La pulizia etnica in Palestina non inizia nel 1948, con le grandi espulsioni che i palestinesi chiamano Nakba. Inizia vent’anni prima, con l’acquisto di terre e la cacciata dei loro abitanti. È la tesi centrale di Ilan Pappé, storico israeliano, in un articolo pubblicato sul numero di maggio 2026 di Le Monde Diplomatique.
Negli anni Venti del Novecento, il movimento sionista cambia obiettivo. Non cerca più soltanto una terra sicura per gli ebrei perseguitati: punta alla colonizzazione della Palestina e all’esproprio della popolazione locale. Lo strumento è giuridico. Le riforme ottomane del XIX secolo avevano introdotto un regime fondiario che consentiva l’acquisto di terre statali da grandi proprietari assenteisti, spesso residenti a Beirut o altrove. I nuovi proprietari acquisivano con il terreno anche i diritti sugli abitanti. Le norme liberali del mandato britannico permettono al movimento sionista di comprare appezzamenti su larga scala e di ottenere dalle autorità coloniali i provvedimenti di espulsione necessari a cacciare le famiglie che quelle terre le coltivavano da generazioni.
Tra il 1921 e il 1925, l’American Zion Commonwealth acquista quasi 32.500 ettari dalla famiglia Sursock di Beirut. Nel 1929, il Fondo nazionale ebraico compra circa 3.000 ettari tra Haifa e Tel Aviv dagli eredi indebitati di un proprietario libanese. In entrambi i casi, i coloni sionisti cacciano con la forza gli agricoltori che vi abitano.
Pappé inserisce questo processo nella categoria del colonialismo di insediamento: una forma di colonizzazione il cui obiettivo non è sfruttare la popolazione locale, ma sostituirla. L’accademico australiano Patrick Wolfe, che ha studiato il caso australiano, ha sintetizzato questa logica con una formula: il colonialismo di insediamento punta a eliminare tutto quel che esisteva prima. Lo stesso schema si ripete in Palestina. I coloni costruiscono un mito, la terra deserta che fiorisce grazie ai pionieri, mentre i dirigenti sionisti, già dagli anni Venti, discutono privatamente di come trasferire la popolazione palestinese, passando dall’idea di un’emigrazione volontaria a quella di un trasferimento forzato.
Le espropriazioni degli anni Venti producono effetti a catena. I contadini palestinesi privati delle terre migrano verso le città, dove trovano ulteriore esclusione. I gruppi sionisti di ispirazione socialista promuovono il cosiddetto lavoro ebraico, riservando l’occupazione agricola alla sola popolazione ebraica. La frustrazione accumulata alimenta la rivolta del Buraq nel 1929 e, sullo sfondo delle bidonville di Haifa, la guerriglia guidata dall’imam Izz al-Din al-Qassam, ucciso dai britannici nel 1935. Al-Qassam, da cui prende nome l’ala militare di Hamas, è stato il primo a organizzare una resistenza armata contro il colonialismo britannico in Palestina. La sua morte innesca uno sciopero generale e motiva una nuova generazione di combattenti.
Pappé non racconta una storia remota. La logica del colonialismo di insediamento, scrive, è ancora operante. Finché la cultura dello Stato israeliano poggerà su quella logica, la coesistenza pacifica con i palestinesi resterà impossibile.
Le obiezioni nel thread sulla distruzione israeliana del Libano meridionale le riassumo in cinque punti a cui provo a dare una risposta.
1) Era prevedibile che al lancio dei razzi di Hezbollah sul nord di Israele, l’esercito israeliano avrebbe reagito con l’occupazione e la devastazione del Libano del sud, secondo il modello Gaza: eliminare la popolazione civile, per eliminare la milizia paramilitare mescolata tra i civili.
È vero, era prevedibile. Come era prevedibile che Israele, attaccando l’Iran, avrebbe provocato il lancio di razzi di Hezbollah. Nella spirale dei conflitti mediorientali quasi ogni mossa è prevedibile, ma nessuna viene prevenuta, perché si confonde il prevedibile con l’inevitabile, o peggio, con l’accettabile. Questo fa sì che il prevedere reazioni catastrofiche o svantaggiose nei propri confronti non sia sufficiente a far desistere dal giocare la mossa che innescherà la prevedibile contromossa. “Attacchiamo l’Iran. Hezbollah ci lancerà i razzi? Sarà un buon motivo per appropriarci del Libano meridionale”. “Lanciamo razzi, Israele ci invaderà e devasterà? Sarà un buon motivo per continuare a essere il baluardo della resistenza, proprio quando il governo libanese vorrebbe disarmarci”. Confondere il prevedibile con l’inevitabile deresponsabilizza le parti in causa: “Non avevamo scelta” oppure “Guarda cosa mi hai fatto fare” diventano il mantra che giustifica la rinuncia alla diplomazia e il ricorso alla prevedibile violenza.
2) La guerra israeliana all’Iran non riguarda il Libano. Il Libano è trascinato in guerra da Hezbollah, per conto dell’Iran, nonostante la contrarietà del governo libanese.
Questo è parzialmente vero. La guerra all’Iran riguarda la comunità sciita del Libano. Il legame tra sciiti libanesi e Iran, oltre che politico e militare, è culturale e religioso. Il 60% degli sciiti libanesi riconosceva in Alì Khamenei, ucciso dall’attacco israeliano il 28 febbraio 2026, la propria guida religiosa. La vicinanza all’Iran si basa sulla dottrina del Velayat-e Faqih (la tutela del giurista), che riconosce nella Guida Suprema iraniana un’autorità non solo politica, ma spirituale. Hezbollah non è un’artificiosa estensione dell’Iran in territorio libanese, ma un’organizzazione espressione della comunità sciita libanese alleata con l’Iran. Gli sciiti sono storicamente la comunità più povera e marginalizzata del Libano. Hezbollah ha costruito un “micro-stato” che fornisce scuole, ospedali e servizi sociali, riempiendo il vuoto lasciato da uno Stato centrale debole.
3) Hezbollah è al servizio dell’Iran. Occupare e devastare il Libano meridionale da parte di Israele è in realtà una guerra di liberazione del Libano, occupato militarmente dall’Iran mediante Hezbollah.
In realtà, Hezbollah, come espressione politica e militare della comunità sciita libanese, è un alleato dell’Iran da cui riceve sostegno e a cui offre deterrenza contro Israele. Immaginare di “liberare” il Libano meridionale dall’Iran è un po’ come immaginare di “liberare” Israele dagli Stati Uniti. Proprio come Israele percepisce l’appoggio degli Stati Uniti come l’unica garanzia contro l’annientamento in una regione ostile, la componente sciita libanese vede nel legame con l’Iran, attraverso Hezbollah, l’unica assicurazione contro la marginalizzazione interna e l’aggressione esterna. Il legame non è solo logistico, ma identitario. Israele si vede come l’avamposto dei valori democratici occidentali (interessi USA) in Medio Oriente. Hezbollah si vede come l’avamposto della “resistenza” e dei valori dell’Islam sciita rivoluzionario (interessi Iran) contro l’imperialismo. In entrambi i casi, l’attore locale non si sente un “servo” della potenza straniera, ma il protagonista di una missione comune.
4) È necessario occupare il Libano per eliminare Hezbollah, così come è stato necessario occupare Gaza per eliminare Hamas. Entrambi, insieme con l’Iran, costituiscono una minaccia esistenziale per Israele.
Qui vale il paradosso dell’uovo e della gallina. Chi è nato prima? Occorre ricordare che prima è nata l’invasione israeliana del Libano (1978), poi è nata Hezbollah come movimento di resistenza all’invasione (1982). Hezbollah, come Hamas, è insieme un’ideologia religiosa, un partito politico, un’ala militare, un sistema di assistenza sociale per la popolazione. Come si definisce la loro distruzione? Devastare Gaza, e ora il Libano meridionale, crea masse di giovani maschi senza futuro, un enorme bacino di reclutamento per organizzazioni legittimate dalla resistenza all’oppressore invasore. Se Israele distrugge e Hezbollah ricostruisce (con fondi iraniani), la lealtà della popolazione non si sposterà verso il governo di Beirut o verso la pace della capitolazione, ma verso chi fornisce il pane e la dignità della resistenza. Israele ha già distrutto Gaza con il motivo (o il pretesto) di distruggere Hamas. Dopo tre anni, la sola cosa rimasta in piedi a Gaza è Hamas.
5) Cosa vuol dire che la reazione israeliana in Libano è sproporzionata a fronte delle decine di migliaia di razzi sparati da Hezbollah sul nord di Israele?
La sproporzione è negli effetti sulle popolazioni civili. Dall’ottobre 2023, i razzi lanciati da Hezbollah sul nord di Israele hanno ucciso 149 israeliani (100 militari e 49 civili), ferito mille persone, provocato lo sfollamento di 60 mila civili. Gli sfollati israeliani vivono in hotel e alloggi finanziati dallo stato. Villaggi e sovranità israeliana sul territorio attaccato sono intatti. Nello stesso periodo, la controffensiva israeliana contro il Libano ha causato 3000 morti. Dal 2 marzo 2026, sono stati uccisi 2.760 libanesi. 1200 sono civili, tra cui 122 bambini. Le altre vittime sono militanti di Hezbollah, ma anche decine di soccorritori e paramedici. Diecimila persone sono ferite o mutilate. Un milione e mezzo sono state le persone costrette a fuggire dalle proprie case, il 20% della popolazione libanese. I rifugi sono sovraffollati, mancano di privacy, acqua potabile e servizi igienici, con il rischio di epidemie. I loro villaggi sono distrutti.
Israele concepisce le controffensive sproporzionate come tecnica di ripristino della deterrenza. Ma, storicamente, nessuna controffensiva israeliana è stata risolutiva, quindi la tecnica non funziona. Così, non c’è proporzione tra la sofferenza inflitta alla popolazione civile e il vantaggio militare acquisito. Israele vorrebbe cancellare la base di Hezbollah, facendo terra bruciata nel Libano meridionale. Potrà ottenere il solito successo tattico. A devastazione conclusa, se l’esercito israeliano si ritira, gli sciiti torneranno, ricostruendo le condizioni precedenti. Se, l’esercito israeliano non si ritira, per mantenere il territorio dovrà colonizzarlo. Il “problema” si sposterà a nord del fiume Litani. Dove i nuovi insediamenti sciiti diventeranno la nuova base di Hezbollah. Prima o dopo Israele si ritroverà a dover proteggere le sue colonie nel sud del Libano. In un modo o nell’altro, la distruzione alimenterà radicalizzazione e risentimento, un nuovo ciclo di violenza. Anche questo è prevedibile.
Una inchiesta del Guardian mostra in video, mappe e grafici, gli effetti distruttivi dell’invasione israeliana del Libano meridionale. Oltre 1,2 milioni di persone sono state costrette ad abbandonare le proprie case a causa di bombardamenti, ordini di evacuazione e demolizioni.
Israele ha distrutto il Libano meridionale in diverse fasi. Il 2 marzo, Hezbollah ha lanciato razzi sul nord di Israele, in risposta all’attacco israelo-americano all’Iran. L’esercito israeliano ha immediatamente ordinato l’evacuazione forzata di oltre 100 villaggi sul confine israelo-libanese, per poi bombardarli subito dopo. Decine di migliaia di libanesi meridionali sono fuggiti a nord per rifugiarsi in città come Tiro, Sidone e Beirut. Il 4 marzo, l’esercito israeliano ha intimato a tutti gli abitanti a sud del fiume Litani di andare a nord. Il 12 marzo, ha ordinato l’evacuazione forzata degli abitanti tra il fiume Litani e il fiume Zaharani. Poi ancora più a nord, anche per i sobborghi meridionali di Beirut. Così, Israele ha evacuato il 14,3% del territorio libanese e costretto 1,2 milioni di persone a lasciare le proprie case.
Due mesi dopo, la maggior parte dei libanesi meridionali rimane sfollata. Molte delle loro case sono ridotte in macerie, distrutte dai raid aerei o da demolizioni controllate. Il ritorno è impossibile sotto la linea gialla: una zona istituita da Israele dopo il cessate il fuoco del 17 aprile. Si trova lungo il confine israelo-libanese, comprende 50 villaggi occupati da soldati israeliani, in 608 kmq, il 6% del territorio del Libano. La linea gialla è una tecnica militare importata da Gaza. Il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, ha ordinato all’esercito di applicare il “modello Rafah e Beit Hanoun” nel Libano meridionale. Ossia, la demolizione dei villaggi lungo il confine. Nonostante il cessate il fuoco, Israele continua a condurre attacchi in tutto il Libano.
L’esercito israeliano ha invaso e occupato parti del Libano mentre la sua aviazione bombardava tutto il paese. 3.688 raid dal 2 marzo al 1° maggio, in particolare nella periferia sud di Beirut, nel Libano meridionale e nella valle della Bekaa, per colpire case, valli, automobili. Le infrastrutture civili sono diventate un obiettivo esplicito. Dal 12 marzo, Israele ha iniziato a bombardare i ponti sul fiume Litani, sostenendo che fossero utilizzati da Hezbollah. Ma le organizzazioni per i diritti umani affermano che ciò costituisce un crimine di guerra, perché i ponti sono necessari per rifornire la popolazione civile ancora intrappolata nel sud del Libano. Poche, ore prima del cessate il fuoco, il 17 aprile, Israele ha bombardato e distrutto l’ultimo ponte, il ponte di Tiro, una delle città più grandi del sud, lasciando un cratere al posto della struttura.
Oltre alle case, le persone hanno dovuto ad abbandonare le proprie auto e attraversare il cratere a piedi, per lasciare la città. Gli scontri tra Israele ed Hezbollah sono proseguiti anche dopo il cessate il fuoco in una guerra a minore intensità. L’esercito israeliano ha continuato a imporre evacuazioni forzate in decine di città, anche oltre la linea gialla. Spopolato il Libano meridionale, ridotti di intensità gli attacchi di Hezbollah, l’esercito israeliano ha impiegato appaltatori civili per abbattare gli edifici lungo il confine con gli escavatori.
Con taniche piene di liquidi esplosivi legate insieme da filo rosso, veicoli blindati carichi di esplosivo e bulldozer, l’esercito israeliano ha raso al suolo interi villaggi, filmati da giornalisti israeliani e dagli stessi soldati. A Qantara, nel sud del Libano, l’esercito israeliano ha utilizzato oltre 450 tonnellate di esplosivo per radere al suolo la cittadina situata sulla collina. Un video mostra un cratere sabbioso dove un tempo sorgevano gli edifici. Ahmad Abu Taam, un negoziante di Taybeh ha dichiarato al Guardian: «Si prova un profondo senso di frustrazione. Come se qualcuno avesse il potere di cancellarti».
Conflict Ecology, un laboratorio di ricerca con sede negli Stati Uniti che utilizza immagini satellitari e dati geospaziali provenienti da aree di conflitto in tutto il mondo, afferma che almeno 2.154 edifici sono stati danneggiati o distrutti in tutto il Libano. Human Rights Watch dichiara che la demolizione dei villaggi di confine da parte di Israele può configurarsi come distruzione gratuita, un crimine di guerra.
Se Israele sostiene che la distruzione dei villaggi di confine è il tentativo di eliminare quelle le “infrastrutture militari di Hezbollah radicate nelle aree civili”, Human Rights Watch risponde che la possibilità che Hezbollah utilizzi alcune strutture civili per scopi militari non giustifica la distruzione su larga scala dei villaggi di confine.
In un caso, l’esercito israeliano ha fatto saltare in aria la scuola secondaria pubblica nella città di Marwahin, nel Libano meridionale. Poi, ha pubblicato la foto di quello che ha definito “un deposito di armi utilizzate da Hezbollah”, rinvenuto all’interno della scuola, per giustificarne la demolizione. Legal Agenda, un’organizzazione di monitoraggio legale con sede a Beirut, ha affermato che le armi erano fucili da caccia confiscati dalle autorità locali, citando fonti giudiziarie, e fotografate in un’aula di tribunale con un’etichetta apposta su ciascuna arma contenente informazioni sul caso.
Dal 2 marzo, oltre 2.846 persone sono morte uccise e 8.693 ferite dagli attacchi israeliani in Libano. Il ritmo delle morti è rallentato dal cessate il fuoco del 17 aprile, ma le persone continuano a morire a causa dei raid aerei israeliani. Venerdì, un dipendente della protezione civile è morto in un attacco aereo israeliano vicino a Rachaya, nel sud del Libano. La notte precedente, tre persone, tra cui un neonato, sono state uccise e 15 ferite a Duweir, nei pressi della città di Nabatieh, nel sud del Libano.
Gli scontri si intensificano. Hezbollah ha preso di mira le truppe israeliane nel sud del Libano con crescente successo, mentre Israele ha gradualmente superato le precedenti “linee rosse”, arrivando a colpire, mercoledì, i sobborghi meridionali di Beirut. Il popolo libanese teme che il cessate il fuoco possa fallire prima che i negoziati a Washington abbiano la possibilità di raggiungere un accordo di armistizio, facendo precipitare il Paese in una nuova guerra.
The Guardian Mon 11 May 2026 Vision of destruction: Israel’s assault on southern Lebanon in video, maps and charts More than 1.2 million people have been forced to flee their homes amid bombings, evacuation orders and demolitions By William Christou in Beirut. Graphics by Lucy Swan, Heidi Wilson and Paul Scruton https://www.theguardian.com/
Giorgia Meloni ha condannato l’arrembaggio israeliano alla Global Sumud Flotilla in acque internazionali vicino all’isola di Creta e chiesto il rilascio immediato degli attivisti italiani fermati illegalmente. La posizione sorprende: nel settembre 2025 la stessa Meloni aveva definito la Flotilla irresponsabile e dannosa per le relazioni diplomatiche del suo governo con Israele.
Durante la missione del 2025, la Flotilla era stata scortata per un lungo tratto dalla guardia costiera italiana, spagnola e turca. Questa volta la marina israeliana l’ha bloccata quasi subito, a mille chilometri da Gaza, in prossimità delle acque greche, dunque europee. L’Ue e i governi di Italia e Germania hanno condannato la violazione del diritto del mare e del diritto internazionale. Un atto di pirateria.
Ciò nonostante, in serata, Meloni ha ribadito la sua posizione: non capisce il senso della Flotilla. L’argomento è sempre lo stesso: gli aiuti non raggiungono Gaza perché la marina israeliana li intercetta sistematicamente; meglio affidarsi ai canali ufficiali. I detrattori della Flotilla lo dicono senza mezzi termini: lo fate per propaganda, per mettervi in mostra, non per aiutare i palestinesi, e lo sapete anche voi, i vostri aiuti non arrivano a destinazione.
L’argomento ignora i fatti. A Gaza è in corso una crisi umanitaria estrema: i palestinesi non riescono a nutrirsi, alcuni muoiono di fame, mancano medicine e strutture sanitarie. Non è un effetto collaterale della guerra, è una conseguenza diretta del blocco israeliano, che limita o impedisce l’ingresso degli aiuti anche durante la tregua, e blocca il passaggio alla fase 2, la ricostruzione.
E i canali ufficiali non sono un’alternativa reale. Nell’agosto 2025 la ONG genovese Music for Peace aveva raccolto 240 quintali di cibo destinati a Gaza e li aveva inviati via terra attraverso la Giordania, seguendo tutte le procedure richieste. Al valico di Allenby, il COGAT israeliano ha negato l’ingresso: “non esiste un corridoio giordano”. Gli aiuti sono rimasti fermi sei mesi, finché la ONG non li ha distribuiti nei campi profughi in Giordania per evitare che deperissero. Sorte ignota, invece, per gli aiuti inviati dal governo italiano con l’operazione “Food for Gaza”, costata circa 30 milioni di euro. (Il Post)
L’amministrazione americana, prima con Biden, ancora di più con Trump, copre questa politica. I governi europei da quasi tre anni assistono al genocidio dei palestinesi con indifferenza e impotenza: qualche dichiarazione critica, qualche riconoscimento simbolico dello Stato di Palestina, nessuna iniziativa capace di incidere. Israele resta membro associato dell’Ue e mantiene relazioni politiche, commerciali e militari con l’Europa, protette dal veto di Germania e Italia. Rispetto a Gaza, il governo italiano e i governi europei sono ancora più inutili della Flotilla, se non dannosi.
Qui sta il senso della Global Sumud Flotilla. Non è solo un’operazione umanitaria: è un’operazione politica. Serve a rendere visibile ciò che i governi europei preferiscono ignorare: che Israele applica ai cittadini europei alcune delle stesse misure che applica ai palestinesi. Blocca la loro libertà di movimento, li sequestra, li trattiene contro la loro volontà, ne fa oggetto di soprusi e violenze. Serve a mobilitare l’opinione pubblica, la Flotilla di terra, e a ricordare che il genocidio dei palestinesi non è un fastidioso rumore di fondo: sono vite, non meno delle nostre.
Così i governi europei, per salvare la faccia, devono prendere un’iniziativa, dire una parola chiara. Il rapporto tra Ue e Israele, e tra Europa e Stati Uniti, va sotto stress. Bene: è un rapporto complice, e deve costare. Sul lungo periodo, l’obiettivo è isolare Israele come fu isolato il Sudafrica, condizione necessaria per mettere fine all’Apartheid e oggi a un genocidio. Nell’immediato, una parziale apertura del blocco.
Omer Bartov, storico israeliano della Shoah e docente alla Brown University, dove tiene un corso molto apprezzato sull’Olocausto e la Nakba, sostiene che il feroce attacco israeliano a Gaza costituisca un genocidio. Vive negli Usa da oltre trent’anni e la distanza dagli eventi gli ha permesso, dice, di vedere ciò che in Israele molti rifiutano di riconoscere. La sua presa di posizione, espressa in un saggio sul New York Times del 2025, gli è costata amicizie e rapporti personali.
Nel nuovo libro, Israel: What Went Wrong? (Israele: cosa è andato storto?), presentato sul Guardian, Bartov ricostruisce la trasformazione del Paese. Da uno Stato che prometteva “piena uguaglianza di diritti” a un progetto segnato da colonialismo d’insediamento ed etnonazionalismo. La sua analisi nasce da una biografia intrecciata con la storia israeliana. Genitori sionisti, servizio militare in più fronti, una carriera accademica dedicata allo studio dei genocidi e della memoria della Shoah.
Bartov denuncia l’uso politico dell’Olocausto, divenuto a suo giudizio una “enorme foglia di fico” che alimenta vittimismo, arroganza e autoassoluzione. Non minimizza gli orrori dello sterminio nazista, ma critica il modo in cui è stato impiegato per giustificare politiche oppressive. A suo avviso, il sionismo originario conteneva due anime: una liberatrice, volta a proteggere un popolo perseguitato, e una coloniale. Dopo il 1948, la scelta del nuovo stato di non adottare una costituzione, di non definire i confini e di non riconoscere i diritti dei palestinesi ha fatto prevalere la seconda.
Pur rifiutando l’etichetta di “anti-sionista”, Bartov respinge con forza la versione di sionismo oggi dominante in Israele. Sa che la sua critica appare insufficiente a molti palestinesi e loro sostenitori, che leggono l’intera storia israeliana come un progetto che mirava fin dall’inizio alla eliminazione del popolo palestinese. Egli considera questa visione riduttiva, ma ammette che descrive ciò che il sionismo è diventato.
Il libro dedica ampio spazio alla “colpa originaria” della fondazione di Israele: l’incapacità dei fondatori di tradurre in norme vincolanti i principi della dichiarazione d’indipendenza. Se David Ben-Gurion avesse scelto una costituzione e una carta dei diritti, sostiene Bartov, Israele avrebbe potuto evolvere in una democrazia liberale compiuta.
Nonostante il quadro cupo, intravede una via d’uscita. Un modello di confederazione tra due Stati sovrani, israeliano e palestinese, con confini simili a quelli del 1967 e libertà di movimento reciproca. Un’idea oggi remota, mentre Gaza è ancora in macerie e la guerra continua. Ma che potrebbe diventare inevitabile se gli Usa riducessero il sostegno militare a Israele. L’opinione pubblica americana, sia democratica sia repubblicana, sta infatti diventando sempre meno filoisraeliana.
Bartov osserva che denunciare l’antisemitismo ha perso efficacia. In parte perché l’influenza dei donatori filo-israeliani sulla politica statunitense, come la campagna di Israele per convincere gli Usa a dichiarare guerra all’Iran, è innegabile. In parte perché l’accusa di antisemitismo è diventata vuota, a causa della sua flagrante strumentalizzazione come “strumento per mettere a tacere le persone. Paradossalmente, scrive, lo stato di Israele, che voleva essere la risposta definitiva all’antisemitismo, è divenuto “la migliore scusa per gli antisemiti”, poiché la sua condotta allontana anche molti dei suoi storici alleati.
Il prezzo personale per Bartov è alto. L’ultimo viaggio in Israele, nel 2024, lo ha turbato: la normalità quotidiana gli sembrava insostenibile mentre, a pochi chilometri, si consumava una tragedia. Molti amici si sono allontanati. Il libro uscirà in molte lingue, ma non in ebraico: gli editori israeliani non lo vogliono. Lo considerano un intellettuale che giudica da lontano, “in una stanza con l’aria condizionata”.
Eppure, se il pubblico israeliano non è in grado di leggere Bartov, come può sperare di comprendere in Israele ciò che lui ha compreso così chiaramente negli Usa? Speriamo che il libro abbia presto una traduzione anche in italiano.
What went wrong in Israel? A genocide scholar examines ‘what Zionism became’ Aaron Gell – The Guardian, Tue 21 Apr 2026 https://www.theguardian.com/
Il conflitto scoppiato nell’aprile 2023 tra le Forze Armate sudanesi e le Rapid Support Forces ha prodotto la più grande crisi umanitaria e di sfollamento del mondo. Nel 2026, 33,7 milioni di persone necessitano di assistenza, il numero più alto a livello globale, 3,3 milioni in più rispetto al 2025. Il 41% della popolazione soffre di insicurezza alimentare acuta; la carestia è confermata in più aree.
Il ciclo della fame e la stagione dei raccolti a rischio. Da settembre 2025, la carestia è confermata a El Fasher, nel Darfur settentrionale, e a Kadugli, nel Kordofan meridionale. Oltre 4,2 milioni di bambini sotto i cinque anni soffrono di malnutrizione acuta, di cui 800.000 in forma grave. La stagione principale dei raccolti inizia a giugno: intervenire ora è l’unica via per evitare un ulteriore deterioramento.
I finanziamenti si esauriscono. Il piano umanitario 2026 richiede 2,9 miliardi di dollari. Ad aprile 2026, è finanziato solo al 16,2%. La FAO necessita di 99 milioni di dollari per sostenere 1,5 milioni di famiglie: finora ha ricevuto soltanto 5 milioni dal governo italiano.
La produzione agricola crolla. La FAO stima la produzione cerealicola per la stagione 2025/26 a 5,2 milioni di tonnellate: un calo del 22% rispetto al 2024 e del 19% sotto la media quinquennale. L’agricoltura impiega i due terzi della popolazione, ma infrastrutture, scorte e mercati sono stati distrutti o resi inaccessibili dal conflitto.
Il bestiame è una risorsa vitale trascurata. Il settore zootecnico, stimato in 115 milioni di capi tra bovini, ovini, caprini e cammelli, ha subito danni enormi: epidemie, riduzione dei pascoli, crollo della copertura vaccinale. La FAO ha vaccinato 7,3 milioni di animali dall’inizio del conflitto, raggiungendo però solo circa il 6% del patrimonio zootecnico nazionale.
La crisi rischia di essere dimenticata. Mentre altre emergenze monopolizzano l’attenzione internazionale, il Sudan scivola fuori dai radar. La FAO prevede di raggiungere 7,5 milioni di persone tra marzo e dicembre 2026 e chiede con urgenza 75 milioni di dollari per sostenere la produzione agricola e proteggere il settore prima che il conflitto vanifichi i progressi costruiti in generazioni.
Il messaggio è semplice: ogni settimana di ritardo restringe la finestra per salvare la stagione agricola. L’assistenza all’agricoltura di emergenza è, secondo la FAO, lo strumento più efficiente e diretto disponibile, a condizione che i fondi arrivino.
Five things you should know about Sudan’s food crisis Why Sudan’s agrifood system is under severe strain in 2026 Jazirah State, Sudan. 15/04/2026 Rome – www.fao.org
Marwan Barghouti sta a Nelson Mandela come i palestinesi oppressi dall’occupazione israeliana stanno ai neri sudafricani oppressi dall’Apartheid. È, infatti, da 24 anni il più famoso prigioniero palestinese nelle carceri israeliane. Il leader più popolare tra i palestinesi, l’unico capace di unire tutti i partiti del suo popolo nella lotta nazionale per la liberazione dall’occupazione israeliana.
Il Mandela palestinese
Barghouti fu arrestato dall’IDF a Ramallah nel 2002 e condannato da un tribunale israeliano nel 2004. Si era al culmine della seconda intifada, e l’IDF accusava il leader palestinese di aver ordinato attacchi che causarono la morte di civili israeliani. Ma il processo fu denunciato da Amnesty International e dall’Unione Interparlamentare per gravi irregolarità: confessioni di altri detenuti ottenute sotto coercizione, una prova chiave contenuta in un verbale di interrogatorio che Barghouti aveva rifiutato di firmare, e la violazione della Quarta Convenzione di Ginevra, che vieta di processare nel proprio territorio persone prelevate da un territorio occupato. Un tribunale che giudica un parlamentare eletto di un popolo sotto occupazione non esercita giustizia neutrale.
Nel 2002 Nelson Mandela, il primo presidente sudafricano eletto democraticamente dopo la fine dell’apartheid, disse al suo avvocato Khader Shkirat: “Quello che sta succedendo a Barghouti è esattamente quello che è successo a me. Il governo ha cercato di delegittimare l’African National Congress e la sua lotta armata mettendomi sotto processo”.
Da uomo libero potrebbe essere il partner ideale per un accordo di pace e coesistenza israelo-palestinese, perché condivide la prospettiva due popoli, due stati. Per lo stesso motivo, i governi della destra israeliana continuano a tenerlo prigioniero, rifiutano di negoziarlo nelle trattative sugli scambi di prigionieri, e non solo.
Le torture in carcere
La sua famiglia e il suo avvocato affermano che Marwan Barghouti continua a essere vittima di abusi e violenze nelle carceri israeliane. Tre settimane fa, le guardie carcerarie sono entrate nella sua cella, nel carcere di Megiddo, e lo hanno costretto a terra, ripetutamente aggredito, aizzandogli contro un cane da guardia. È stato poi picchiato durante un trasferimento carcerario. Una settimana fa, nel carcere di Ganot, è stato pestato selvaggiamente e lasciato sanguinante per più di due ore, negandogli le cure mediche.
Non sono episodi isolati. Da due anni e mezzo, ossia dall’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, Marwan Barghouti è stato posto in isolamento, nonostante lui non abbia relazione con quell’atto terroristico, anzi abbia stigmatizzato il coinvolgimento di civili tra le vittime. In questo periodo è stato più volte aggredito e picchiato dalle guardie. Durante un pestaggio, gli hanno rotto quattro costole e provocato lesioni alla testa.
Le visite dei familiari al carcere sono vietate e la famiglia teme per la sua vita, da quando ha ricevuto la notizia secondo cui è stato picchiato fino a perdere i sensi da otto guardie carcerarie israeliane. Alcuni ex detenuti rilasciati in seguito a un accordo di cessate il fuoco hanno fornito prove dell’aggressione.
L’anno scorso, Ben-Gvir, ministro della sicurezza nazionale e leader dell’estrema destra israeliana, ha condiviso un video sui social, in cui lo si vede apostrofare e umiliare Marwan Barghouti nella sua cella. Il leader palestinese, riapparso così in pubblico dopo tanti anni, è apparso invecchiato, dimagrito, emaciato, praticamente irriconoscibile.
La condizione dei prigionieri palestinesi
La condizione degli altri prigionieri palestinesi, se possibile, è ancora peggiore. Nell’insieme sono 9.560 persone, detenuti per “ragioni di sicurezza”. Tra questi, oltre 3.500 sono trattenuti in detenzione amministrativa, cioè imprigionati senza essere condannati e senza sapere di cosa sono accusati. Dal 7 ottobre 2023, le agenzie dell’ONU e le organizzazioni israeliane per i diritti umani hanno segnalato un aumento delle denunce di abusi e violenze contro i prigionieri palestinesi. Tra cui, percosse sistematiche, violenze sessuali, fame e gravi negligenze mediche.
Il Servizio penitenziario israeliano (IPS) nega le accuse. Afferma di non essere a conoscenza di nessun “incidente” di questo tipo e che, per quanto ne sa, atti simili non si verificano nelle sue strutture. Un suo comunicato dichiara che tutti i detenuti ricevono cure mediche in conformità con il giudizio professionale dei medici e nel rispetto delle linee guida del Ministero della Salute.
Ma a settembre la Corte Suprema israeliana ha stabilito che le carceri israeliane non fornivano cibo a sufficienza ai detenuti palestinesi e ha ordinato il miglioramento delle condizioni di detenzione.
Il silenzio dell’Europa
Eppure le condizioni di detenzione dei prigionieri palestinesi, documentate dall’ONU e da numerose ONG, non trovano posto in nessuna dichiarazione, nessuna iniziativa dei governi europei né dell’Unione Europea. Dovrebbero invece accendere i riflettori su questa situazione: riconoscere i detenuti come prigionieri politici, arrestati nel contesto di un’occupazione militare; esigere che siano trattati nel rispetto dei diritti umani, come del resto dispone la stessa Corte Suprema israeliana; pretendere la liberazione di tutti coloro che sono detenuti senza condanna.
E chiedere, in particolare, la liberazione di Marwan Barghouti: per ragioni umanitarie, perché un uomo di 66 anni viene aggredito, picchiato e lasciato sanguinante nelle celle israeliane. E per ragioni politiche, perché senza di lui una pace giusta tra israeliani e palestinesi è difficile da immaginare.
Prominent Palestinian prisoner Marwan Barghouti assaulted three times in a month, family says Yolande Knell, Middle East correspondent, BBC, 15 Apr 2026 https://www.bbc.com/
Palestinian leader Marwan Barghouti facing ‘escalating abuse’ in Israeli jails ‘Palestine’s Mandela’ suffers three recent attacks including assault where prison guards set a dog on him, lawyer says Emma Graham-Harrison in Jerusalem Wed The Guardian 15 Apr 2026 https://www.theguardian.com/
Possiamo essere contenti della sconfitta di Viktor Orban in Ungheria. Anche se i fascisti e qualche rossobruno ci dicono il contrario, perché il vincitore è di destra. C’è la controprova: entrambi sono delusi, perché il loro candidato preferito ha perso. Loro, come noi, sanno riconoscere che esistono destre diverse: sovranisti-populisti e liberal-conservatori; il partito dei patrioti e il partito popolare.
La sconfitta di Orban è la sconfitta di tutti coloro che hanno fatto campagna elettorale per lui. Con un video, un intervento, una presenza attiva, da Trump e Vance a Netanyahu, passando per Meloni, Salvini, Le Pen, Abascal, Weidel. Insieme all’autocrate ungherese ha perso l’internazionale nera. Questo indica che altri risultati simili sono oggi più probabili. La sconfitta di Netanyahu nelle elezioni israeliane dell’ottobre 2026, quella di Trump nelle elezioni di midterm a novembre 2026 negli Stati Uniti, e quella di Meloni nel 2027 in Italia.
Ciò che distingue la destra sovranista-populista non è l’estremismo dentro una continuità, che può scolorire fino ai più moderati. È il non riconoscersi nella democrazia liberale, la democrazia costituzionale. Questa destra quasi si stupisce quando viene accusata di essere antidemocratica. Perché pensa di sostenere la democrazia: non mette in discussione le elezioni, i parlamenti, il pluralismo dei partiti. Cioè, il principio democratico del potere della maggioranza. Anzi, gli attribuisce un valore assoluto.
E proprio qui cominciano i guai, perché in una società democratica non esiste solo la maggioranza. Esistono le minoranze, le future generazioni, il rapporto con gli altri paesi. Nelle democrazie liberali, perciò, il potere della maggioranza è temperato dai principi costituzionali, dai diritti delle minoranze, dai trattati internazionali, dallo stato di diritto, nel quale anche chi esprime la volontà della maggioranza è sottoposto al primato della legge. I sovranisti-populisti al potere credono invece di essere essi stessi la legge. Questa non è un’accusa avversaria: lo stesso Orban, nel 2012, ha definito il suo sistema di governo “democrazia illiberale”.
Sotto questo aspetto, la sconfitta di Orban non costituisce una fisiologica alternanza di governo, ma una transizione di regime. Non cambiano solo i ministri. Dovranno cambiare anche le principali figure istituzionali di garanzia e i principali dirigenti dello stato e della televisione pubblica, perché il Fidesz ha occupato tutti i gangli del potere, fondendo partito, governo e istituzioni.
Per realizzare una transizione di regime pacifica, una figura di destra, un ex membro del regime, è più adatta di una chiara alternativa progressista, come potrebbero essere democratici, socialisti e verdi. Perché è più rassicurante per quell’elettorato che ha sostenuto Orban, ma oggi ne è deluso, persone anche tradizionaliste, che vogliono cambiare, ma senza saltare nel buio. Per loro, occorre non un rivoluzionario, ma un traghettatore. È lo stesso schema che ha funzionato nella transizione spagnola dopo Franco, e più di recente in Polonia con il ritorno di Tusk. In entrambi i casi, figure interne al sistema hanno reso possibile un passaggio che forze apertamente alternative avrebbero reso più traumatico.
Peter Magyar ha proposto il limite dei due mandati per le cariche di governo. Non è un limite giusto in assoluto, ma nel contesto di certi paesi e in certi momenti storici può essere opportuno. L’eccessiva longevità di un governo, mentre dimostra il suo consenso popolare, diventa spesso causa di corruzione e degenerazione. E favorisce quella fusione tra partito e istituzioni che ha caratterizzato il regime di Orban. Il ricambio di personale politico e istituzionale è di per sé una cosa buona.
Non sappiamo come si comporterà il vincitore: se presterà fede alle sue promesse di rendere di nuovo autonome le istituzioni, la magistratura, la stampa, di reintegrare l’Ungheria nell’Unione Europea, o se col tempo si trasformerà in un nuovo Orban, considerando il punto di partenza popolare e liberal-conservatore, che fu del Fidesz. Ma per ora l’Ungheria ha scelto l’Europa e lo stato di diritto. E questa scelta, compiuta con un’affluenza record di quasi l’ottanta per cento, è il fatto politico di maggior rilievo, per il quale possiamo essere molto contenti.
A fronte della crisi energetica provocata dalla guerra israelo-americana contro l’Iran e dal blocco iraniano dello Stretto di Hormuz, l’Agenzia Internazionale dell’Energia (AIE) ha raccomandato un piano d’azione immediato. Le stesse raccomandazioni sono state disposte dall’Unione Europea.
Per limitare il consumo di greggio, i governi devono intervenire sulla mobilità. Abbassare i limiti in autostrada di almeno 10 km/h (risparmio stimato: 290.000 barili/giorno dalle auto e 140.000 dai camion). Estendere lo smart working fino a tre giorni a settimana per azzerare gli spostamenti non essenziali. Istituire domeniche senza auto, rendere gratuiti o economici i trasporti pubblici e incentivare la micro-mobilità (bici e camminata). Alternare l’uso delle auto tramite targhe alterne, potenziare il car sharing e evitare i voli in aereo laddove esista un’alternativa su ferrovia ad alta velocità. Per limitare il consumo di metano le linee sono altrettanto nette. Stop definitivo ai contratti con la Russia e sostituzione del gas con fonti rinnovabili o nucleare. Accelerare l’installazione di pompe di calore e regolare i termostati; ridurre il riscaldamento di solo 1°C garantirebbe un risparmio nazionale di circa 10 miliardi di metri cubi l’anno.
Nonostante le indicazioni dell’AIE e della UE, i governi europei sembrano prigionieri dell’attendismo. La speranza che la guerra finisca presto, le scorte accumulate e il timore di contraccolpi elettorali frenano l’adozione di misure di austerity. I reduci dell’opposizione alle restrizioni in tempo di pandemia già sollecitano ribellioni contro quello che definiscono il prossimo “lockdown energetico”.
Il nodo resta la gestione della crisi energetica. Se la guerra e il blocco di Hormuz dovessero perdurare, ciò che i governi non decideranno per decreto verrà imposto brutalmente dal mercato. In assenza di un piano statale di razionamento controllato, il prezzo del gas e il costo del barile aumenteranno a livelli insostenibili. Non servirà una legge per fermare le auto se la benzina toccherà i 4 euro al litro, sarà l’impossibilità finanziaria a svuotare le strade.
La differenza, però, è l’equità. Un piano statale può proteggere i servizi essenziali (ospedali, scuole, fasce deboli). Il libero mercato, invece, garantisce il consumo solo a chi ha grandi disponibilità economiche, condannando il resto della popolazione a un taglio netto dei beni primari. Senza una transizione guidata, il rischio è quello di passare da una crisi energetica a un collasso sociale caotico e violento.
Rima Hassan, eurodeputata di France Insoumise (Lfi) è stata messa in stato di fermo (garde à vue) con l’accusa di apologia di terrorismo. La custodia può durare fino a 48 ore. Il provvedimento è scattato dalla denuncia presentata a fine marzo da Matthias Renault, deputato del Rassemblement National, contro un tweet (poi cancellato) o un retweet, che riprendeva una frase di Kozo Okamoto, militante dell’Armata Rossa Giapponese responsabile dell’attentato all’aeroporto di Lod nel 1972 (26 morti). Nel messaggio si leggeva: “Finché ci sarà oppressione, la resistenza non sarà solo un diritto, ma un dovere”. Durante la perquisizione dell’eurodeputata sono state rinvenute nella sua borsa modiche quantità di Kat (foglie masticabili energizzanti) e CBD. Rima Hassan è nata apolide in un campo profughi palestinese in Siria, è una delle attiviste in solidarietà con la Palestina più in vista di Francia. Ha partecipato a due missioni della Freedom Flotilla nel tentativo di rompere l’assedio alla Striscia di Gaza.
Il fermo dell’eurodeputata in Francia implica violare o forzare le regole che governano l’immunità parlamentare. I deputati del Parlamento europeo godono di due tipi di protezione. Nel territorio di ogni altro Stato membro sono esenti da ogni provvedimento di detenzione e da ogni procedimento giudiziario. Sul territorio nazionale nel proprio Stato godono delle stesse immunità riconosciute ai membri del Parlamento del loro Paese. Essendo Rima Hassan una cittadina francese in Francia, ad essa si applica il regime dei parlamentari francesi, regolato dall’Articolo 26 della Costituzione francese. In Francia, l’immunità riguarda l’irresponsabilità e l’inviolabilità. Un parlamentare non può essere perseguito per le opinioni o i voti espressi nell’esercizio delle sue funzioni. In questo caso, il tweet personale o il messaggio sui social network non è stato considerato dai giudici come un atto legato alle funzioni parlamentari. Nessun parlamentare può essere arrestato o privato della libertà per reati penali senza l’autorizzazione dell’ufficio di presidenza della propria camera, salvo il caso di condanna definitiva o la flagranza di reato. Per non chiedere la revoca dell’immunità al Parlamento Europeo prima di procedere al fermo, polizia e magistratura hanno considerato il retweet alla stregua di un “reato flagrante” o continuo.
Invece, secondo il giurista Benjamin Morel, nel caso dell’eurodeputata Rima Hassan mancherebbero tutti i presupposti per il superamento dell’immunità. Non c’è la flagranza, il reato contestato riguarda un tweet pubblicato giorni prima e poi cancellato. Manca l’autorizzazione, il Parlamento Europeo non ha votato alcuna revoca dell’immunità per questo caso. Nessuna condanna, il procedimento è solo alle fasi iniziali. Per queste ragioni, i leader di France Insoumise (Lfi) sostengono che il fermo sia un atto di “polizia politica”. Le autorità hanno proceduto al fermo ignorando le procedure costituzionali per scopi mediatici o repressivi, contando sul fatto che l’accusa di “apologia di terrorismo” crea un clima di urgenza tale da giustificare, agli occhi dell’opinione pubblica, il superamento delle garanzie parlamentari.
Oltre a violare l’immunità parlamentare, il fermo di Rima Hassan è criticato perché viola il principio di proporzionalità. La citazione in sé (“La resistenza è un dovere”) è una frase che, decontestualizzata, appartiene alla retorica di molti movimenti di liberazione o resistenza storica, inclusa quella francese. Tuttavia, la legge francese sull’apologia di terrorismo è diventata estremamente severa e soggettiva. Il reato non punisce solo l’istigazione a compiere atti violenti, ma anche il presentare sotto una luce favorevole un individuo o un’organizzazione che ha compiuto atti terroristici. Per la procura, citare Kozo Okamoto equivale a richiamare una figura legata a un massacro di civili, il che, secondo questa lettura, basta a configurare il reato. Però, lo strumento del fermo nasce per evitare che l’indagato inquini le prove; impedire che scappi; evitare che si accordi con dei complici. Nel caso di un tweet, o retweet, le prove sono digitali e già acquisite. Non c’è rischio di fuga per un’eurodeputata nota, né complici con cui accordarsi per nascondere un post già pubblico. L’uso del fermo di 48 ore per un reato d’opinione online appare così una pena anticipata o un atto intimidatorio, piuttosto che una necessità investigativa.
Dal 7 ottobre 2023, la Francia ha adottato una linea di “tolleranza zero” sull’apologia di terrorismo, che si presta alla deriva autoritaria. Centinaia di persone (sindacalisti, attivisti, studenti) sono state fermate per post sui social o slogan durante le manifestazioni. Trattare un tweet come un “reato flagrante” per saltare il passaggio parlamentare della revoca dell’immunità è un artificio giuridico pericoloso. Se passa il principio che ogni post online è una “flagranza”, l’immunità parlamentare di fatto smette di esistere nell’era digitale.
All’origine del fermo di Rima Hassan c’è la denuncia di Matthias Renault (Rassemblement National). Questa denuncia fa parte di una strategia. Il partito di Marine Le Pen ha ribaltato la sua immagine storica da movimento accusato di antisemitismo a “difensore” di Israele contro quello che definiscono “islamo-gauchisme”. Usare la magistratura per colpire gli avversari di La France Insoumise (LFI) permette loro di criminalizzare l’avversario politico e presentarsi, paradossalmente, come i garanti dell’ordine repubblicano. Sebbene la legge sull’apologia di terrorismo sia stata inasprita negli anni dai governi di centro post-2015, è vero che l’estrema destra ha spinto per interpretazioni sempre più restrittive.
La maggioranza di Macron e la destra hanno votato norme che rendono l’apologia di terrorismo un reato quasi automatico per certe espressioni riguardanti il conflitto in Medio Oriente. Il sistema politico ha creato una legislazione d’emergenza che ora viene applicata come legislazione ordinaria, permettendo alle procure di agire con una velocità e una durezza inedite per i reati d’opinione. Il fatto che il sistema (polizia e magistratura) si presti è l’aspetto più inquietante per la tenuta democratica. In Francia, i pubblici ministeri sono legati gerarchicamente al Ministero della Giustizia. Una direttiva politica che chiede massima fermezza su “antisemitismo” e “apologia di terrorismo” si traduce in un aumento dei fermi e delle inchieste contro gli attivisti solidali con i palestinesi.
Il rinvenimento di Kat e CBD nella borsa di Hassan (dettagli usati per screditare moralmente l’indagato) suggerisce una perquisizione meticolosa, tipica di quando si vuole trovare qualcosa per appesantire la posizione di un soggetto scomodo. La criminalizzazione del dissenso funziona per sovrapposizione: si colpisce l’attivismo solidale con i palestinesi, si usa l’accusa di antisemitismo per screditare chi critica Israele, e si piega la norma sull’apologia di terrorismo fino a farne uno strumento penale contro l’opinione. Quando la legge permette di equiparare la citazione di un personaggio storico controverso al terrorismo attivo, e quando il resto del sistema politico, il centro macroniano e la destra classica, accetta questa deriva per isolare la sinistra radicale, si verifica quella che molti giuristi definiscono una “torsione” dello Stato di diritto.