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Transessualità e transgender. Si può «diventare» donne contro le donne?

J.K. Rowling e la transessualità
J.K. Rowling scrittrice, autrice di Harry Potter

Al netto della transfobia, la transessualità costituisce una questione molto controversa. Perché oppone ragioni entrambe condivisibili. O quantomeno comprensibili. Per esempio, riguardo la verità soggettiva. Le persone transessuali desiderano essere riconosciute, non per il proprio sesso anatomico, ma per il proprio sesso di elezione. Così, un uomo che si percepisce donna, vuole essere nominato al femminile. E le persone chiamate a riconoscere una donna, mentre vedono e sentono un uomo, devono quindi nominare qualcosa in contraddizione con i propri sensi.

Si può ritenere che la sofferenza della persona trans disconosciuta sia più grave del possibile disagio delle persone chiamate a riconoscerla. Quindi, evitare una tale sofferenza debba avere la precedenza. Tuttavia, c’è da capire se la scelta di questa priorità vada lasciata alla sensibilità di ciascuno. O s’imponga come norma del politically correct. E persino un obbligo di legge. Come che sia, rischia di essere un riconoscimento falso. Un mentire a sé stessi e all’altra, come accade nel dar ragione ai pazzi. O una forma di concessione compassionevole.

La transessualità non è una malattia

Naturalmente, le trans non sono pazze. Né malate. Nella definizione di malattia è fondamentale il principio della transitorietà. Ogni patologia ha un termine che può essere rappresentato dalla guarigione dell’organismo. O dall’adattamento dello stesso ad una diversa fisiologia (o ad una diversa condizione di vita) o dalla morte. La transessualità può essere trattata come una malattia, con la medicalizzazione del corpo e l’intervento della chirurgia, per il cambio di sesso. Ma in sé, l’essere di un sesso e percepirsi di un altro, è una condizione stabile.

Allo scopo di evitare la medicalizzazione, il transattivismo ha teorizzato il transgender. Si è affidato alle teorie che distinguono il genere (l’appartenenza culturale e non biologica a uno dei due sessi) dal sesso (l’appartenenza biologica). In modo da poter sostenere che una persona trans può cambiare il genere, senza cambiare il sesso. Ed ottenere così il riconoscimento sociale e istituzionale del cambio di genere sulla base della propria dichiarazione. Ne consegue, che un maschio (biologico) può dirsi donna (culturalmente) e la legge deve conferirgli i diritti riconosciuti alle donne.

L’identità di genere al posto della transessualità rafforza il sospetto di arbitrarietà

Cambiare l’identità di genere è forse socialmente più facile da accettare. Il concetto di identità di genere al posto di transessualità, tuttavia, rafforza un sospetto (secondo me, sbagliato). Secondo il quale le persone transessuali dispongono della percezione di sé. Quindi il loro desiderio di appartenere al sesso opposto sarebbe arbitrario. È pur vero che al transattivismo si sono, in effetti, aggiunti elementi che giocano con l’arbitrarietà: i gender-fluid. I quali esprimono a modo loro la volontà di considerare irrilevante la differenza sessuale.

Contro la cancellazione del sesso reale si sono pronunciate le donne socialiste spagnole. Aggiungendosi al movimento del femminismo radicale. Che si oppone all’identità di genere. Perché la negazione dei diritti si è storicamente basata sul sesso e oggi non si rimedia con l’affermazione dei diritti basati sul genere. Infatti, i maschi dichiaratisi donne potrebbero avere accesso a tutti gli spazi femminili: gabinetti, spogliatoi, sport, quote rosa, finanziamenti, carceri, centri antiviolenza. E l’eventuale rifiuto femminile sarebbe accusato di discriminazione e sottoposto a sanzione.

Le accuse abusive di transfobia

È il caso del licenziamento di Maya Forstater dal Centre for Global Development. La ricercatrice ha sostenuto che il sesso biologico è un dato oggettivo e che le donne transessuali non sono vere donne. Quindi, ha criticato il piano del Governo che vuole consentire alle persone di dichiarare liberamente la propria identità sessuale, in base alla loro preferenza personale. Maya Forstater si è opposta al licenziamento, ma il tribunale del lavoro, ne ha respinto l’istanza. Perché le sue parole sono state “incompatibili con la dignità umana e con i diritti fondamentali degli altri”. J.K. Rowling, autrice di Harry Potter, ha difeso Maya Forstater su Twitter e perciò è stata accusata di transfobia. La stessa accusa ha ricevuto pochi giorni fa, per aver criticato il titolo di un giornale, che omette di nominare le donne. E le definisce “persone con le mestruazioni” in modo da non offendere le trans.

Con transfobia si intende un insieme di stigmatizzazioni e pregiudizi discriminatori nei confronti delle persone transgender e transessuali o della transessualità in generale. La transfobia può includere paura, avversione e odio, provati o espressi nei confronti di persone che non si conformano alle aspettative sociali di genere. E può portare a comportamenti discriminanti nella società o nel lavoro, negazione di diritti, come il diritto di asilo. Fino a manifestazioni di aggressività violenta e violenza sessuale. Il rifiuto di assumere il punto di vista delle persone trans, non dovrebbe però rientrare tra i casi di transfobia. Salvo usare l’accusa in modo abusivo come succede nelle contrapposizioni polemiche.

La mediazione finora mancata con la soggettività femminile

È di certo inammissibile che le persone trans, in quanto tali diventino oggetto di violenza verbale, psicologica o fisica. O siano discriminate dai diritti civili, politici e sociali. Ma ritenere che i diritti debbano basarsi sul dato reale del sesso invece che sul dato artificioso del genere, rimane una tesi legittima. Viene contestata e intesa come un riduzionismo biologico. Eppure la si può condividere e intendere come contrarietà a un riduzionismo culturale. Ad un separare e opporre troppo rigidamente natura e cultura.

Tanto più che il femminismo radicale non teorizza l’esclusione delle trans dalle donne. Anche se nella contrapposizione può sembrare così. E possono farsi strada posizioni sempre più intolleranti. Piuttosto, teorizza il rifiuto dell’obbligo normativo di accogliere le trans tra le donne, saltando ogni mediazione. Rivendicare di essere accettate, in forza di una legge deliberata da organismi istituzionali ancora a dominanza maschile, riporta le persone trans ad una pratica maschile. Quella di imporsi sulle donne, a prescindere dal consenso e dal desiderio femminile.

Per gli uomini democratici e progressisti, può essere relativamente facile riconoscere le donne trans. Poiché, i maschi, nella storia del patriarcato, hanno trasceso il proprio sesso, e si sono identificati con il genere umano. Tanto che uomo e essere umano sono diventati sinonimi. Quindi, a un uomo, attivista, difensore dei diritti omosessuali, come l’attore Daniel Jacob Radcliffe, può sembrare normale rivolgersi a J.K. Rowling, per dirle che le donne transgender sono donne. Ma, per una donna prescindere dal proprio corpo, dall’importanza dei corpi, può essere molto diverso e non avere senso. Allora, si può «diventare» donne contro le donne?

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