Blog personale di politica e attualità

Corbyn non è stato il miglior alleato di Johnson

Jeremy Corbyn 2016

La sconfitta di Jeremy Corbyn, il 12 dicembre, alle elezioni legislative del Regno Unito, non dimostra che la sinistra estremista, pura e dura è la migliore alleata della destra e non è la prova definitiva dell’inefficacia della sinistra radicale. Può avere responsabilità contingenti nell’esito del voto, ma non è colpevole per definizione.

Le sinistre vincono o perdono insieme

L’alternativa liberal democratica c’era: con il 3,9%, un milione e 200 mila elettori, non è riuscita a eleggere neppure la sua leader, Nicola Sturgeon. Seppure sconfitto, il Labour di Corbyn ha ottenuto il 32,1%; con oltre dieci milioni di elettori, è il partito di sinistra più votato in Europa. Nelle elezioni legislative del 2017, sempre sotto la guida di Jeremy Corbyn, il Labour ha raggiunto il 40%, quasi 13 milioni di elettori. Il suo miglior risultato dal 1945, il suo primo progresso dal 1997.

La sinistra radicale, come qualsiasi altra area politica talvolta vince, talvolta perde. Se si pensa che il più delle volte perda, questo è vero per tutta la sinistra, per ogni movimento di cambiamento progressivo. Lo ricorda lo stesso Tony Blair, nel suo gran discorso: il Labour nel XX secolo ha vinto e governato poco. I rapporti competitivi tra le sinistre non sono un gioco a somma zero: in genere, vincono o perdono insieme.

Il Regno Unito e gli altri paesi europei sono stati governati dai moderati di destra o di sinistra. Se oggi avanza l’estrema destra, la responsabilità è di questi governi, non della sinistra radicale. Certo, la sinistra radicale da sola non è un argine sufficiente all’estrema destra. Nessuna forza democratica lo è. Potrebbe esserlo un’ampia alleanza democratica, capace di tradurre i suoi voti in seggi. Le forze opposte alla Brexit e al partito conservatore di Boris Johnson sono in maggioranza tra gli elettori britannici. Ma il sistema maggioritario uninominale, in forza del quale il primo prende tutto, assegna la maggioranza assoluta alla minoranza più forte. Quindi, occorre mettersi d’accordo prima, per una alleanza tra partiti democratici o per una desistenza nei singoli collegi.

Il Labour di Corbyn non è un partito vecchio

Il modo di essere del Labour di Jeremy Corbyn non fa da ostacolo a questa prospettiva. Non è un partito vecchio: ha la maggioranza tra i giovani, propone l’accesso gratuito alla banda larga, l’abolizione delle tasse universitarie, la settimana lavorativa di quattro giorni, una rivoluzione industriale verde. Non è un partito estremista. I concetti di estrema sinistra e sinistra radicale sono ormai usati per definire qualsiasi sinistra diversa dai liberali o persino dai liberisti. Ossia il socialismo. Proporre di investire nella scuola, nella sanità, per le case popolari; far pagare le tasse ai ricchi; aumentare il salario minimo; nazionalizzare i settori strategici dell’economia, i tasporti, l’ernergia, le poste, è semplicemente socialista.

Qualcosa di importante del socialismo va accolto. È quel che, in fondo, fanno i populisti, nel dare voce alle classi medie e lavoratrici penalizzate dalla globalizzazione e dall’austerity europea. Lo stesso Boris Johnson ha proposto di aumentare la spesa sociale. Invece la sinistra liberal democratica ha ancora difficoltà a mettere in discussione la sua politica degli anni ‘90 e duemila, le sue icone, Blair e Clinton.

Moderata o radicale, la sinistra, se vuole arginare l’estrema destra dei nuovi nazionalismi, deve porsi la questione dell’uguaglianza e della giustizia sociale. Porsela in modo diretto a sostegno della maggioranza dei poveri e degli impoveriti, invece di continuare ad affidarsi in modo indiretto allo sgocciolamento di una minoranza di ricchi agevolati. Può farlo senza assumere una parte rilevante del programma socialista di Jeremy Corbyn?