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Confini chiusi (o meno aperti) nel mondo (e nelle città) della pandemia

Divisori protettivi - Confini chiusi o meno aperti nel mondo e nelle città della pandemia

Mi sono sempre sentito universalista e cosmopolita: la mia patria è il mondo intero. Ma come posso nel mondo della pandemia oppormi ai confini chiusi? Per evitare di diffondere il virus, le persone devono smettere di viaggiare. Salvo le trasferte indispensabili di scienziati, medici, giornalisti, politici, imprenditori. Come desidera Yuval Noah Harari.

Non voglio l’isolamento politico e morale delle nazioni e nelle nazioni a danno della solidarietà e dello scambio globale. Immagino un isolamento solo fisico per il tempo necessario. Con uno scambio che prosegue grazie alle interazioni tecnologiche, sempre più evolute. Senza disdegnare i vecchi dispositivi che possono essere recuperati. Radio, televisione, e libri di altri paesi. La stessa lotta alla pandemia richiede il confronto e la condivisione internazionale di dati scientifici, strategie e pratiche sanitarie, piani urbani e territoriali. Al fine di perseguire il primato del principio sanitario, per rendere possibile nel prossimo futuro ogni altro altro principio.

Anche per questo, occorre da subito essere accoglienti con quelli che ci hanno già raggiunto o riusciranno a raggiungerci. Senza contare quelli che dovremo salvare in mare. Non potremo più permetterci persone in clandestinità. Dovremo regolarizzare tutti, per monitorare tutti. Tutelare dall’epidemia gli stranieri presenti sul nostro territorio, significa tutelare loro e noi stessi insieme.

Confini chiusi (o meno aperti) nei paesi e nelle città

Peraltro, a fini esclusivamente sanitari, mi sembra sensato, attuare un relativo confinamento anche all’interno delle nazioni. Confini chiusi tra regioni, città, quartieri, case. Come dentro scuole, uffici, fabbriche, mezzi di trasporto, bar, ristoranti, spiagge, persone. Pannelli divisori, distanziamenti, mascherine. Penso a un ritmo di vita più lento, dove si mantengono le distanze e si raggiungono luoghi più vicini a dove abitiamo. Tipo la città del quarto d’ora. Invece di attraversare tutta la città, per andare a fare la spesa, a scuola, al lavoro, in palestra. Meno ci spostiamo noi, meno si sposta il virus. Così, i mezzi pubblici potranno rimanere semivuoti, con i passeggeri a distanza di sicurezza.

Per gli spostamenti più frequenti e le distanze più lontane, il mezzo ideale che vedo è la bicicletta. Sarebbe, infatti, troppo inquinante trasformare gli utenti di troppo dei mezzi pubblici in automobilisti. Forse il volto sconosciuto giunto da un’altra città, un altro quartiere ci susciterà diffidenza. Ma è possibile che una vita più raccolta nei nostri caseggiati, ricostruisca nel quartiere un tessuto comunitario. Tale da permetterci di conoscere meglio il territorio e la sua popolazione, così da sentirci più sicuri.

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