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Indro Montanelli e la sua statua. Simbolo controverso

Sull’onda del Black Lives Matter, in Italia è contestata la statua di Indro Montanelli. Eretta ai giardini di Porta Venezia a Milano, per volere della giunta Albertini, quando l’amministrazione di centrodestra promuoveva nella città la celebrazione di simboli della destra milanese e nazionale. Gli estimatori di Indro Montanelli vivono la contestazione come violenza iconoclasta, fanatismo, intolleranza. I contestatori come un’accusa di fascismo, razzismo, sessismo. Indro Montanelli è infatti accusato di aver partecipato alla guerra d’Abissinia e aver comprato come sposa una bambina eritrea di dodici anni, per farne la propria schiava sessuale.

I difensori di Indro Montanelli contestualizzano e relativizzano. Dichiarano Indro Montanelli un uomo del suo tempo, che non ha senso giudicare con il senno di poi. Altri grandi uomini del passato hanno compiuto cose che, ai nostri occhi, appaiono dei misfatti, ma che al loro tempo erano accettabili. Qui si inseriscono i relativisti, per i quali Indro Montanelli non si riduce ai suoi errori, alle sue macchie, è stato molto di più: un grande giornalista, uno storico, un uomo libero, una vittima del terrorismo. Ed è stato il fustigatore di Silvio Berlusconi.

Contestualizzatori e relativisti

I contestualizzatori devono però fronteggiare due obiezioni. Seppure, Indro Montanelli abbia compiuto i suoi misfatti da giovane, ha avuto modo di parlarne e di scriverne da adulto e da vecchio. Si è giustificato con le usanze locali, in modo divertito e compiaciuto, senza mostrare alcun pentimento. Ma egli era un europeo, non era obbligato ad adattarsi alle usanze africane. Fosse stato ospite di una tribù di cannibali avrebbe forse mangiato carne umana in omaggio alla tradizione del luogo?

I contestualizzatori – e siamo alla seconda obiezione – vedono tempi e luoghi in modo omogeneo, senza conflitto. Mentre è assai probabile che nel 1935, in Africa, le spose bambine, pensassero della loro sorte anche peggio di quello che pensano i moderni detrattori di Indro Montanelli. Il madamato era contestato anche allora, proibito dal governatore fascista dell’Eritrea e condannato dalla Chiesa cattolica concordataria. Dunque, anche per quel tempo e per quei luoghi, possiamo scegliere il punto di vista da cui osservare le cose. I contestualizzatori vedono le cose, in ogni tempo e in ogni luogo, dal punto di vista del più forte (e prepotente).

I relativisti dispongono in modo implicito gerarchie di valori. Stuprare per anni una bambina e poi consegnarla agli abusi di un uomo più anziano, pesa meno dello scrivere, anche in modo magistrale, libri e articoli di giornale? È solo una macchia? Un errore? Se gli uomini che hanno sparato alle gambe di Indro Montanelli avessero avuto un buon talento da scrittori, oggi metteremmo tra parentesi il loro crimine? Magari, contestualizzato negli anni di piombo.

Indro Montanelli messo sotto scacco da Elvira Banotti

Se siamo predisposti a circoscrivere il crimine di Indro Montanelli e a derubricarlo a errore, persiste in noi qualcosa della sua cultura. Per la quale ci sembra sbagliato, ma non inamissibile, la deumanizzazione di una bambina. Perché nera, e soprattutto perché femmina. Tra fascismo e razzismo, va un po’ in ombra la misoginia. Tra la cultura dell’uomo europeo e l’usanza locale è il punto di intersezione più forte. Quello che porta oggi molti uomini conservatori o democratici a essere indulgenti e comprensivi con il grande giornalista. La prima a mettere Indro Montanelli sotto scacco è stata infatti la femminista Elvira Banotti.

Qualche difensore si è preoccupato del sentimento dei moderati. Qualcuno a sinistra ha voluto essere galante verso la memoria di un uomo di destra. Ma non tutto si riduce ai conflitti tra destra e sinistra. A sentirsi turbato di fronte alla contestazione della statua di Montanelli può essere anche il sentimento di tanti turisti sessuali o di tanti clienti della prostituzione. Culture e pratiche del suo e del nostro tempo. Che fanno della statua di Indro Montanelli un triste simbolo dei maschi italiani.

Tra gli argomenti in difesa della statua, ne alberga uno tra i critici di Indro Montanelli, il quale dice che l’opera va preservata come monito del male presente tra noi. Tuttavia, il senso di una statua è celebrare un buon esempio, non ammonire un cattivo esempio. Vero che abbatterla è un atto di violenza simbolica e questo non appartiene al linguaggio e alle pratiche di molti di noi (non alla mia per esempio). Tuttavia, non ho motivo di rimproverare o correggere chi attacca la statua. Al limite posso sentirmi d’accordo con Tomaso Montanari che propone di dedicare un museo alla collocazione dei monumenti controversi. O in ogni caso ragionare su fare con le tracce scomode del nostro passato, come ragiona Igiaba Scego.

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