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Blog, ha senso crearne uno nel 2019-2020?

Blog WordPress

Ha senso aprire un blog nel 2019? Se lo scopo è comunicare, o di più, autopromuoversi, avere consenso, diventare popolare, crearsi una comunità, la risposta probabilmente è no, perché a tal fine sono ormai più efficaci i social media.

Dieci anni fa, il leader politico emergente, Beppe Grillo, usava il suo blog come principio organizzativo di un nuovo movimento politico. Oggi, il sito di Grillo è una fonte tra le altre, relativizzato nel suo stesso partito. Si dirà: è il declino del M5S. Tuttavia, i nuovi leader politici, campioni della rete, Matteo Salvini e Giorgia Meloni, si esprimono con i loro profili social, senza blog. Salvini ha tentato di sbarcare su Tik Tok, un social giapponese, molto frequentato dagli adolescenti; non risulta che abbia mai tentato qualcosa con WordPress.

Forse la propaganda di questi nuovi leader, fatta di battute ad effetto, fake news, gogne mediatiche, è adatta ai social, non ai blog. Eppure anche i leader che si esprimono con un linguaggio più civile e strutturato, si affidano ai social e non ai blog. Almeno, in Italia, per esempio Mara Carfagna. Negli Usa, mentre i repubblicani investono milioni su Facebook, i democratici usano molto Medium, un ibrido tra blog e social. Ci sono poi i vecchi blogger, quelli più famosi, o giornalisti, che via via hanno abbandonato il loro diario a favore dei social. oppure hanno diradato i loro aggiornamenti, mentre prima puntavano al post quotidiano.

Non si ha notizia della nascita recente di blog importanti; i motori di ricerca dedicati ai blog hanno chiuso, così come i siti che stilavano le classifiche dei blog più letti; autorevoli giornali riducono lo spazio dedicato ai blog, una tendenza discussa da anni. Resistono molti diari femministi, sintomo di un movimento che ha ancora molte ragioni da far valere. Eppure, uno dei più affermati tra essi, Il corpo delle donne di Lorella Zanardo, è rifluito in una pagina di facebook.

In difesa di una possibile, perdurante attualità del blogging, si trovano i suoi maestri e professionisti. Alcuni affermano che sarebbe solo finito il tempo in cui bastava aprire un blog per ottenere risultati. Oggi, a fronte di una concorrenza fortissima, occorre avere qualcosa da dire, che non sia già stato detto, o un progetto chiaro, come può averlo un’azienda, da realizzare con un lavoro, costante, disciplinato e pianificato. Ma anche così, a parità di fatica, il social rende più del blog. Almeno nel breve-medio periodo. Il blog pare dia più autorità e coinvolga in un impegno che può essere produttivo sul lungo periodo. Inoltre, è di esclusiva proprietà di chi lo conduce, senza dipendere dalle piattaforme social e dalle loro mutevoli politiche di monetizzazione. Quindi, risponderebbe al bisogno psicologico-territoriale del suo autore: avere una casa propria.

A me sembra così: se scrivo direttamente su Facebook ricevo più reazioni: like, commenti, condivisioni, di quelle che riesco a ricevere con l’articolo di un blog. D’altra parte, un lettore di fb può chiedersi: perché questo vuol farmi aprire un link per portarmi sul suo sito invece di scrivere direttamente qui? Può apparire un modo di darsi importanza e autorità, senza essere particolarmente originali e competenti. Tuttavia, da quel che vedo, i contenuti prodotti sui social media sono meno pensati, oppure molto pensati, ma dagli algoritmi, come la bestia di Salvini. Quei blogger, che oggi scrivono solo sui social, un tempo sui loro blog erano più interessanti e impegnativi. Conosciamo molti autori e giornalisti che su facebook, ci sembrano meno intelligenti di quando scrivono su libri e giornali.

Qui, il senso che si rivela, è la terapia del blog, che aiuta a concentrarsi, migliorare scrittura, modo di pensare, relazionarsi, ad assumere e mantenere una relativa autonomia informatica, a diventare, forse non più popolari, ma più bravi e più in salute. Come succede quando andiamo regolarmente in bicicletta, in palestra o in piscina. Non diventiamo campioni, ma diventiamo migliori. Se poi è vero che il blog è in declino, può essere una buona soluzione di compromesso, per tutte quelle persone, come me, che vogliono conciliare il desiderio di partecipazione, esprimersi ed esporsi in pubblico, con quello di non sentirsi osservati.

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