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Contenere il contagio. La responsabilità dei leader diffusi

Contenere il contagio - Le zone rosse

Il governo ha chiuso la Lombardia e quattordici province, al fine di contenere il contagio di Coronavirus. Prima che si diffonda nelle grandi città. Il nuovo decreto del governo, che ha esteso le zone rosse, con alcune incertezze interpretative, si è reso necessario, per due ragioni.

La prima ragione è quella di considerare l’eccessivo stress delle strutture sanitarie. Al Nord non ce la fanno più a sistemare in terapia intensiva i malati di polmonite. Lo ha detto in modo chiaro una rianimatrice in video: state a casa, perché non abbiamo abbastanza respiratori. Quando saranno finiti i respiratori, dovremo bloccare le sale operatorie e rinviare le operazioni chirurgiche non urgenti. Se il contagio si diffondesse al Sud, dove il sistema sanitario è più fragile, la situazione sarebbe ancora peggiore.

La seconda ragione è la sottovalutazione popolare. La cittadinanza non si sta autogovernando e non segue le raccomandazioni delle autorità politiche e sanitarie. Sono significative le immagini diffuse ieri che mostrano, a Milano, i Navigli e Corso Buenos Aires. Vie e corsi brulicanti di persone a fare lo struscio e ad affollare i locali. Come pure la varie iniziative e manifestazioni in giro per l’Italia. O gli affollamenti su funivie e piste da sci, che implicano assembramenti in spazi ristretti.

Contenere il contagio. L’ostacolo degli individualisti, fatalisti, scettici e delle persone fedeli ai loro leader affettivi

C’è l’idea che gli italiani siano individualisti, fatalisti e poco inclini a seguire le regole. Nelle conversazioni, capita di ascoltare discorsi scettici e persino negazionisti, pure da parte di persone colte e intelligenti, con tutto un repertorio di diversivi. Da quelli preoccupati per l’economia, a quelli preoccupati per la libertà, per finire con quelli che fanno il confronto rassicurante con altre malattie. Infezioni e malanni più letali nel passato o meno osservati nel presente. Come se il sistema immunitario, inesistente contro il Coronavirus, si facesse resistente alla presa d’atto della realtà. Della diffusione del contagio, del suo aumento esponenziale, degli aggravamenti e delle morti, dei limiti del servizio sanitario.

Oltre all’individualismo e al fatalismo, c’è la fedeltà al gruppo di appartenenza e al suo leader. Spesso, quando dobbiamo compiere una scelta, decidere come comportarci, prendiamo a modello l’esempio di qualcuno. Una personalità che ha ascendenza su di noi, autorità nella nostra rete di relazioni. È la nostra o il nostro leader più prossimo e familiare. Il leader affettivo. In famiglia, a scuola, nella cultura, sul lavoro, in politica, nello sport. Insieme fanno la moltitudine dei capi-gruppo, capi tribù, leader diffusi. Se questa moltitudine non è bene orientata, la collettività prende la direzione sbagliata. La sottovalutazione o l’estremo opposto: il panico. Come l’assalto serale dalla Stazione di Milano per tornare al Sud, con il rischio di potare il contagio in meridione. I governatori meridionali chiedono, infatti. la quarantena, per chi scende dai treni provenienti dalle zone rosse.

Necessarie le imposizioni

Il guaio è che nell’emergenza, può mancare il tempo di orientare, di formare il giusto senso civico. Allora, sono necessarie le decisioni d’autorità, le imposizioni e le sanzioni. In modo graduale, il governo procede in questo senso. Decide ogni volta una restrizione più ampia e più forte. Seppure preveda poi, però, varie generiche eccezioni per ogni norma restrittiva. Eccezioni che dovranno venir meno, se le restrizioni si riveleranno insufficienti.

C’è chi si preoccupa dello sdoganamento dei modelli di controllo e di dominio, che approfitta delle emergenze, compresa questa del contagio. Una preoccupazione da tener presente, ma da non usare come ostacolo. La priorità è contenere e fermare il contagio. Un contagio che può fare una strage di anziani. Ci sarà tempo e modo, poi, da sopravvissuti di rimediare agli eventuali danni inflitti alla libertà.

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