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Caccia agli untori. La retorica difensiva dei trasgressori

Caccia agli untori

La caccia agli untori è un fantasma della contestazione antagonista al lockdown. Una contestazione di tipo libertario e di sinistra in lotta contro l’autoritarismo. Secondo tale corrente, i governi avrebbero inventato, esagerato o sfruttato la pandemia, per imporre ai cittadini limitazioni alle libertà individuali e violazioni della privacy. Una versione più lieve e realistica sostiene che i governi vorrebbero scaricare sui cittadini le loro colpe, poiché incapaci di prevenire e contrastare il coronavirus. Di qui, la persecuzione di passeggiatori, podisti, organizzatori di grigliate, ed altre innocue trasgressioni.

I trasgressori comuni, in effetti, hanno responsabilità minime rispetto a quelle dei governanti. Che, impreparati alla pandemia, hanno penalizzato la sanità, hanno reagito tardi e poi consentito agli imprenditori di continuare le proprie attività. O rispetto agli stessi imprenditori che hanno contrapposto i profitti alla salute pubblica. Presi tutti insieme, i trasgressori comuni hanno una responsabilità un po’ più grande, per le conseguenze che possono determinare. Come l’insieme di quelli che, al principio del lockdown, sono scappati dal nord per andare al sud. O quelli che si sono messi in coda sulle autostrade per le vacanze di Pasqua. È come la responsabilità dei piccoli evasori fiscali: moralmente inferiore a quella dei grandi evasori, ma capace alla fine di sottrarre ingenti somme all’erario.

Evasione fiscale, abusivismo edilizio, lavoro sommerso, criminalità organizzata, fanno pensare che di una parte dei cittadini non ci si possa fidare molto. Quindi, che la lamentela di non essere trattati come adulti responsabili sia poco giustificata. D’altra parte, la responsabilità richiede consapevolezza, che a sua volta richiede tempo ed esperienza. Mentre il contrasto alla pandemia è anche una lotta contro il tempo. Così, un minimo di imposizione è necessaria.

Sanzionare i trasgressori non è caccia agli untori

Ciò nonostante, una parte importante del paese, forse più della metà, è rimasta in movimento. La severità del lockdown italiano ha avuto molte deroghe ed eccezioni, oltre la scappatoia dell’autocertificazione. Controlli e sanzioni sono stati limitati. È possibile ci siano state sanzioni ingiuste, esagerate, abusive. Ma la loro enfatizzazione, vuole rappresentare una improbabile repressione generalizzata: la realtà della caccia agli untori. In realtà, in Italia, le autorità e il paese sono stati molto tolleranti con chi ha violato le regole.

Stigmatizzare o sanzionare un trasgressore colto in flagranza è normale e pure giusto. Occorre farlo in modo civile, con tutta la comprensione del caso. Un tale può pensare che se la strada è deserta, la sua passeggiata non fa del male a nessuno. A condizione che gli altri non abbiano la sua stessa idea. Può aver senso sanzionarlo da un punto di vista rigoroso, meno da un punto di vista indulgente. Come che sia, la sua sanzione non c’entra niente con la caccia agli untori.

Gli untori manzoniani erano sospettati sulla base di nulla, di aver diffuso la peste, perché appartenevano al gruppo religioso, politico, familiare sbagliato. Ed erano condannati alla morte o alla tortura. Qualcosa di approssimabile abbiamo visto nelle aggressioni iniziali a cittadini cinesi accusati di portare il virus. Ma sotto il lockdown abbiamo visto solo qualche episodio di multe o aggressioni verbali persone che hanno mostrato un comportamento illecito o inopportuno. La retorica della caccia agli untori forse è un allarme troppo sensibile, magari in buona fede. Ma tante volte finisce per voler sottrarre il trasgressore comune alla pubblica disprovazione, anche se è meritata.

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