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In ginocchio contro il razzismo

In ginocchio contro il razzismo
Giocatori dei San Francisco 49ers in ginocchio durante l’inno nazionale prima di una partita contro i Washington Redskins (10/15/17)

In ginocchio contro il razzismo. Lewis Hamilton e altri 13 piloti di Formula 1, alla partenza del Gran Premio d’Austria, si sono inginocchiati, per ricordare le vittime della violenza razzista e solidarizzare con il movimento Black lives matter.

Charles Lecler e altri cinque colleghi, Raikkonen, Verstappen, Kvyat, Giovinazzi e Sainz, sono invece rimasti in piedi. Il giorno prima, il pilota della Ferrari aveva scritto sui social: «Credo che ciò che conta siano i fatti e i comportamenti della nostra vita quotidiana piuttosto che i gesti formali che in alcuni Paesi potrebbero essere considerati controversi. Non mi inginocchierò, ma questo non significa affatto che io sia meno impegnato di altri nella lotta contro il razzismo». E pare che altri piloti abbiano obiettato: «Che cosa diremo sui ragazzi di Hong Kong quando torneremo a correre in Cina?» Quindi, il nostro Matteo Salvini ha commentato: «Mai arrendersi e mai piegarsi, sempre avanti a testa alta!»

Per mia ignoranza, credevo che il gesto di mettersi in ginocchio contro il razzismo, fosse ispirato dall’omicidio di George Floyd a Minneapolis. Un afroamericano fermato dalla polizia e ucciso con il collo schiacciato dal ginocchio di un poliziotto bianco. Ho immaginato: il gesto omicida risignificato in un gesto di umiltà da personalità bianche per chiedere scusa ai neri. Invece, la vicenda di George Floyd ha solo rilanciato una forma di protesta, che risale al 2016. Quando un campione nero di Football, Colin Kaepernick, poi emulato da altri suoi colleghi, si è inginocchiato durante l’esecuzione dell’inno statunitense.

Kaepernick in ginocchio contro il razzismo

Il rito prevede che i giocatori si alzino in piedi in segno di rispetto. Kaepernick inizialmente rimase seduto, per protestare contro il razzismo istituzionale e la brutalità organizzata contro i neri. Poi, per non mancare di rispetto nei confronti dei veterani di guerra e della Nazione, scelse una posa più umile e si mise in ginocchio. Altri giocatori replicarono il gesto, fino a scatenare la reazione di Trump, che definì i giocatori in ginocchio contro il razzismo durante l’inno dei figli di puttana, per sollecitare le squadre di football a licenziarli. Così, l’atto di mettersi in ginocchio divenne anche una protesta contro Trump.

Quello che è stato declassato da Leclerc a gesto formale, in realtà, è un grande gesto simbolico, che tiene insieme la lotta e il rispetto. Una protesta non violenta eccellente, che dovrebbe essere particolarmente apprezzata da chi stigmatizza l’estremismo e la violenza dei movimenti di protesta. È vero, si può condividere una causa, senza condividerne il rito e rifiutarlo come atto di prova.

All’epoca dell’attentato stragista contro la redazione del giornale satirico francese Charlie Hebdo, non me la sentivo di dire “Je suis Charlie”. Perché non mi identificavo con le vittime, che usavano la satira per offendere il sentimento religioso degli immigrati musulmani. Condannavo l’attentato così come difendevo il diritto di fare un uso sbagliato della libertà d’espressione, della libertà di satira. Ma poiché, quell’uso lo criticavo, Charlie non potevo essere io.

Un rifiuto ambiguo e reticente

Il motivo per cui Leclerc e altri come lui si dicono contro il razzismo, ma rifiutano di mettersi in ginocchio contro il razzismo, di interpretare il gesto simbolico più potente, che oggi unifica la lotta antirazzista, invece, non è chiaro. Non si capisce perché il suo significato dovrebbe risultare controverso. Evocare i ragazzi di Hong Kong è solo un diversivo. Possibile che sia solo l’ego fragile, la paura di esser deboli, l’orgoglio macho infantile di chi non si piega mai, animati dai tweet di un leader xenofobo?

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