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Lockdown per il Covid-19. L’ansia per la ripresa

Lockdown

I numeri dei contagiati e dei decessi sono migliorati. Soprattutto, è calata la pressione sui reparti di terapia intensiva. Ciò fa ritenere che si possa concludere il lockdown e iniziare a pensare alla ripresa. La cosiddetta fase 2. Una fase molto sollecitata dalla Confindustria e da altri impazienti, che in vario modo invocano una data, un’orizzonte, un tempo certo. Quando?

La provincia dell’Hubei in Cina è stata chiusa il 23 gennaio. Ha riaperto il 25 marzo. Wuhan, la capitale, riaprirà l’8 aprile. Due mesi, due mesi e mezzo di lockdown. Probabile che questo sia il tempo necessario anche per l’Italia e la Lombardia.

La teoria R=0 decide il lockdown

Il criterio medico-scientifico non indica una scadenza astratta e convenzionale, magari coincidente con una festività. Si basa sulla teoria “R con zero”. Cioè, l’indice di contagio inferiore a uno. Che si ha quando una persona infetta meno di un’altra persona. Prima delle misure restrittive, in Lombardia si aveva un indice R0=4. Una persona ne infettava altre quattro, nell’arco della durata dell’infezione. Ne consegue un aumento esponenziale dei contagi.

Senza un vaccino, è impossibile ridurre la probabilità di trasmissione. Senza un farmaco è impossibile ridurre la durata dell’infezione. Rimane la possibilità di ridurre il tasso di contagio: il numero di quanti sono contagiati da uno. Perciò, la separazione delle persone, con il blocco delle attività e lo stare a casa.

La pressione negativa della Confindustria

Tuttavia, date le pressioni confindustriali e libertarie, è possibile che il governo non si limiti a tener conto del solo criterio medico-scientifico. Come, in fondo, è successo fin d’ora, con i ritardi, le lentezze e i gradualismi del lockdown, per non dire delle omissioni, come nel caso di Alzano e Nembro.

La fretta per la data di riapertura, si esprime anche con l’invocazione di un piano per la ripresa. Tutto questo parlare di ripresa è negativo, perché allenta il rispetto del lockdown. Molta gente è ancora in giro, forse il 40%, ed è in aumento. Soprattutto per lavorare. Prima del piano occorre l’idea di cosa è più importante, perché a qualcosa bisogna rinunciare.

Scegliere la priorità

Stare a casa al sicuro, significa rinunciare a guadagnare ed essere liberi. Tornare a uscire in modo graduale e in sicurezza, vuol dire dover essere controllati, quindi rinunciare alla privacy. Salvaguardare in primo luogo l’economia, la libertà, la privacy, implica cinicamente sacrificare la salute e la vita.

Una scelta equilibrata tra tutti questi valori non siamo in grado di farla, perché non abbiamo i vaccini per prevenire e i farmaci per trattare la malattia. Quando l’equilibrio lo si cerca senza trovarlo, si finisce per oscillare da una priorità all’altra, con l’effetto di compiere lo stesso una scelta. Una scelta inconsapevole. Nel caso, la più probabile sarebbe la scelta di sacrificare la salute.

La scelta della salute come priorità, sul lungo periodo, mette probabilmente in ordine anche le altre convenienze. Lo spiega Paul Krugman, premio Nobel per l’economia nel 2008. Non bisogna perdere tempo, ma non bisogna neppure avere fretta di ripartire. Ai tempi dell’influenza spagnola, le regioni che hanno attuato un lockdown più lungo, sono quelle che hanno guadagnato di più nella ripresa.

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