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La critica alla globalizzazione

Karl Marx - Il manifesto del Partito Comunista - Per una critica alla globalizzazione

Con il tempo è cambiato il segno della critica alla globalizzazione. Vent’anni fa, il segno era di sinistra. Se ti opponevi alla globalizzazione, ti opponevi al neoliberismo, al moderno capitalismo finanziario, allo sfruttamento dei paesi poveri, ed eri un rivoluzionario. Oggi, il segno è di destra. Se ti opponi alla globalizzazione, ti opponi ai migranti, al cosmopolitismo, all’Europa e sei un reazionario. Vent’anni fa, gli antiglobal erano i movimenti della sinistra antagonista e anticapitalista. Oggi, sono le estreme destre xenofobe del populismo e del sovranismo. Il leader antiglobal in Italia era Fausto Bertinotti. Oggi, Matteo Salvini.

Il cambio di segno, non dovrebbe far venir meno la critica alla globalizzazione, nella misura in cui essa provoca squilibri e diseguaglianze. O gravi conseguenze, come le crisi finanziarie, le migrazioni e le pandemie. Tuttavia, nelle persone di sinistra, la critica rischia di venir meno, non in modo deterministico, ma per abitudine. Oggi, non mi succede più di leggere tutti i giorni articoli contro la globalizzazione. Di partecipare a riunioni e iniziative contro la globalizzazione. Non respiro più quotidianamente un clima antiglobal. Respiro la paura del fascismo, della xenofobia, del razzismo. Sono rimasto comunista, ma la mia fase attuale non è quella dell’antiliberismo, bensì del frontismo. I liberali sono i miei alleati. O, almeno, così m’illudo che sia.

Forse, c’era un difetto in origine nella critica alla globalizzazione mossa dalle sinistre antagoniste. Un difetto intuito nel tentativo di chiamarci in modo diverso. Invece di antiglobal, newglobal. Alcuni nostri avversari o amici della sinistra più moderata, ce lo facevano notare. Karl Marx era un fautore della globalizzazione.

La critica alla globalizzazione per un socialismo globale

La borghesia ha avuto nella storia una parte sommamente rivoluzionaria. (…)

Il bisogno di uno smercio sempre più esteso per i suoi prodotti sospinge la borghesia a percorrere tutto il globo terrestre. Dappertutto deve annidarsi, dappertutto deve costruire le sue basi, dappertutto deve creare relazioni.

Con lo sfruttamento del mercato mondiale la borghesia ha dato un’impronta cosmopolitica alla produzione e al consumo di tutti i paesi. Ha tolto di sotto i piedi dell’industria il suo terreno nazionale, con gran rammarico dei reazionari. Le antichissime industrie nazionali sono state distrutte, e ancora adesso vengono distrutte ogni giorno. Vengono soppiantate da industrie nuove, la cui introduzione diventa questione di vita o di morte per tutte le nazioni civili, da industrie che non lavorano più soltanto le materie prime del luogo, ma delle zone più remote, e i cui prodotti non vengono consumati solo dal paese stesso, ma anche in tutte le parti del mondo.

Ai vecchi bisogni, soddisfatti con i prodotti del paese, subentrano bisogni nuovi, che per essere soddisfatti esigono i prodotti dei paesi e dei climi più lontani. All’antica autosufficienza e all’antico isolamento locali e nazionali subentra uno scambio universale, una interdipendenza universale fra le nazioni. E come per la produzione materiale, così per quella intellettuale. I prodotti intellettuali delle singole nazioni divengono bene comune. L’unilateralità e la ristrettezza nazionali divengono sempre più impossibili, e dalle molte letterature nazionali e locali si forma una letteratura mondiale. (…)

(Karl Marx e Friedrich Engels – Il manifesto del Partito Comunista – Borghesi e proletari)

In effetti, la critica alla globalizzazione può indicare due prospettive: la restaurazione delle sovranità nazionali e dei protezionismi. Oppure, la trasformazione democratica della globalizzazione. Il recupero dei valori dell’internazionalismo. La critica alla globalizzazione neoliberista, per un socialismo globale.

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