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Casa. Luogo di convivenza coatta o rifugio liberatorio

Casa - Convivenza coatta

Restare a casa può essere un inferno. O una liberazione. Oppure entrambe le cose. Oltre a molte situazioni intermedie. Un allarme, più volte lanciato dagli psicologici durante il lockdown, ha riguardato la convivenza coatta. Causa di conflitti, violenze, separazioni. Per non dire del solo restare a casa come rischio di indebolimento e depressione.

La pandemia ha rimesso in discussione i nostri ritmi e stili di vita, il nostro modello di sviluppo. Probabilmente rimette in discussione anche i nostri modelli di convivenza familiare. Il lockdown può esasperare una condizione di per sè già poco sana, quella di piccoli nuclei familiari (una madre, un padre, un figlio) costretti in un piccolo appartamento. Senza opportunità di mediazione.

Questioni vere che vanno riconosciute. Specie la violenza domestica. O meglio, la violenza maschile contro le donne, che avviene entro le mura di casa. In proposito, ci sarebbe stata bene una parola del presidente del consiglio, durante le sue conferenze stampa o dirette su facebook. Tra le raccomandazioni, una rivolta ai mariti padri: quella di rispettare le mogli e i figli. Il tema è invece ancora rimosso, perché vissuto come questione di cronaca (nera) o di costume e non come una questione politica, relativa al rapporto di potere tra i sessi.

Tuttavia, questo punto sfavorevole al lockdown, la casa come luogo infernale, trova i suoi corrispondenti punti favorevoli. Se, infatti è vero che in casa siamo potenzialmente prigionieri dei nostri familiari, è altrettanto vero che siamo finalmente liberi, o relativamente liberi, dai nostri capo-ufficio, capo reparto, colleghi di lavoro, insegnanti e compagni di scuola. Con i quali, la coesistenza è spesso altrettanto sofferta. Se per le vittime di violenza domestica è andata male, per le vittime di mobbing sul lavoro o di bullismo a scuola, invece è andata meglio. Non per consolarsi, ma per vedere l’insieme.

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