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Uomini che «si mettono in discussione». Ma non si fidano delle donne

Malefica. Maschile Plurale. Uomini che si mettono in discussione. Ma non si fidano delle donne.

Nel 2014, un socio fondatore di Maschile Plurale, un’associazione di uomini contro la violenza, fu accusato dalla sua ex compagna di violenza psicologica. Accusato è una espressione dall’assonanza giudiziaria. In realtà, lei non lo denunciò, né volle fargli un processo. Credeva che lui stesse male (in senso psichiatrico). E chiese ai suoi compagni di aiutarlo. Poi, lei stessa chiese di essere aiutata al centro antiviolenza di Bologna. Dove fu accolta in terapia per sette mesi.

Il caso trapelò sui social con qualche sporadico messaggio, e per molto tempo, sul piano pubblico, Maschile Plurale rimase in silenzio. Infine, per mano di Stefano Ciccone (il leader o l’esponente più attivo del gruppo), annunciò a sorpresa che la pagina di MP non permetteva più di postare messaggi su una questione privata, delicata, dolorosa e complessa. Nonostante, nella cronologia recente, messaggi di quel tipo non ne comparissero.

In questo annuncio, dai toni oscuri e allusivi, la violenza non era nominata o era mescolata insieme con altre cose: il conflitto, il potere, le dinamiche relazionali, i vissuti, la fragilità, la rivalsa (femminile). Ne risultava un panegirico molto ambiguo. Così, alcune blogger femministe presero l’iniziativa di interloquire con Maschile Plurale sul perché ometteva di nominare la violenza o la relativizzava e la confondeva con altre cose. Stefano Ciccone diede risposte dello stesso tenore del suo messaggio iniziale. E sul blog del Ricciocorno, dopo aver rivendicato da parte sua cura, ascolto e approfondimento in presenza, giunse a dire che a parer suo non vi era stata violenza da parte di lui, ma solo un vissuto di sofferenza da parte di lei.

Intervistato pochi giorni fa da Adil Mauro su Internazionale, il leader di MP è tornato sulla vicenda in questi termini:

Uno degli aspetti più discussi dentro Maschile plurale è la relazione con i vari femminismi e le loro istanze. “Un tema che, in particolare, ha creato divisioni tra noi è quello del rapporto con la violenza”, ammette Ciccone. “In un paio di situazioni uomini che facevano parte della rete sono stati accusati dalle proprie compagne di aver avuto comportamenti psicologicamente violenti e una parte del femminismo ha colto l’occasione per esprimere il fastidio e la diffidenza verso il movimento maschile, sostenendo che non ci sono uomini affidabili e buoni, e che dietro gli uomini c’è sempre una fregatura”.

Ciccone spiega come la pensa il gruppo che ha contribuito a far nascere: “Noi abbiamo sempre detto: ‘Non siamo gli uomini buoni’, cioè non siamo esenti da culture e comportamenti violenti e discriminatori. Il problema è il contrario: dobbiamo riconoscere che siamo tutti dentro una cultura di questo tipo e che quello che possiamo fare è lavorare sulla nostra complicità, sulla messa in discussione e non su una ricerca di estraneità, innocenza e distanza dal mondo maschile”. Il problema, secondo Ciccone, “non è dividere tra buoni e cattivi, semmai dividere tra chi prova a lavorare su un percorso di consapevolezza e chi sceglie di non mettersi in discussione”.

Questa rappresentazione vittimista, mostra che Maschile Plurale, o quantomeno il suo rappresentante più loquace, non ha fatto passi avanti. Egli sembra mettere in discussione più le donne (malfidenti che ne approfittano per sputtanarci) che gli uomini (abbiamo sempre detto di non essere i buoni esenti da culture e comportamenti violenti e discriminatori). Il riferimento alle donne è particolare e concreto. Quello agli uomini è generale e astratto.

Infatti, nella situazione particolare e concreta riconosci che il tuo amico socio ha messo in atto nei confronti della sua compagna modalità di relazione dagli effetti maltrattanti, persecutori, violenti? Lui lo riconosce per sé? Ti rendi conto di aver pubblicamente screditato una donna e di averla rivittimizzata? Comprendi di aver rappresentato il dibattito pubblico che ne è seguito come una manovra volta a colpire la tua associazione?

Altrimenti, l’ammissione generica di non essere buono, se pretende di non rispettare la legge di gravità alla prova dei fatti, diventa un paracadute. O un ombrello utile per ripararsi sotto formule dubitative o per darsi licenze di comportamento. Le ho fatto violenza? Non ci sono le prove. Ma può darsi. C’è stato conflitto. Lei è fragile e rancorosa. Ma io non ho mai detto di essere uno stinco di santo. Come, in fondo, nessun uomo può dire di essere, perché tutti siamo nati e cresciuti nella cultura patriarcale.

Questo modo di mettersi in discussione rimane sempre superficiale, senza mai divenire impegnativo. Per certi versi somiglia a una chiamata di correo. Al meglio il banale Così fan tutti. Al peggio, il richiamo a un patto di connivenza. Per altri versi, pare risolversi in un esercizio spirituale che si alterna ai peccati di colui che non ha mai dichiarato di non essere un peccatore.

La bontà è un di più che non si esige. Il comportamento civile invece si può esigere. E la cultura di cui sei imbevuto o l’alcol che hai bevuto non ti giustificano. Sostituire gli effetti della sbronza con il condizionamento sessista, può essere operazione sofisticata, ma rimane un pretesto per deresponsabilizzarsi individualmente.

Diciamo per sommi capi. Commetti violenza? Puoi essere criticato e le critiche non sono necessariamente malevole. Il tuo comportamento è in aperta contraddizione con la tua dichiarata ragione sociale? Puoi ricevere critiche ulteriori di incoerenza. Alle critiche reagisci come se dovessi difenderti in un processo, con il discredito di accuse, accusatrici e testimoni? Le critiche che ricevi possono persino diventare definitive. Al punto da far accadere quel che dici: le donne non si fidano più di te.

D’altra parte, tu e non ti fidi di loro: non credi alla donna che testimonia la violenza subita; non credi alle donne del centro antiviolenza di Bologna; non credi alle femministe. E questo tuo non credere alle donne rimane fuori dall’autoscienza che vanti e decanti. Ma, dare credito e fiducia alle donne, non è il nodo di un’autentica autocoscienza maschile? Possono gli uomini rispettare le donne senza fidarsi di loro? Cosa ancora ci impedisce di riconoscere autorità alla parola di una donna? La differenza tra l’uomo che si apre al cambiamento nelle relazioni con le donne e quello che vi resiste, non passa di qui?

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