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Soleimani, il suo omicidio «mirato» un atto illegale

Qasem Soleimani - Comandante delle Guardie della Rivoluzione islamica

L’uccisione americana del capo militare dell’Iran, Qasem Soleimani, è stato un atto illegale. Un crimine di guerra, senza dichiarare guerra. Non serviva per prevenire un pericolo imminente; né per rispondere in modo proporzionato ad un torto subito. Il giudizio sulla vittima o sul regime degli ayatollah, può essere negativo e anche molto. Tuttavia, l’eliminazione violenta del comandante iraniano si configura come un omicidio «mirato». Oltre che indifferente alla sorte delle persone circostanti il bersaglio umano, tanto da provocare sette morti. Una pratica terroristica di giustizia sommaria o di rappresaglia mafiosa, contraria ad ogni principio di legittimità.

Gli Usa sono un paese liberale e democratico, nostro alleato. Tuttavia, ciò non giustifica i loro abusi e crimini. Anzi, ne aggrava il giudizio, per il discredito che ne deriva. Uno stato liberaldemocratico coerente si ispira ai suoi valori nella relazioni internazionali, anche in quelle conflittuali, e agisce per costruire e consolidare un diritto internazionale. Non per violarlo secondo il proprio immediato interesse. O il proprio capriccio. Inoltre, agisce con correttezza: al suo interno, nel rispetto della divisione dei poteri e all’esterno, nel rispetto dei suoi alleati e degli organismi internazionali. L’ordine di uccidere Soleimani, attribuito dal Pentagono al presidente Trump, ha scavalcato la consultazione del congresso americano. Come pure dei suoi alleati, tra cui l’Italia, nonostante essi siano esposti in Iraq a probabili rappresaglie. L’Iraq, il paese teatro dell’assassinio di Soleimani, è uno stato sovrano, ma neppure il governo iracheno è stato consultato o anche solo avvertito.

Perché uccidere Soleimani?

Quale razionalità stia dietro la decisione americana di colpire Qasem Soleimani, per adesso s’ignora. Forse ragioni di politica interna, in relazione all’impeachment e alla campagna elettorale per le prossime elezioni presidenziali; oppure ragioni di geopolitica, in relazione alla volontà americana di contenere l’Iran in Medio Oriente a vantaggio dell’Arabia Saudita, d’impedire il formarsi di una mezzaluna sciita, tra il Golfo Persico e il Mediterraneo, come vagheggia il direttore de La Stampa; o invece nessuna ragione in particolare, bensì improvvisazione e risentimento, magari perché le proteste contro l’ambasciata Usa a Baghdad hanno rievocato la presa in ostaggio 52 membri dell’ambasciata statunitense a Teheran nel 1979, o persino un errore involontario come ipotizzano alcuni analisti israeliani, secondo i quali l’obiettivo era solo Abu Mahdi al-Muhandis, capo della milizia di Kata’ib Hezbollah, rimasto anche lui ucciso nell’attentato.

A far dubitare della razionalità americana è la sproporzione del colpo, in rapporto alla dinamica degli eventi più recenti in Iraq. Una serie di attacchi missilistici di bassa intensità contro le basi statunitensi in Iraq imputati a milizie sciite filoiraniane. Un contractor americano rimasto ucciso. La reazione del Pentagono contro le basi di una milizia sciita filoiraniana, con decine di morti. A seguire, le proteste violente contro l’ambasciata americana a Baghdad. Quindi, l’omicidio americano di Soleimani. Eppure precedenti operazioni iraniane contro le petroliere nel Golfo; l’abbattimento di un veicolo aereo statunitense senza pilota; persino un grande attacco contro un impianto petrolifero saudita; sono passate senza una reazione diretta degli americani.

Ci si affida alla razionalità iraniana

Poiché uccidere il capo delle forze armate iraniane obbliga l’Iran a reagire, si può credere che scopo degli Usa sia trascinare l’Iran in una guerra aperta. Eppure gli americani, con l’intercessione dell’ambasciata Svizzera in Iran, avrebbero chiesto alla controparte di contenere la propria risposta. L’Iran ha messo in atto oggi una prima reazione, bombardando alcune basi americane, pare con la preoccupazione di non fare vittime, pur annunciandone ottanta, e il presidente Usa ha commentato: Tutto bene! La lettera di ritiro americana inviata al parlamento iracheno, poi smentita, ma dichiarata autentica, conferma lo stato confusionale dell’amministrazione Trump. Che il colpo americano non si inserisca in una strategia chiara, aumenta la percezione del pericolo in Medio Oriente. Salvo affidarsi alla razionalità iraniana.

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