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L’ottimismo invulnerabile nei confronti del Coronavirus

Ottimismo - Altan

Nei confronti del coronavirus è meglio l’ottimismo? La domanda può porsi per ogni grande crisi. Per ogni situazione della vita. Una inclinazione positiva preferisce l’ottimismo. Tuttavia, l’ottimismo può essere un riflesso condizionato. Refrattario o contrapposto alla valutazione della realtà. Un’autentica polarizzazione. Lo stesso può dirsi del pessimo. Ma a fronte di una crisi o un grave pericolo, il pessimismo (dell’intelligenza) presenta un vantaggio. Ti induce a osservare il principio di precauzione, a stare all’erta, a prepararti al peggio.

La deviazione dell’ottimismo dal valore medio può essere moderata. Allora, l’ottimismo (della volontà) è un bene. Presenta il margine della speranza. Quel tanto di energia necessaria a farti agire, impegnare, lottare. La deviazione dell’ottimismo può essere selettiva. Ti fa vedere il bicchiere mezzo pieno. Il lato buono delle cose. Ti fa cogliere l’opportunità nel problema. Può essere un bene, quando l’aspetto positivo è sostanza o una sua parte e rimane incontaminata dal negativo. Come invece non accade con un piatto di ragù servito con lo scarafaggio. La deviazione dell’ottimismo può essere dissociata. Ignori la realtà, per trasformarla in una tela bianca su cui proietti i tuoi significati positivi, anche se sono allucinanti.

L’ottimismo degli invulnerabili

Nei riguardi del coronavirus abbiamo visto l’ottimismo all’opera dal principio. Senza mai farsi distrarre dall’andamento tragico dei contagi. Preoccupato soltanto di contrastare il panico, predicare di non avere paura, sottovalutare la portata della pandemia. Con il paragone sminuente dell’influenza stagionale, fino a sopravvalutare quest’ultima. O con la sottostima del numero dei deceduti. Oppure, con l’idea che solo alcuni gruppi, vecchi e malati, sono davvero colpiti.

Questo ottimismo rifiuta l’idea che possa capitare a me. Mi fa sentire invulnerabile. Queste cose capitano solo agli altri. Rifiuta l’idea che possa capitare a noi. Noi paesi ricchi, noi Occidente, noi Europa. Queste cose capitano solo ai paesi poveri in Africa, in Asia, in America latina. Nessun ottimista ha pensato, in passato, di mettersi a confutare la gravità della Sars, della Mers, dell’Ebola, perché queste epidemie erano nella regola, rimanevano confinate nei paesi dove è normale la catastrofe. Soprattutto lontana da noi. La loro disgrazia corrobora il nostro ottimismo, il nostro sentirci al sicuro, più fortunati e privilegiati.

C’è, tuttavia, un tipo di ottimismo che mi sento di condividere, anche se probabilmente non meno sbagliato. Non tanto l’idea che questa pandemia ci farà diventare migliori. Non lo escludo, magari non subito. Quanto l’idea che questa pandemia ci farà fare alcuni passi necessari, che prima eravamo riluttanti a compiere, perché non ne vedevamo l’immediata necessità. Passi necessari per arrestare il mutamento climatico. Ecco, in questo senso, forse davvero alla fine andrà tutto bene, perché per contenere le pandemie, riusciremo a salvare il pianeta e la nostra specie.

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