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La prostituzione sul Manifesto diventa «sex worker»?

Il comunismo e la prostituzione

Il manifesto può fare inchieste sulla prostituzione. È bene che le faccia. Può anche dare voce al punto di vista che sostiene il sex worker: l’idea che la prostituzione sia lavoro sessuale da legittimare e regolamentare. Quello che non ci si aspetta dal manifesto è che faccia proprio questo punto di vista. Che diventi la linea editoriale del quotidiano comunista. Perché, se diventa questo, vuol dire che, persino per il manifesto, il mercato capitalistico può essere illimitato, fino a sconfinare nella sfera più intima della persona umana, mentre il patriarcato può continuare a disporre delle donne come oggetti sessuali. Lo sfruttamento economico e lo sfruttamento sessuale messi insieme nella prostituzione sono il luogo di convergenza del potere patriarcale e del capitale. Perché, il manifesto, il quotidiano comunista, dovrebbe sostenere questo luogo, sia pure con la copertura liberale di regole e diritti che prescindono dai rapporti di forza?

Un lavoro come un altro

Un artificio retorico dice che la prostituzione è un lavoro come un altro, perché ogni lavoro implica l’uso del corpo ed è soggetto allo sfruttamento capitalistico. Perciò, sono sempre le poltiche del lavoro a ridurre il danno, a tutelare i lavoratori dagli abusi, a conferire diritti. Perché proprio le sex worker dovrebbero esserne escluse? La sola idea che io usi il mio corpo implica una dissociazione tra il mio sé e il mio corpo. In realtà, io sono il mio corpo. Vado nel senso dell’integrazione, se mi concepisco come unità psicofisica. Vado nel senso della disintegrazione, se dissocio o addirittura contrappongo anima e corpo.

Nella prostituzione, dove occorre improvvisare intimità e contatti invasivi con persone estranee e spesso repulsive, la dissociazione tra anima e corpo diventa estrema, fino all’autolesionismo psichico. Nel lavoro, il tuo essere corpo agisce per trasformare la materia. Nella prostituzione, se sei la prostituta, il tuo essere corpo è la materia da trasformare. Sono due cose diverse. E d’altra parte, se la prostituzione fosse un lavoro come un altro, al pari degli altri lavoro andrebbe offerto alle ragazze nei centri per l’impiego, nei corsi di formazione, negli stage, con relative penalizzazioni in caso di rifiuto. Perché il sussidio di disoccupazione, la cassa integrazione, il reddito di cittadinanza, se puoi fare la prostituta?

La libera scelta

Un altro argomento retorico è la libera scelta. Se tu vuoi fare la prostituta, chi sono io per volertelo impedire? In effetti, questa libertà non ti è preclusa. Non so fino a che punto ciò sia giusto. In una società, non in un agglomerato di individui, ciascuno si sente responsabile anche per gli altri. Se qualcuno compie comportamenti autolesionistici, si droga, diventa alcolizzato, obeso, fuma troppo, non gli vietiamo i suoi comportamenti, ma neppure ci limitiamo a constatare la sua libera scelta. Sentiamo il dovere di fare qualcosa per aiutarlo, anche se lui non vuole farsi aiutare.

Ai limiti più estremi, intervengono anche i divieti. Non puoi tuffarti dove rischi di affogare, non puoi avventurarti dove rischi di essere travolto da una frana, non puoi attraversare la strada dove rischi di essere investito da una macchina. Nè puoi vendere i tuoi organi, anche se tu decidi che una casa o un debito valgono di più di un tuo occhio o di un tuo rene. Non puoi, per tutelare tutti dal potere del mercato.

Puoi tentare di suicidarti, ma anche qui, noi non ci limitiamo a constatare la tua libera scelta e interveniamo per impedirtelo se riusciamo a fare in tempo. Di certo, non autorizziamo nessuno a ucciderti. Dunque, se tu vuoi essere libera di venderti, perché dovremmo autorizzare qualcuno a comprarti. Purtroppo, oggi la compravendita del sesso è ammessa e un cliente prostitutore può comprarti, ma tutto il potenziale sfruttamento intorno a questa transazione è vietato e perseguito. Decriminalizzarlo significa liberalizzare completamente l’industria e il mercato del sesso. Con tutto ciò che ne consegue per la qualità della nostra società e della nostra umanità. Non sono solo affari tuoi.

Lo stigma

Non è la mancanza di riconoscimento legale che alimenta lo stigma. Prova ne è, che le prostitute sono stigmatizzate anche nei paesi regolamentaristi, tanto che le stesse rifiutano in grande maggioranza di volersi registrare. E di conseguenza, lavorano qui sì nell’illegalità, a rischio di essere sanzionate. Lo stigma è l’essenza della prostituzione. Voler eliminare lo stigma significa segare il ramo su cui la prostituzione sta seduta. Forse che un uomo cerca nella prostituta una donna rispettabile? Le donne rispettabili ce le ha già: nella sua famiglia, nelle sue amicizie, nel suo ambiente di lavoro. Se pure le cerca in modo anonimo, può trovarne una quantità disponibile in rete, tra le tante che cercano avventure e relazioni fugaci. Nella prostituta, un uomo cerca la donna da poter disprezzare, la paga per questo, per poter fare di lei ciò che lui vuole.

Il sesso, per avere senso e non essere pura ginnastica o meccanica, deve essere associato a qualcosa. Se non è associato al sentimento, sarà associato ad altre emozioni forti: la violenza, l’umiliazione, il potere. Lo stigma è necessario alla prostituzione, perché giustifica la degradazione delle donne prostituite. Una prostituta senza lo stigma è come la moglie, la fidanzata, l’amica. Non ha senso. Perderebbe il cliente. Non dipende da lei, né dalla legge. Dipende da lui, dalla concezione che ha di sé, del proprio corpo, della propria sessualità. Lui è brutto e sporco, lei il ricettacolo della sua bruttura e della sua sporcizia, del suo espletamento fisiologico. Lei è stigmatizzata in quanto ricettacolo. Puoi incorniciare il sex worker nella Costituzione, come puoi piastrellare d’oro e d’argento una toilette. La sua funzione e la sua stima, dal punto di vista del loro cliente, utente, consumatore, restano uguali.

Abolire la prostituzione

Se qualcosa si può fare riguardo lo stigma, tentano di farlo proprio le legislazioni abolizioniste: spostare il focus, la responsabilità, lo stigma, dalla donna prostituita al cliente prostitutore. Queste legislazione, in genere, aboliscono il reato di offrire sesso in cambio di denaro con il reato di offrire denaro in cambio di sesso.

Che sia irrealistico pensare di poter eliminare la prostituzione, non è detto e non è un buon motivo per desistere. I sumeri furono la prima civiltà conosciuta a fare un censimento delle attività e dei lavori, senza menzionare la prostituzione. Né risulta o si ipotizza che la prostituzione sia esistita nelle società matrifocali. Nel tempo della storia antica, medievale, moderna e contemporanea, altre entità sembrano o sono sembrate eterne – la guerra, la tortura, la pena di morte, la schiavitù, la servitù, lo stesso lavoro salariato – ma non per questo si è smesso di lottare per la loro abolizione o il loro superamento. Perché, proprio alla prostituzione bisognerebbe rassegnarsi?

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