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La metafora della guerra nel contrasto alla pandemia Covid-19

La metafora della guerra e la pandemia Covid-19

Leader politici e giornalisti usano la metafora della guerra per rappresentare l’emergenza della pandemia Covid-19. Questa rappresentazione suscita critiche. Per esempio, quelle di Anna Maria Testa, la quale, su Internazionale, cita e commenta altri autori altrettanto critici.

L’esperta di comunicazione dice che il linguaggio bellico usa parole imprecise e fuorvianti, per far comprendere la pandemia. Ci rende docili, obbedienti e, in futuro, vittime designate. La guerra è il tempo dell’odio, quello di oggi invece è il tempo della vicinanza e della solidarietà. Mentre nel contrasto, epidemia e guerra hanno vari punti di contatto, l’azione di prevenzione è diversa e per molti versi opposta. I termini “malattia”, “epidemia”, “infezione”, “virus”, “contagio” sono essi stessi impiegati come metafore potenti. E allora, perché diavolo sentiamo il bisogno di mascherare con una metafora una realtà che ha attributi così forti e drammatici da essere essi stessi usati come metafore? Non è una guerra ed è pericoloso pensare che lo sia perché in questa cornice risultano legittimate derive autoritarie.

Per parte mia, condivido lo spirito filologico, pacifista, democratico delle critiche di Anna Maria Testa e di altri come lei. Soprattutto condivido le sue preoccupazioni. È bene tenerle presenti. Tuttavia, non mi sento d’accordo con lei.

La metafora della guerra è incisiva

La metafora della guerra usa parole imprecise. Ha ragione. Ma questo succede in qualsiasi ragionamento per analogia. Per far comprendere una cosa nuova o sconosciuta, la si rappresenta con la mediazione di una cosa vecchia o conosciuta. Certo, non c’è identità, esattezza, precisione. C’è l’approssimazione, per provare a rendere un po’ noto l’ignoto. Perché si capisca l’essenziale. Cos’è l’essenziale della pandemia? Siamo in grave pericolo, dobbiamo fare fronte comune, per difenderci.

Questo ci rende docili, obbedienti e vittime designate? Se comprendiamo il pericolo e la necessità di scongiurarlo, aderiremo convinti alle misure necessarie. Saremo quindi consapevoli, non obbedienti. Ma se non comprendiamo? Tra decine di milioni, una parte non capirà o capirà tardi. C’è il tempo di spiegare e convincere, nel raggio temporale di una emergenza? Probabilmente no, bisogna dettare restrizioni e sanzionare i trasgressori, per prevenire subito il peggio. Salvare migliaia di vite umane. È brutto, ma l’alternativa è dare la precedenza ad altri valori, variamente individuali, liberali ed economici. Cioè lasciare che una parte di noi sia vittima designata nell’immediato.

La vicinanza e la solidarietà sono valori spontanei. Una parte è solidale, un’altra no, un’altra un po’ si, un po’ no. Si può affidare il contrasto di una pandemia alla spontaneo buon senso solidale di una popolazione? Per una buona parte si può, ma è sufficiente la parte che manca per far dilagare il contagio. Ed è naturale che dentro l’emergenza, ci sia un conflitto tra noi. Tra chi reputa più importante la salute e chi un’altra cosa: la libertà, la privacy, i soldi. Tra chi si sente vulnerabile e chi invulnerabile, perché giovane, sano, fortunato. Possiamo permettere il conflitto dentro un’emergenza che espone decine, centinaia di migliaia di noi alla morte? Penso di no. Per questo dovremo scontare anche un po’ di odio tra noi.

I democratici si dimostrino più efficaci dell’autoritarismo

La prevenzione di una epidemia vuole metodi diversi da quelli di una guerra, ma adesso siamo nella fase del contrasto. La fase che ha punti di contatto tra epidemia e guerra. Il virus è un’entità nemica, perché può ucciderci a milioni. Ha iniziato a farlo in modo sorprendente e rapido, in aumento esponenziale. Senza odiarci, ma è rilevante? Per non farci distruggere dobbiamo distruggerlo o neutralizzarlo. Se con il virus dovremo convivere a lungo, la guerra diventa una guerriglia.

Che malattia, epidemia, contagio, virus siano essi stessi usati come metafore frequenti, non vuol dire che esprimano un linguaggio potente pari alla retorica bellica. Perché, nella loro drammaticità rimangono immagini ancora troppo ordinarie. Tanto è vero che per due mesi, l’analogia con le epidemie di raffreddore e influenza, o della Sars, ci hanno portato a sottovalutare. Non a prevedere quello che stava per succedere.

Negare una realtà, per le sue possibili conseguenze negative, è un modo per immunizzarsi dalla realtà. Invece di gestirla al meglio. Ogni emergenza, così come le analogie tra epidemia e guerra, possono favorire l’autoritarismo. Possono. In Europa, un leader usa la metafora della guerra, per farsi attribuire pieni poteri. Gli altri restano nei confini delle rispettive costituzioni. Dunque c’è l’uso e l’abuso. Il modo per impedire l’abuso, non è metaforico o retorico, specie se non si possiedono metafore e retoriche più comunicative di quelle belliche. Il modo è mostrare che la democrazia può essere efficace, meglio dell’autoritarismo. Ciò richiede di riconoscere le questioni e le soluzioni necessarie e di mettere da parte le preoccupazioni ideologiche.

Le analogie tra epidemia e guerra

È pur vero, che la metafora della guerra ha tra le sue conseguenze negative anche una illusione: gli irresponsabili possono credersi pacifisti. Tuttavia, le analogie con la guerra esistono. Esse riguardano le necessità di un comando e una organizzazione centralizzata, un pensiero strategico, una disciplina militare. L’ottimizzazione e razionalizzazione delle risorse, la focalizzazione su un solo obiettivo e le relative riconversioni. Pensiamo alle produzioni di vario tipo, che si mettono a fabbricare mascherine o agli alberghi che si trasformano in ospedali). Soprattutto riguarda la necessità di non perdere tempo. Se ho visto una colpa nei governanti, negli amministratori, nei dirigenti, non è stata la volontà di approfittare della situazione per essere autoritari. Ma la paura di esserlo, con tutte le esitazioni, i gradualismi e le lentezze conseguenti. Lo disse il generale Douglas MacArthur: le battaglie perse si spiegano con due parole: “Troppo tardi”.

L’Harvard Business Review ha dedicato un’analisi alla condotta italiana di contrasto al coronavirus. Dai resoconti che ho letto, la trovo molto convincente. Questo è quello del Post. “L’esperienza italiana insegna comunque che dinanzi a una crescita quasi esponenziale di un’epidemia non ci sia tempo da perdere. E che da una crisi come quella posta dalla COVID-19 si può uscire solamente con un approccio simile alla mobilitazione in tempo di guerra. In termini di risorse economiche e umane dedicate all’emergenza”.

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