Blog personale di politica e attualità

La colpevolizzazione della vittima di maltrattamenti e violenza

Selvaggia Lucarelli e la colpevolizzazione della vittima
Selvaggia Lucarelli in difesa di Franca Leosini criticata da D.I.re

La colpevolizzazione della vittima rientra a tutti gli effetti tra le storie maledette. Una donna dovrebbe lasciare il partner al primo schiaffo da lui ricevuto. Con queste parole Franca Leosini si è rivolta in televisione a Sonia Bracciale. Una donna condannata a 21 anni di carcere, accusata di essere stata la mandante dell’omicidio del marito, Dino Reatti, il quale la maltrattava e perseguitava. La donna si è sempre proclamata innocente. La conduttrice si è rivolta a Sonia, ma è stata probabilmente ascoltata da molte telespettatrici vittime di violenza. Perciò ha ricevuto molto critiche. È stata criticata in particolare dai centri antiviolenza.

Va da sé che lasciare il marito per tempo è meglio che organizzare un agguato desistente o un omicidio. Ma questo rimprovero televisivo ha riportato alla ribalta il tema della vittimizzazione secondaria. Specie se la vittima è una donna perseguitata dalla violenza maschile. Franca Leosini è lei stessa una donna e il suo intervento è stato difeso da Selvaggia Lucarelli. Secondo la quale, una donna ha la responsabilità e il dovere di lasciare l’uomo che la maltratta e denunciarlo. Tuttavia, la colpevolizzazione della vittima è un argomento di solito preferito dagli uomini.

La colpevolizzazione della vittima è preferita dagli uomini

Si può ben capire. Più è responsabile la vittima, meno è responsabile il suo aguzzino. Poiché, gli uomini sono di norma nella posizione dell’aguzzino, favoriscono le analisi concentrate sugli errori della vittima. O per ribaltare le parti nel giudizio. O per giungere almeno a un concorso di colpa. Per negare una semplice verità: il problema della violenza sessista consiste negli uomini che scelgono di prevaricare nel conflitto, non nelle donne che non sanno o non vogliono sottrarsi alla relazione.

Dato che la violenza maschile non è solo la dinamica individuale di singoli uomini, ma funzione ed espressione del rapporto di potere tra i sessi, la colpevolizzazione della vittima è diventata nel tempo un riflesso ideologico. E persino un insieme di teorie psicologiche, dalla co-dipendenza, al masochismo femminile, alla sindrome di alienazione parentale.. Tanto che hanno formato il senso comune. Anche degli uomini non violenti e delle stesse donne. Questo spiega perché una minoranza di donne ancora vi aderisca. Nonostante questo modo di pensare sia stato confutato dal femminismo.

Esistono, tuttavia, ragioni meno elaborate che ci portano alla colpevolizzazione della vittima. La sua responsabilità non solo diminuisce quella dell’aguzzino, ma diminuisce anche la nostra. Giustifica il nostro disimpegno morale e civile. Se responsabile è lei, noi come individui, società, istituzioni, non ci possiamo fare niente. Inoltre, la sua irresponsabilità per se stessa ci fa credere di poter essere responsabili per noi stessi. Ci basta evitare i suoi errori per non cadere nelle trappole in cui è caduta lei. Così ci illudiamo di poter controllare ogni situazione. Infine, se evitiamo l’empatia con la vittima, ci proteggiamo dalla sua sofferenza. Piuttosto, empatizziamo con l’aguzzino, così soffriamo come lui. Un malessere ben più sopportabile.

La vittima tra l’incudine e il martello

Allora, è sbagliato consigliare alle donne vittime di violenza di lasciare e denunciare i propri partner maltrattanti? Può esserlo. Soprattutto se si tratta di un consiglio pubblico, emesso con postura giudicante. Che metterà la vittima sotto i riflettori della critica esplicita e l’aguzzino all’ombra di un biasimo implicito dato troppo per scontato. Così, la vittima viene a trovarsi tra l’incudine e il martello. Trattata come una stupida dal partner violento e dai consiglieri salvatori che vogliono sottrarla alla violenza. Due volte inferiorizzata.

Chi stigmatizza la vittima che non si ribella dice di distinguere colpa e responsabilità. Ma la responsabilità non è altro che l’abilità di risposta. Che una vittima può avere oppure no. Se le manca non ha senso rinfacciarglielo. Sia perché una donna fragile merita la stessa solidarietà di una donna forte. Sia perché proprio l’abilità di risposta è bersaglio della violenza. Quella fisica, in genere, non è un fulmine a ciel sereno, il primo schiaffo non avviene all’improvviso. È preceduto da un lungo periodo di violenza psicologica, che mina l’autostima della vittima. Ne compromette le attività e le relazioni con parenti, amici, colleghi. Lo schiaffo può anche non arrivare. E l’aggressione si alterna a fasi di ritirata, pentimenti, tenerezze, che inducono la vittima a sperare in un cambiamento.

Comportarsi in modo diverso dall’uomo maltrattante

Tanti fattori possono opporsi alla decisione della donna di separarsi: l’amore per il partner (che non è un sentimento razionale); la dipendenza economica; la paura della solitudine; la preoccupazione per i figli, che potranno perdere il padre o vivere una situazione di maggior tensione, lei potrà essere accusata di alienazione parentale; la paura per se stessa, se lui rifiuta la separazione; il timore di non essere creduta dalle istituzioni; o di rimanere impantanata in una lunga causa giudiziaria, dove lei sarà giudicata più di lui; la pressione dell’ambiente familiare, amicale, a tenere unita la coppia o la famiglia.

La stessa possibilità di essere disprezzata da personaggi popolari giudicanti, perché non hai rotto subito, non hai rotto prima, non è una prospettiva incoraggiante. Se vogliamo che una donna non sia debole, invece di buttarla ancora più giù, diamole forza. Se vogliamo aiutarla, usiamo nei suoi confronti parole e atti del tutto divergenti da quelli dell’uomo maltrattante.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *