione non porta più alcun beneficio dall’Occidente. Alla Casa Bianca è tornato Donald Trump, che flirta con Vladimir Putin, paventa il ritiro dalla Nato, detesta l’Unione Europea e i suoi governi liberal-democratici. Invece, mostra di apprezzare l’estrema destra, al punto da festeggiare i suoi successi. Con l’AfD al potere, la Germania potrebbe aggiustare in un colpo solo i suoi rapporti con la Russia e con gli Usa.

    Non è una buona idea? Lo sarebbe anche se solo scongiurasse la guerra con la Russia. Togliere le sanzioni, ripristinare i rapporti commerciali ed energetici con Mosca, smettere di armare Kiev, farebbe risparmiare molti soldi e ridurrebbe l’inflazione. Tutto a vantaggio della produzione e dell’occupazione tedesca. Dal lato americano, con l’amministrazione Maga che apprezza l’AfD, la Germania potrebbe avere rapporti più cordiali, dazi commerciali più favorevoli e una rinnovata protezione militare. Trump vuole andare d’accordo con Putin? La Germania sotto l’AfD può fare da ponte, come nella migliore tradizione tedesca, dalla realpolitik di Bismarck all’ostpolitik di Willy Brandt. Altro che Hitler! Seppure, al di là dei suoi confini di estrema destra, il profilo etnonazionalista e ultraliberista dell’Afd lasci perplessi, un quadro geopolitico più prospero e disteso potrebbe smussarne gli spigoli.

    Ma, la politica estera tedesca sotto l’AfD, oltre a sacrificare l’Ucraina, sacrificherebbe anche l’Unione europea. L’AfD propone la Dexit, l’uscita della Germania dalla Ue. Se, una volta al governo, l’AfD indugiasse, il suo sovranismo giocherebbe comunque contro la solidarietà e l’integrazione europea. La Germania è il leader naturale dell’Europa. Se rinuncia a questo ruolo, perde un fondamento della sua potenza, sia politica, sia economica. L’integrazione europea è servita per sostituire le guerre in Europa con i commerci. I tedeschi vendono il 56% delle loro merci sul mercato unico europeo: 78 miliardi di euro al mese. Una Germania di estrema destra, amica di Trump e Putin, ma ostile all’Europa, spaventerebbe i francesi e i polacchi di qualsiasi orientamento. I loro paesi vorrebbero riarmarsi ancora di più, anche contro la Germania.

    La Russia si è ormai ristrutturata per avere una economia di guerra e per vendere il suo gas e il suo petrolio a Cina e India. Perché dovrebbe voler tornare a vendere gas a basso costo alla Germania? Forse, per ripristinare una posizione di ricatto. Come poco prima e subito dopo l’invasione dell’Ucraina. In queste condizioni, come potrebbe la Germania dell’AfD fare da deterrente a una Russia di nuovo aggressiva verso i paesi Baltici e altri paesi dell’Europa orientale?

    Una Germania senza l’Europa, assoggettata al rifornimento energetico russo, diventa un partner meno interessante anche per gli Usa di Trump. Adesso l’amministrazione Maga può sostenere l’AfD come testa d’ariete contro la Ue. Ma, una volta al governo, l’AfD deve fare la parte del vassallo obbediente. L’affinità ideologica non basta per ricevere un trattamento di favore. Come dimostra il trattamento riservato da Trump a Giorgia Meloni. I dazi hanno punito l’Italia più di altri paesi europei. E quando il governo italiano ha fatto anche solo finta di negare le basi agli Usa per la guerra all’Iran, Trump ha bullizzato Meloni via stampa e via social.

    I Maga difendono il manifatturiero americano, i dazi bisogna comunque pagarli. E quando gli Usa si impantanano in una guerra, basi e contingenti bisogna sempre offrirli. Allora, il sovranismo AfD, se appare sensato nell’immediato, diventa paradossale e autolesionista nel prossimo futuro. Puoi essere sovranista, molto sovranista, ma senza solidarietà europea non c’è potenza e senza potenza non c’è sovranità.

  • Ceuta e Schengen: il confine immaginario tra Spagna e Italia

    Ceuta e Schengen: il confine immaginario tra Spagna e Italia

    Italia e Spagna sono due paesi di primo approdo rispetto ai movimenti migratori dall’Africa. Avrebbero interesse ad allearsi, per affermare un principio di solidarietà in Europa. Per cui, ogni migrante che arriva in Italia, in Spagna, in Grecia, è un migrante che arriva in Europa. Perciò, tutta l’Unione Europea se ne fa carico con un principio di redistribuzione nell’accoglienza.

    Però, l’Italia è governata dai sovranisti-populisti, che all’alleanza con i paesi europei mediterranei preferiscono l’alleanza con le estreme destre europee. Le quali, non vogliono redistribuire, vogliono respingere. Con questi effetti: una parte dei migranti riesce comunque ad approdare in Europa, ma rimane in clandestinità e può essere meglio sfruttata; la parte che non ce la fa si divide tra quelli che affogano nel Mediterraneo e quelli che rimangono prigionieri nei campi di concentramento, in paesi africani, come Libia e Tunisia. Con questi paesi, i governi europei hanno stretto accordi per trattenere i migranti. Che finiscono schiavizzati o espulsi e abbandonati nel deserto.

    La sospensione di Schengen

    Coerente con questa politica, il governo italiano delle destre ha approfittato della crisi di Ceuta a fine luglio 2026, non per aiutare la Spagna, ma per isolarla dall’Europa. Settantamila migranti marocchini hanno raggiunto la città di Ceuta, forzando i confini del territorio spagnolo in Marocco, il governo italiano ha reagito, per usare le parole di Meloni e Tajani, con “la sospensione del Trattato di Schengen” tra Italia e Spagna. In verità, ha spiegato Piantedosi, l’Italia ha reintrodotto i controlli alle frontiere interne, come previsto dal Trattato, in presenza di “una grave minaccia per l’ordine pubblico o la sicurezza interna”. Eppure: 1) tra i due paesi non esiste un confine comune; 2) i migranti si trovavano oltremare a Ceuta; 3) è in vigore un regime speciale, dal 1991, che impone controlli d’identità in uscita da Ceuta verso la Spagna peninsulare o altri paesi Schengen.

    La prova della inutilità della reazione italiana è data dallo stesso Viminale. In tutto il mese di agosto 2026, con “Schengen sospeso”, sono state controllate 500mila persone, identificate 180mila, respinte 31, solo 8 marocchini, nessuno proveniente da Ceuta. Malgrado ciò, il governo italiano ha prorogato la “sopensione di Schengen” per altri quindici giorni, vagheggiando un pericolo di infiltrazioni jiahdiste. Naturalmente, il governo spagnolo ha sospeso a sua volta la libera circolazione con l’Italia, mostrando peraltro, che la maggior parte dei migranti irregolari in Europa approda via Italia e non via Spagna. Infatti, percepita la rottura della solidarietà europea, si è aperto un varco. A metà agosto, la Germania ha annunciato che avrebbe ripreso a trasferire in Italia i migranti “dublinanti”, cioè, richiedenti asilo entrati in Italia e poi trasferitisi in Germania. Con effetto domino: alla Germania si sono aggiunte Svizzera, Austria, Finlandia, Svezia, Paesi Bassi e Irlanda.

    La competizione con l’estrema destra

    La crisi diplomatica tra Italia e Spagna, innescata dal governo italiano, ha due cause. Una interna all’Italia e una interna all’Europa. La causa interna all’Italia è dovuta alla paura di Giorgia Meloni, la nostra presidente del consiglio. La quale teme la concorrenza di Roberto Vannacci, fondatore di Futuro Nazionale. Il partito della destra più estrema, che veleggia nei sondaggi ormai sopra la Lega e Forza Italia. Data la fluidità dell’elettorato di destra, già mostrata nelle precedenti elezioni politiche ed europee, nulla esclude che Futuro Nazionale possa insidiare il primato di Fratelli d’Italia. Intanto gli riduce i margini di ambiguità, nel giostrarsi tra fascismo e conservatorismo.

    La causa interna all’Europa vede ogni partito conservatore, specie se al governo, fare i conti con la concorrenza di una destra più estrema. Invece, il governo spagnolo di Pedro Sanchez è un governo socialista, bersaglio facile da isolare da parte di tutti i governi conservatori che vogliono dare prova di inflessibilità sull’immigrazione. Nella propaganda conservatrice, o come oggi si usa dire nella “narrazione”, la crisi di Ceuta sarebbe stata provocata dalla benevolenza spagnola in materia migratoria. Il governo Sanchez si è opposto alle nuove restrizioni europee e soprattutto ha regolarizzato centinaia di migliaia di immigrati in Spagna, generando un effetto di attrazione.

    La regolarizzazione spagnola

    In buona o cattiva fede, la lettura conservatrice è sbagliata. Il governo Sanchez non ha regolarizzato indiscriminatamente una massa di immigrati, ma immigrati lavoratori che avevano i requisiti per ottenere il permesso di lavoro. Per essere regolarizzati, i migranti dovevano dimostrare di risiedere in Spagna da almeno cinque mesi prima del 1° gennaio 2026, di non avere precedenti penali e di avere un contratto di lavoro, legami familiari o trovarsi in una situazione di vulnerabilità. Le domande potevano essere presentate solo dal 16 aprile al 30 giugno 2026. Quando la crisi di Ceuta è esplosa a fine luglio, il programma era già scaduto da un mese. La misura offriva un permesso di soggiorno e di lavoro per un anno, rinnovabile, non la cittadinanza spagnola o europea, come erroneamente affermato da alcuni esponenti della destra italiana.

    La campagna di disinformazione su Ceuta

    La campagna di disinformazione via social che ha incoraggiato migliaia di marocchini a varcare il confine di Ceuta, non faceva riferimento alla regolarizzazione spagnola, ormai chiusa, ma ad una sentenza della magistratura spagnola che vietava il respingimento di massa a Ceuta e Melilla. L’8 luglio 2026, la Corte Suprema spagnola ha stabilito che i migranti che arrivano via mare a Ceuta e Melilla non possono essere soggetti alla stessa procedura di respingimento immediato prevista per chi supera le barriere fisiche di terra. La Corte ha infatti chiarito che il mare non può essere considerato una “barriera materiale”. La campagna di disinformazione diceva che il confine di Ceuta era ormai aperto e che i migranti sarebbero stati accolti dalla Spagna sulla base di questa sentenza.

    Chi ha mosso questa campagna? Forse il Marocco stesso, per punire la Spagna del suo riavvicinamento all’Algeria, poiché i due paesi sono in conflitto nella contesa sulla sovranità del Sahara occidentale. La Spagna nega la responsabilità del Marocco, perché ha comunque bisogno della sua collaborazione per gestire i confini di Ceuta e Melilla. Sanchez ha accusato Russia e Israele di strumentalizzare la migrazione con l’obiettivo di attaccare la Spagna, dividere l’Europa e indebolirla. Ha inoltre collegato le azioni di Russia e Israele alle posizioni di Madrid sulle guerre in Ucraina e a Gaza.

    Con ciò possiamo considerare la vicinanza di Trump a Israele e al Regno del Marocco, oltre la sua ostilità alla UE e, in particolare, alla Spagna di Sanchez. Anche i flussi migratori sono diventati uno strumento delle guerre ibride. Non sappiamo chi abbia orchestrato la campagna. Sappiamo però che una campagna di disinformazione ha trasformato una sentenza giudiziaria molto circoscritta nell’immagine di una Spagna che avrebbe aperto le proprie frontiere.

    La vulnerabilità di Ceuta e Melilla

    Come che sia, qualsiasi stato europeo che avesse due città in territorio africano sarebbe saltuariamente esposto ad assalti migratori, sotto qualsiasi governo e con qualsiasi politica migratoria. È proprio la situazione della Spagna, che ha due città autonome, Ceuta e Melilla, in territorio marocchino. Il Marocco considera Ceuta e Melilla come “territori occupati” e ne rivendica la sovranità. Però, la comunità internazionale, inclusa l’Unione Europea, riconosce la sovranità spagnola sulle due exclave. Restituire Ceuta e Melilla al Marocco risolverebbe alla radice gli assalti migratori alle due città, ma la Spagna non considera questa possibilità. Ceuta e Melilla sono spagnole da oltre 500 anni, da prima che si formasse lo stato del Marocco. Gli abitanti sono cittadini spagnoli ed europei. La stragrande maggioranza della popolazione, composta da cristiani, musulmani di origine marocchina, ebrei e indù, si identifica con lo Stato spagnolo.

    Ragion per cui, crisi a Ceuta e Melilla, con assalto di migliaia di migranti tutti insieme, le abbiamo viste anche negli anni passati, sia sotto il governo del partito socialista, sia sotto il governo del partito popolare. In alcuni periodi, la propaganda delle forze xenofobe, per denigrare una presunta politica troppo blanda dell’Italia o di altri paesi europei, esclamava: gli spagnoli arrivano anche a sparare ai migranti che si avvicinano ai loro confini. È successo a Ceuta e Melilla.

  • La laicità collaborativa

    La laicità collaborativa

    L’Italia è uno stato laico, non laicista. Ai laicisti l’etichetta di laicista non piace. Gli sembra l’attribuzione di un estremismo o di una ideologia. Giudizio di valore a parte, esistono due concezioni, che meritano due definizioni distinte. Laica è la posizione neutrale e arbitrale rispetto alle religioni. Il laico regolamenta la libertà di culto e il pluralismo religioso nello spazio pubblico, insieme con la presenza atea e agnostica. Invece, laicista è la posizione concorrente e antagonista alle religioni. Il laicista esclude i culti dallo spazio pubblico, per confinarli nella sfera privata.

    Il laico si preoccupa di contenere il potere della religione dominante, ma non teme le minoranze religiose. Anzi, le rivaluta come risorsa di contenimento e bilanciamento. Il laicista teme tutte le religioni, quella dominante e quelle minoritarie, che potrebbero diventare dominanti. In particolare l’Islam, senza distinguere la religione di potere negli stati teocratici dalla religione dei migranti nei paesi di accoglienza. Il laicista pratica la difesa preventiva contro la religione.

    Nella popolazione italiana di 58,9 milioni di residenti, i cattolici sono 35 milioni (60%). La maggioranza assoluta, ma con una pratica religiosa ridotta al 10-15%. Atei, agnostici e non religiosi sono 16 milioni di residenti (30%), il gruppo più in crescita negli ultimi vent’anni. Le minoranze religiose appartengono a 6 milioni di residenti, in larga parte stranieri, nuovi cittadini o italiani riconvertiti. 2,7 milioni di musulmani, cittadini italiani compresi: figli di immigrati nati o cresciuti in Italia, naturalizzati, un numero ristretto di convertiti, oltre ai residenti stranieri provenienti soprattutto da Marocco, Albania, Bangladesh e Pakistan. 1,6 milioni di cristiani ortodossi, soprattutto romeni, ucraini e moldavi. 700mila protestanti ed evangelici, soprattutto italiani, ghanesi e nigeriani. 400mila Testimoni di Geova a maggioranza italiana. 350mila buddhisti, italiani, cinesi e srilankesi. 200mila induisti e 100mila sikh, in gran parte indiani. 40mila ebrei, una delle presenze più antiche in Italia.

    Con queste comunità religiose, lo stato laico italiano, al centro o in periferia, trova diverse forme di accordo o accomodamento. Sul piano finanziario e nella regolazione della vita collettiva: lavoro, sanità, istruzione, alimentazione. In coerenza con la sentenza 203/1989 della Corte costituzionale: lo Stato non è ostile alla religione, ma la valorizza come fattore di sviluppo della persona e della società, purché rimanga nell’ambito del pluralismo e della libertà. Il principio di laicità “implica non indifferenza dello Stato dinanzi alle religioni ma garanzia dello Stato per la salvaguardia della libertà di religione, in regime di pluralismo confessionale e culturale”. Non è quindi la laicità separatista rigida di stampo francese, ma una laicità collaborativa, che si traduce in accordi, intese e prassi amministrative. La dottrina successiva ha definito i principi della sentenza costituzionale: “laicità positiva”.

    L’articolo 7 della Costituzione regola i rapporti con la Chiesa cattolica attraverso i Patti Lateranensi e il successivo Accordo di revisione del 1984. L’articolo 8, invece, stabilisce che le confessioni religiose diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti e che i loro rapporti con lo Stato sono regolati per legge sulla base di intese con le relative rappresentanze. Finora hanno firmato un’intesa con lo Stato italiano dodici confessioni: valdesi e metodisti, ebrei, battisti, luterani, avventisti, pentecostali, ortodossi del Patriarcato di Costantinopoli, mormoni, l’Unione Buddhista Italiana, l’Unione Induista Italiana, sikh, e più di recente la Chiesa d’Inghilterra e alcune componenti evangeliche. L’intesa disciplina aspetti come il matrimonio, l’assistenza spirituale, l’insegnamento religioso, il finanziamento tramite l’otto per mille, le festività, i permessi lavorativi.

    Con l’otto per mille i contribuenti possono destinare una quota dell’IRPEF allo Stato, alla Chiesa cattolica o a una delle confessioni con intesa. È un sistema che riconosce il ruolo sociale delle confessioni e ne finanzia le attività, non solo di culto ma anche assistenziali e culturali. La Chiesa cattolica riceve la quota più ampia, ma anche le altre confessioni con intesa partecipano al riparto. Le confessioni senza intesa, come l’Islam, non hanno accesso all’otto per mille, ma possono ricevere contributi pubblici indiretti per progetti sociali o culturali.

    La laicità collaborativa dello stato italiano si manifesta in numerosi accomodamenti nella vita quotidiana, riguardo l’istruzione, il lavoro, la sanità, alimentazione, cimiteri e sepolture, luoghi di culto.

    L’insegnamento della religione cattolica è facoltativo; le scuole paritarie confessionali ricevono finanziamenti pubblici; si riconoscono esoneri e permessi per le festività religiose delle diverse comunità, gli ebrei per lo Yom Kippur, i musulmani per l’Eid. I contratti collettivi prevedono permessi per le festività delle confessioni con intesa; i datori di lavoro possono accordare riposi compensativi per il sabato ebraico o cristiano-avventista. Gli ospedali garantiscono l’assistenza spirituale da parte di ministri delle confessioni con intesa; prestano attenzione alle cure mediche, le esigenze alimentari, diete halal, kosher, vegetariane, e alle pratiche funerarie. Le mense scolastiche e ospedaliere predispongono menù alternativi per motivi religiosi; i regolamenti comunali consentono la macellazione rituale, halal, kosher, a determinate condizioni. Molti comuni riservano spazi per riti funebri non cattolici o sepolture islamiche ed ebraiche. La legislazione urbanistica regionale prevede norme per l’apertura di moschee, sinagoghe, templi; senza una legge nazionale, molti comuni stipulano convenzioni e accordi.

    I musulmani in Italia non hanno ancora un’intesa con lo Stato, perché manca una rappresentanza unitaria riconosciuta. Tuttavia, a livello locale, si sono sviluppate numerose forme di accomodamento informale: sale di preghiera, cimiteri islamici, menù halal nelle mense, permessi per le festività. Alcuni comuni hanno firmato “patti” o protocolli con le comunità islamiche locali per garantire spazi dignitosi e regole condivise.

    La mancanza di una rappresentanza unitaria dell’Islam non è un ostacolo assoluto. La Costituzione parla di intese con le “rappresentanze” delle confessioni, e in dottrina non si esclude che possano esserci più intese con soggetti islamici diversi, come è avvenuto in altri ordinamenti europei. La Spagna ha una Comisión Islámica de España che dialoga con lo Stato pur rappresentando più federazioni. Continua a mancare una legge generale sulla libertà religiosa, che dovrebbe sostituire la legge sui culti ammessi del 1929. Soprattutto a destra, parte della politica e dell’opinione pubblica percepisce l’Islam come un problema o una minaccia. In questo clima, qualsiasi accomodamento locale, una sala di preghiera, un menù halal, un’area cimiteriale, una piscina separata, invece di essere visto come ordinaria applicazione della libertà religiosa, è avvertito come una concessione politica, un privilegio o una resa. E può scatenare un conflitto nazionale. Con l’Islam la laicità collaborativa funziona solo parzialmente.