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Lo smart working e il pregiudizio negativo contro il pubblico impiego

Smart Working

Lo smart working rilancia il pregiudizio negativo contro il pubblico impiego. Il sospetto che gli impiegati pubblici da casa non lavorino davvero. Secondo Guido Crosetto, gli impiegati da casa non rispondono al telefono. Secondo Pietro Ichino, lo smart working è una lunga vacanza pagata. Per quanto ne sappiamo, si tratta di generalizzazioni e affermazioni non dimostrate. Molti lavoratori pubblici hanno continuato a lavorare in presenza. È probabile, che i problemi che c’erano già prima ci siano ancora adesso. E che adesso siano spiegati con lo smart working. Come accade per le dimenticanze. Ci dimentichiamo cose in tutto l’arco della nostra vita. Ma quando ci accade da vecchi, pensiamo sia colpa della vecchiaia. Infatti, ricordiamo, quando lavoramo tutti in ufficio con il ministro Renato Brunetta alla pubblica amministrazione, imperversava la retorica contro i fannulloni.

Verificare la produttività

Se, al momento, la diminuita produttività della pubblica amministrazione durante lo smart working è indimostrata, possiamo ipotizzare che sia rimasta uguale. O sia persino aumentata. È possibile che la realtà cambi da settore a settore. Tuttavia, possiamo immaginare che i lavoratori da casa siano meno stressati; mai in ritardo sul lavoro con il tempo di viaggio risparmiato; più disponibili al lavoro fuori orario, più reperibili; meno in conflitto tra lavoro retribuito e lavoro domestico, di assistenza ai parenti anziani o ai figli. Perché mai, in una situazione più favorevole, gli impiegati dovrebbero aver voglia di lavorare di meno? Meglio scoprire come stanno le cose, invece che lanciare accuse basate su sospetti e pregiudizi.

Smart Working rischi e opportunità

Lo smart working è capitato all’improvviso e questo pone problemi organizzativi. Specie per i capi e per le personalità autoritarie che fondano l’idea di produttività sul controllo fisico dei dipendenti. Il passaggio allo smart working richiederà di cambiare i criteri di valutazione. Dare meno importanza all’orario di lavoro, fatto salvo un periodo di reperibilità come pure di non reperibilità. E dare più importanza a obiettivi di lavoro e scadenze.

Lo smart working può avere anche delle controindicazioni per i lavoratori. Perché, se può esser vero che il tempo libero invade il lavoro, il lavoro invade il tempo libero. E viene così meno un tempo privato protetto. Così, come può indebolirsi il contatto e la socializzazione con i propri colleghi. E formarsi un rapporto troppo individuale (e sbilanciato) tra il dipendente e il suo superiore. Oppure il rischio, soprattutto nel privato, che lo smart working diventi una zona di confine; l’anticamera dell’esternalizzazione o del licenziamento; l’opportunità per i padroni di assumere per il lavoro in remoto, lavoratori in paesi remoti, a un costo molto più basso.

Aiuto ai ristoratori

C’è poi il problema dei servizi di ristorazione e dei consumi che ruotano intorno alle sedi della pubblica amministrazione. Stare a casa significa consumare molto meno e mandare in crisi molti bar a ristoranti. Di conseguenza, alcuni amministratori spingono per il ritorno in ufficio. Ma anche questa situazione è da monitorare. Con ogni probabilità, occorrono interventi e aiuti economici del governo e delle amministrazioni locali, per sostenere i ristoratori. O per aiutarli a riconvertire le proprie attività. Se lo smart working, permette di lavorare da casa, con gli stessi risultati, con risparmio del trasporto pubblico; della corrente elettrica; del riscaldamento; delle sedi in affitto; e, soprattutto, se costituisce una misura di sicurezza, per tenere meglio sotto controllo la diffusione del coronavirus; non possiamo rinunciarvi, per mantenere un vecchio e insensato modello di consumi, fermo restando l’aiuto per gli esercenti in difficoltà.

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