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La libertà irresponsabile di rappresentare la violenza

La libertà irresponsabile di rappresentare la violenza - Gessica Notaro vs Junior Cally
“Io e Junior Cally abbiamo una cosa in comune: entrambi indossiamo una maschera. Ma lui la usa per fare show e idolatrare la violenza, io per per rimediare ai danni della violenza subita” – Ansa

L’argomento più incoerente in difesa delle rappresentazioni della violenza è quello della libertà. Una libertà irresponsabile. Dalla manifestazione fascista alla canzone sessista, il volerla ammettere nello spazio pubblico è, da qualcuno e più di uno, giustificato come condizione della libertà di tutti.

Ma la libertà non è unica e armoniosa. Esistono conflitti di libertà ed esiste la fatica di stabilire cosa sia ammissibile e cosa no. O nel senso di bocciare o nel senso di non promuovere.

La violenza serve a questo: a negare il conflitto. A limitare, annullare la libertà delle vittime (una persona, un gruppo, un intero genere sessuale). La violenza fascista nega la libertà degli oppositori politici. Quella razzista la libertà dei neri, delle minoranze etniche o culturali. La violenza sessista nega la libertà delle donne.

La violenza simbolica è violenza psicologica. Serve la violenza fisica diretta, nel produrre un immaginario violento, nel normalizzare, nell’intimidire, nell’incitare.

Nel caso della violenza maschile contro le donne, la violenza rappresentata in modo neutrale nello spettacolo è la beffa che si aggiunge al danno. Gli uomini violentano e uccidono le donne. Poi ci cantano e ci recitano sopra.

Il maschio falso neutro

Un discorso liberale e garantista direbbe: liberi gli uomini di offendere le donne, libere le donne di difendersi. Sarebbe ingiusto, perché indifferente ai rapporti di forza, ma sarebbe almeno coerente. I discorsi pseudo libertari invece difendono la libertà di offendere e negano quella di difendersi. Aderiscono al punto di vista del violento o del suo rappresentante. L’offesa è libertà d’espressione, la difesa è censura autoritaria.

Spesso si tratta di un uomo che difende la libertà di un altro uomo di offendere le donne. Lui non è esplicito e consapevole, ma travestito nell’essere umano neutro i cui pensieri vuol far discendere da principi e leggi universali.

Fino a brandire la norma giuridica: vale il codice penale, vale la Costituzione! Così, su quel che la legge ammette non c’è da obiettare. A garanzia delle rappresentazioni violente, però. Non a garanzia delle proteste, delle critiche, delle richieste di scuse, seppure assolutamente legali.

Quando la libertà d’espressione non pare un pretesto sufficiente, lo si rinforza con altri pretesti: l’arte, la satira, la goliardia. Con tanti esempi della storia precedente. Chi si muove nei confini di un vecchio paradigma, non concepisce che il paradigma possa cambiare, che quel che si è sempre accettato ora non lo si accetti più.

La libertà irresponsabile della stampa

Tra i pretesti potrebbe starci anche la libertà di stampa, nel raccontare i femminicidi. A Piossasco un uomo ha ucciso sua moglie e poi si è suicidato. La Repubblica rappresenta il fatto come un “dramma all’alba“. Poi riesce a fare un occhiello che rappresenta il femminicida in modo romantico: “Sono stati trovati a terra, lui riverso su di lei, come se avesse voluto proteggerla, dopo averle tolto la vita“. La Stampa rappresenta il fatto con i soliti luoghi comuni ispirati alla confusione tra conflitto e violenza e al raptus.

Esiste un lungo dibattito sul modo in cui i media rappresentano i femminicidi e la violenza maschile contro le donne. Decaloghi, denunce, compagna di sensibilizzazione. Eppure ancora molti giornali insistono nel romanzare le cronache e nell’empatizzare con il femminicida. Ai sensi dell’articolo 21 della Costituzione è tutto lecito, rientra nella libertà di stampa.

Ma la Costituzione non toglie nulla alla responsabilità, anzi alla irresponsabilità, di questo genere di racconti e rappresentazioni, in un paese segnato dalla violenza sessista. Dove una donna è uccisa ogni due giorni, undici donne sono stuprate ogni giorno e quarantamila donne segnalano ogni anno di aver subito violenza tra le pareti domestiche.

Certo, se un uomo è libero di rappresentare in modo irresponsabile la violenza, anche una donna può farlo. E in questo senso, la sua libertà irresponsabile è condizione della medesima libertà irresponsabile di lei. Ma non della libertà femminile di uscire di casa, di rientrare tardi la sera, di muoversi tra le mure domestiche senza provare paura o disagio, di rompere una relazione, senza rischiare la vita, di essere ciò che lei vuole.

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