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Festival di Sanremo 2020. Il sessismo non fa (ancora) un passo indietro

Junior Cally, cantante in gara al Festival di Sanremo 2020, interprete di Strega.

Sembrava un Festival di Sanremo ben orientato. Con l’invito a Rula Jebreal, una giornalista internazionale, a parlare contro la violenza sulle donne. Peraltro, un Festival con molte presenze femminili. Presentate però con varie gaffe. Il direttore artistico, Amadeus, mostra di saperle apprezzare solo perché belle, bellissime, sexy. Addirittura, valorizza Francesca Sofia Novello, perché fidanzata con Valentino Rossi, un grande uomo, e per la sua capacità di stare un passo indietro rispetto a lui. Il conduttore si è difeso dalle accuse di sessismo. Ha dichiarato di adorare le donne. Tuttavia, molti adorano i cani, i gatti, i canarini, i criceti, i pesci rossi. L’adorazione non è un sentimento egualitario. Non implica necessariamente riconoscimento e rispetto.

Poi si è aggiunta la partecipazione di un cantante rapper di nome Junior Cally, autore di testi misogini e violenti, in particolare la canzone Strega. La canzone che canterà sul palco dell’Ariston sarà pulita, ma promuovere un cantante al Festival di Sanremo significa promuovere tutta la sua produzione. Una protesta quasi unanime chiede tuttora di escluderlo dal Festival. In questo senso si sono espressi il presidente della Rai, alcuni segretari di partito, il presidente della Regione Liguria, un gruppo di donne parlamentari e tante persone comuni sui social media. C’è anche una petizione che ha raccolto 50 mila firme. La contestazione diffusa è soprattutto femminile. Ma Amadeus è contrario e pare avere dalla sua il regolamento del Festival, che non prevede di poter escludere un cantante già in corsa.

Gli argomenti in difesa della partecipazione del rapper al Festival di Sanremo 2020

A sostegno del cantante, non mancano i difensori con la loro rassegna di argomenti, tipo questi.

  • La censura è sbagliata, mina la libertà d’espressione.
  • La violenza è un codice del rap e dell’hip hop, ma è solo una finzione artistica, non provoca violenza nella realtà, ed è interpretata anche da alcune donne.
  • Esistono produzioni precedenti che hanno interpretato la violenza, magari in forma più soft, non solo nella musica, anche nel cinema, nella televisione, nei libri.
  • Bisogna tollerare la trasgressione della morale (dominante), la ribellione al politically correct, specie se la provocazione è di origine umile e proletaria.

Non so dire con certezza se sul piano tattico, chiedere l’esclusione del cantante dal Festival di Sanremo sia la mossa più giusta, utile ed efficace. Mentre una battaglia è in atto, se ne condivido i contenuti di fondo, preferisco non distinguermi. Ad ogni modo, trovo che gli argomenti contrari non siano ragioni valide, ma solo delle scuse.

Non si tratta di censura, ma di selezione. Il cantante può fare i suoi concerti e vendere le sue canzoni. Se partecipa lui al Festival di Sanremo, esclude un altro. Perché preferire lui, dati i suoi testi e le sue giustificazioni? Dice che il suo pensiero è contro la violenza, mentre la sua arte racconta la realtà. Tuttavia, l’arte esprime la verità soggettiva dell’autore, il suo inconscio, oppure il suo opportunismo se vuole solo dare sfogo alle pulsioni del pubblico.

Maschi che vogliono essere e restare «fatti così»

Che il rap sia fatto così, con un codice violento, pare la declinazione particolare del principio generale: gli uomini sono fatti così. Ciò esprime solo il rifiuto di cambiare, non l’impossibilità di farlo. Il movimento Non una di meno ha scritto, due anni fa, una lettera aperta agli artisti rap, perché aprano una riflessione su di sé, sul sessismo dei loro testi, recitati senza alcun filtro critico.

Il punto non è genericamente la violenza, il cattivo gusto, la volgarità, il turpiloquio, ma precisamente la violenza maschile contro le donne. È una finzione? Alimenta, riproduce, rinforza un immaginario, una condizione favorevole alla violenza vera, simbolica, psicologica. Se non la provoca in modo deterministico, la normalizza, addirittura pretende di ammantarla di antagonismo. Qualche interpretazione femminile rap non ne cambia il senso. Il rapporto tra i sessi è un rapporto di potere. In un sistema di potere, alcuni degli elementi subordinati, per sopravvivere, per emergere, o per persuasione, assumono e interpretano il codice del gruppo dominante.

I precedenti riguardano anche le possibilità di cambiamento. I film western, per esempio, dalle origini e per molto tempo hanno rappresentato il conflitto tra cowboy bianchi buoni e indiani pellerossa cattivi. A un certo punto, abbiamo preso coscienza di aver commesso un genocidio dei popoli nativi delle Americhe ed abbiamo iniziato a vergognarci di raccontare quella storia in quel modo. Così i pellerossa sono spariti dai film western e quando sono ricomparsi abbiamo voluto rappresentarli in una luce migliore. Perché, quando vogliamo trasgredire o provocare, ancora non ci vergogniamo di usare le donne come punching-ball emotivo? Eppure siamo coscienti degli stupri, dei maltrattamenti familiari, della violenza domestica, delle discriminazioni, dello sfruttamento della prostituzione, dei femminicidi. Cioè, siamo coscienti (forse) noi uomini di esserne responsabili. Come possiamo credere di poter fare la parte degli interpreti neutrali?

Immorali autentici contro la doppia morale?

Il rifiuto della violenza maschile contro le donne, non è ancora propriamente la morale dominante. Siamo nella transizione. Non esiste più il delitto d’onore nel codice penale, ma esiste il delitto passionale, il raptus o qualche altra forma di attenuante nel codice narrativo. Il potere maschile è in declino. Alcuni uomini ne sono contenti, altri indifferenti, altri fanno resistenza. Difendere il diritto di offendere le donne, per libertà, arte, satira, trasgressione, provocazione, o per qualsiasi altro pretesto, esprime questa resistenza, anche se si spaccia per opposizione alla morale corrente o al moralismo.

Un effetto del cambiamento è l’incrinarsi della doppia morale. Quella sintetizzata nel tweet di Matteo Salvini: le donne non le insulti al Festival di Sanremo, le insulti a casa tua. In verità, Junior Cally farà proprio come dice il leader leghista. All’Ariston canterà in modo educato o compatibile, nei suoi concerti canterà la violenza. Alla fine, pure lui aderisce alla doppia morale. Tuttavia, la componente salviniana ipocrita e moralista presente in una parte della contestazione contro il rapper, può dare a lui e ai suoi sostenitori l’impressione di essere dalla parte della ribellione. Rivoluzionario però non è portare l’offesa sessista dappertutto (o farlo credere), ma rispettare le donne ovunque. Se il rispetto non è eccitante, parliamo della nostra sessualità, della sessualità maschile, senza ripararci dietro analisi e interpretazioni che pretendono di essere neutre, oggettive e contestualizzanti. D’altra parte, il moralismo e un certo modo di trasgredire vanno perfettamente insieme. Cosa c’è di più moralista che dare della troia a una donna?

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3 commenti su “Festival di Sanremo 2020. Il sessismo non fa (ancora) un passo indietro”