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La lettera (contro la cancel culture) per la giustizia e il dibattito aperto firmata da centocinquanta intellettuali

Lettera contro la cancel culture
I firmatari della lettera sono oltre 150,. Comprendono scrittori come Martin Amis, J.K. Rowling, Margaret Atwood e Salman Rushdie. Giornalisti e opinionisti come David Brooks, Anne Applebaum e George Packer Accademici come Noam Chomsky e Francis Fukuyama. La storica attivista femminista Gloria Steinem. E personalità provenienti da altri ambienti, come lo scacchista Garry Kasparov e il jazzista Wynton Marsalis.

La lettera contro la cancel culture, è in realtà una lettera per la giustizia il dibattito aperto. Firmata da centocinquanta intellettuali del mondo anglosassone, cerca di tenere insieme due principi. La lotta per la giustizia e la tolleranza per le opinioni sbagliate (o ritenute tali). Molti media e molti critici sembrano rifiutare questo tentativo di equilibrio. Quantomeno, non ci credono. E schiacciano la lettera su uno dei due: il secondo principio a scapito del primo. Tanto da ribattezzarla appunto lettera contro la cancel culture. Come fosse una risposta ai movimenti di protesta contro il razzismo, globalmente intesi. E non solo alla componente più intollerante di questi movimenti.

Il testo si rivolge al proprio campo, la sinistra liberal e progressista. E affronta una questione difficile da risolvere: il confronto con le opinioni che sono o sembrano ispirarsi a principi discriminatori. Chiede di non affrontarle con la censura e le sanzioni, ma con gli argomenti che ne dimostrino la fallacia. Lo stesso Popper, il quale riteneva che una società aperta dovesse essere intollerante con gli intolleranti, riteneva questo una estrema ratio. A cui ricorrere solo quando ogni tentativo razionale di affrontare il discorso fosse fallito.

La lettera contro la cancel culture è, in realtà, una lettera per la giustizia e la tolleranza

In linea di principio, seppure il confine può essere labile, penso sia più che giusto voler censurare la violenza verbale e sanzionare la violenza fisica. Anche con le aggravanti del razzismo e del sessismo, se la violenza è agita con questi moventi. Tuttavia, reputo sbagliato censurare le opinioni, i discorsi strutturati, anche quando possono essere dettati da pregiudizi discriminatori o inferiorizzanti. Questi possono essere discussi e confutati, invece che essere puniti e ridotti al silenzio. Il rischio molto elevato della censura del pensiero è che esso si rafforzi e si mimetizzi in comportamenti non dichiarati. Ma dagli effetti anche più dannosi, se il pensiero è sbagliato.

Se. Infatti, può succedere, che queste stesse opinioni, siano trattate con pregiudizio e delegittimate a priori con una etichetta negativa, per ottenere facilmente ragione. È il caso dell’uso dell’etichetta antisemita, attribuita a chi critica il comportamento dei governi israeliani nei confronti dei palestinesi. O nazista lanciata contro israeliani e filoisraeliani. La stessa etichetta vuole spesso squalificare i favorevoli all’eutanasia. O razzista, detto nei confronti degli scettici sulla possibilità di reggere i flussi migratori. Oppure sessista, verso colei o colui che considera la differenza sessuale. Oppure ancora, omofobo e transfobico, all’indirizzo di coloro che non appoggiano tutte le rivendicazioni del movimento LGBT.

Dello stesso politically correct c’è un uso e un abuso. A tutela del primo, senza però scadere nell’eccesso della lotta agli eccessi, meglio arginare il secondo.

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